Femmina Accabadora, Sardegna ed Eutanasia

Un mistero dalla Sardegna: la Femmina Accabadora, l'abbreviatrice di pene

Femmina Accabadora, Sardegna ed Eutanasia

Il geronticidio nella Sardegna antica e in altri popoli coevi

Che la vita dell’uomo non sia eterna e che, prima o poi, debba concludersi con la morte, è cosa nota a tutti da sempre. Appunto, la morte è l’evento ineluttabile sul quale noi appunteremo la nostra attenzione e in particolare ci soffermeremo su un particolare tipo di morte, la cosiddetta "morte dolce" o eutanasia, ossia la morte provocata a una persona da un’altra, possibilmente col minimo dei dolori, e non per guerre o inimicizie personali, ma per motivi, diciamo, umanitari e sociali.

È facilmente intuibile che per eutanasia di carattere sociale intendiamo la morte provocata in persone che sono inutili o, peggio, di peso nel contesto sociale in cui sono inserite e, ovviamente, perché ci si spinga a eliminare una persona, di solito un parente, perché non si ha la possibilità materiale di assisterlo, l’azione deve, essere inserita in un contesto socio-economico al limite della sussistenza. Invece per eutanasia umanitaria si intende la morte dolce inflitta a persone molto sofferenti e sicuramente inguaribili.

Si comprende subito che entrambe le concezioni esulano dall’idea che il Cristianesimo diffuse nel mondo riguardo all’importanza di ogni singola vita umana e all’insopprimibilità di essa, perché la sua gestione appartiene a Dio.
Ma non tutti condividono quest’idea, e sicuramente essa non rientrava nelle concezioni dei popoli precristiani.

Infatti in molti popoli antichi noi troviamo tracce di quella che abbiamo chiamato eutanasia sociale.
Ovviamente si trattava di società talmente povere che sopprimere le persone che ormai costituivano un peso morto sembrava addirittura doveroso nei confronti della comunità.

Di questa concezione della vita alquanto spietata ma imposta dalla necessità troviamo tracce in numerosi popoli preistorici, come pure in numerosi detti antichi che ne testimoniano l’usanza. Per esempio, tutti conoscono l’espressione: riso sardonico, che significa, come ognun sa, un riso non voluto perché artificioso, ma pochi forse sanno quale ne è l’origine.

Per comprenderla, bisogna soffermarsi sull’aggettivo "sardonico" che sembra derivare, a prima vista, da "Sardinia", ed infatti è così. Ma, ci si potrebbe chiedere: che c’entra mai la Sardegna con un riso falso e indotto?
Secondo gli antichi Greci c’entra, eccome.

Timeo di Taormina, storico greco del IV secolo A. C., scrive testualmente nelle sue Storie:
"Vicino alle Colonne d’Ercole c’è l’isola di Sardegna nella quale cresce una pianta simile al sedano. Molti dicono che quando l’assaggiano vengono colpiti da uno spasmo che li fa ridere involontariamente, e così muoiono."
Quindi, secondo Timeo, questa pianta induce un riso che è tanto forte da provocare la morte a causa della contrazione violenta dei muscoli facciali.

Naturalmente chi conosceva bene gli effetti malefici della pianta si guardava bene dall’assaggiarne le foglie. Però le foglie potevano essere propinate con un sotterfugio a coloro che, per un qualunque motivo, si voleva eliminare dalla comunità.
Infatti, sempre Timeo afferma che:
"Là (in Sardegna) quando gli uomini diventano vecchi, vengono offerti in sacrificio a Crono dai loro figli che li colpiscono con dei bastoni, spingendoli dal basso verso le sponde (di un baratro) mentre gli anziani hanno le bocche aperte per il riso."

Si può quindi dedurre da queste parole che in Sardegna veniva praticato il geronticidio da parte dei figli stessi degli anziani, ai quali, però, si aveva cura di fare ingerire precedentemente alcune foglie dell’erba di cui si è parlato, sia per facilitarne la morte (che però avveniva per caduta dal dirupo) sia per esorcizzare, con quel riso falso, la tragicità della situazione, che certamente era avvertita da tutti.

A parte la diatriba sul tipo di pianta che provocava questo terribile effetto (pare che si trattasse di un’erba chiamata all’epoca herba sardonica e che, secondo le ultime ricerche, viene identificata con l’Oenanthe crocata) la notizia di Timeo, confermata da altri autori greci quali Simonide, Demone e Clitarco, lascia spazio a molte constatazioni.

Gli antichi abitanti della Sardegna praticavano dunque una sorta di geronticidio per motivi sociali ed economici, ma pare che all’epoca non fossero gli unici. Infatti, se esaminiamo le culture arcaiche, troviamo che tra le popolazioni cannibali dell’isola di Sumatra i nativi riservavano una simile sorte a tutti coloro che per le condizioni di vita durissime non erano in grado di resistere alla lotta per la sopravvivenza, né la comunità era in grado di supportarne le carenze.

Passando poi a civiltà storicamente più documentate, ossia all’epoca classica, tutti certamente ricordiamo che nell’antica Sparta i neonati deformi venivano eliminati perché sarebbero divenuti uomini deboli e inutili alla patria.
Questa usanza è testimoniata da Aristotele che la approva (Politica, VII 1335 b) e anche da Platone (Repubblica 460 b) il quale va oltre e afferma che la estenderebbe anche agli adulti gravemente ammalati, ma esigerebbe in questo caso la collaborazione di un medico, probabilmente per ridurre al minimo le sofferenze.

Ma, osserviamo noi, un medico greco fedele al giuramento di Ippocrate - che dice, tra l’altro "Non mi lascerò indurre dalle preghiere di nessuno, chiunque egli sia, a propinare un veleno" - non si sarebbe certo prestato a compiere l’eutanasia su nessuno, e perciò sembra che nell’antica Grecia coesistessero due concezioni: una a favore e l’altra contraria all’eutanasia.

Argomento strettamente attinente all’eutanasia è il suicidio (del resto, quando l’individuo richiede esplicitamente l’eutanasia, si può senz’ altro parlare di suicidio assistito) che veniva largamente praticato nell’Evo Antico.

Per esempio Plinio il Vecchio, nella sua Historia naturalis dà notizie degli Iperborei che, scrive Plinio, "per la salubrità del clima vivono a lungo e più vivrebbero, se, noiati dalla vecchiezza e dalla vita, non usassero, dopo buoni e allegri conviti, precipitarsi in mare dall’alto di certe rupi destinate a questo orribile ufficio."

Suicidio spontaneo, qundi, e neanche assistito, ma forse indotto da una consuetudine fereea, e forse aiutato da quei buoni e allegri conviti in cui probabilmente si beveva qualcosa che sconvolgeva la mente e oscurava il senso del pericolo e della morte.

Situazioni simili riscontriamo anche fra i Celti che, secondo Silio Italico, disprezzavano la vecchiaia e preferivano troncarne il decorso col suicidio, e fra gli abitanti delle isole Cicladi che, superati i sessant’anni, usavano avvelenarsi per lasciare ai giovani i mezzi per vivere, poiché essi sentivano di essere diventati ormai inutili (Menandro, Strabone, Eliano e Valerio Massimo).

Usanza locale o ubbidienza a una legge a cui non ci si poteva sottrarre?
Non lo sappiamo, ma è certo che il gran numero di racconti di questo genere e le analogie esistenti tra di essi fanno pensare che nelle società antiche, soprattutto là dove la vita era particolarmente difficile, si praticava l’eutanasia sociale, oppure il suicidio indotto, con lo scopo di alleggerire la collettività degli elementi passivi che essa non era in grado di sostenere.

Appunto questo concetto è alla base della morte inflitta agli anziani nell’isola di Sardegna, morte inflitta col tentativo di esorcizzare il dolore che i vivi sicuramente provavano nell‘uccidere un vecchio genitore o un nonno, creando l’illusione che i morituri ridessero, contenti della loro sorte.

Intorno a questo argomento esistono varie leggende, una delle quali ha originato la seguente imprecazione tipica delle persone adirate nei confronti di chi le ha fatte adirare: "Ancu ti ‘nci ettinti in Sa Babbaieca" (che possano gettarti nella Babbaieca).

Per comprendere il significato di quest’espressione, bisogna anzitutto sapere che "babbai" significa "vecchio" ed "eca" significa "entrata" o "uscita". Quindi Babbaieca significa "uscita del nonno, del vecchio".

A Gairo questo è il nome di un sentiero che termina in un precipizio nel quale in età antichissima venivano spinti gli anziani dai proprio figli, per i motivi che ormai conosciamo.

La leggenda racconta come terminò questa macabra usanza.
Un vecchio chiese ai figli, i quali lo spingevano verso il baratro, che gli permettessero di riposare alquanto, perché era stanco. Anch’io – disse – su questo sasso lasciai riposare mio padre, quando lo conducemmo a Sa Babbaieca.
I figli acconsentirono all’estrema richiesta paterna e, mentre guardavano il babbo seduto e accasciato, furono terrorizzati dal pensiero che un giorno anch’essi sarebbero stati condotti, per quel sentiero, al baratro tragico. Essi si guardarono negli occhi, e ciascuno lesse negli occhi dell’altro il proprio terrore. Allora per scampare a quella sorte decisero di riportare a casa il vecchio padre, tenendolo però nascosto ai tutori del vecchio rito (che qui sembra proprio essere una legge imposta).
Da quel giorno il benessere riempì la loro dimora, suscitando la sorpresa di tutti i compaesani, che furono curiosi di conoscerne le origini. Si seppe poi che quel benessere era dovuto ai saggi consigli che il vecchio dava ai propri figli, e così tutti compresero che la saggezza degli anziani può valere molto di più della forza dei giovani.
Così si pose termine alla macabra usanza.

Certo, questa è solo una leggenda, anche se suggestiva, ma noi possiamo pensare che si pose termine all’usanza perché, col passar dei secoli, ci fu per un miglioramento delle condizioni economiche e quindi non fu necessario di privarsi di un padre o di un nonno, solo perché incapaci di sostentarsi da soli.

Oppure si può anche pensare che ormai nelle coscienze stava maturando il concetto dell’importanza della vita di ogni individuo, giovane o vecchio, sano o malato che fosse.


Prime documentazioni storiche sull’Accabadora

Dell’epoca successiva a quella romana, ossia il Medio Evo, che è caratterizzato da una forte impronta cattolica, non abbiamo notizia alcuna che possa riferirsi all’eutanasia.
Parrebbe quindi che l’eutanasia fosse una pratica ormai accantonata, perché contraria ai principi della religione, o forse le notizie scritte mancano perché l’ignoranza imperversava ovunque, e pochissimi erano quelli che sapevano leggere e scrivere, tranne alcuni monaci che però certamente non avrebbero impiegato l’arte preziosa che possedevano per tramandare quelle che sicuramente erano considerate da loro nefandezze.

Bisogna quindi fare un’ideale cavalcata attraverso i secoli e arrivare all’anno 1605, anno in cui il filosofo inglese Francesco Bacone così si esprime sull’eutanasia: (Da F. Bacone, Progresso della conoscenza, Londra 1605):
"Dirò inoltre, insistendo su quest’argomento, che il compito del medico non è solo quello di ristabilire la salute, ma anche di lenire le sofferenze e i dolori legati alla malattia, e questo non solo perché l’alleviamento del dolore, considerato un sintomo pericoloso, contribuisce alla guarigione e conduce alla convalescenza, ma inoltre per poter procurare al malato, quando non c’è più speranza, una morte dolce e tranquilla…"

Tuttavia, nonostante l’affermazione di Bacone, mancano del tutto segnalazioni di casi di eutanasia, perché i primi documenti storici a riguardo risalgono al secolo XIX e sono stati scritti da stranieri che compirono viaggi in Sardegna e ne fecero il resoconto.

In essi appare la figura inquietante dell’Accabadora che, dallo spagnolo "accabar" che significa "porre termine": essa era la cosiddetta femmina sterminatrice, ossia una donna che veniva chiamata per porre termine all’agonia del moribondi.

Il primo scrittore che ci parla di questa figura è Alberto Della Marmora, documentatore serio e attendibile. Egli scrive nel 1826, nella prima edizione del suo Voyage en Sardeigne 1819 – 1825, Paris 1826:
"…Tuttavia io non posso nascondere che in alcune parti dell’isola (di Sardegna) venivano incaricate delle donne, alle quali si è dato il nome di Accabadore, per abbreviare la fine dei moribondi. Questo resto di barbarie si è per fortuna perduto da un centinaio d’anni a questa parte."

Si può quindi osservare che il Della Marmora parla di un’usanza che, per quanto gli era stato riportato, era ormai estinta all’epoca in cui egli scrive, e che quindi dovrebbe risalire al Settecento. Ma l’usanza era veramente estinta, oppure così gli era stato detto, dal momento che l’argomento era particolarmente delicato?

Proseguendo nella nostra ricerca troviamo una testimonianza, simile a quella del Della Marmora, del viaggiatore inglese William Henry Smith (Sckate of the present state of Sardinia , Londra 1851) che nel suo diario scrive:
"In Barbagia vi era la straordinaria pratica di soffocare, in casi senza speranza, una persona morente. Questo gesto veniva compiuto da una donna incaricata a ciò, chiamata Accabadora, cioè colei che pone fine alla vita, ma l’usanza venne abolita sessanta o settanta anni fa da padre Vassallo il quale visitò questi luoghi in qualità di missionario."

Poiché il gesuita Giovan Battista Vassallo soggiornò in Sardegna dal 1725 al 1775, anche secondo Smith la pratica nel secolo XIX era in disuso, e inoltre l’autore la circoscrive alla Barbagia, il che fa pensare che chi lo informò della macabra usanza avesse l’intenzione, oltre che di parlarne al passato, di limitare alla regione più tradizionale dell’isola una pratica che invece persisteva e che era diffusa in tutta la Sardegna.

Queste notizie che testimoniano dell’esistenza e dell’attività delle Accabadoras, però in tempi e luoghi limitati, vengono completate da Vittorio Angius, un sacerdote che sembra essere il primo studioso che indagò seriamente su questo argomento.
Egli scrive (Dizionario geografico, storico, artistico degli stati di S. M. il re di Sardegna, Torino 1833):
"Col vocabolo "accabadoras" si vorrebbe significare certe donnicciole che troncassero l’agonia di un moribondo e abbreviassero le pene di una morte stentata dando loro con un corto mazzero (sa mazzucca) tosto che sembrasse vana ogni speranza."

Inoltre l’Angius si domanda se questa pratica possa essere considerata la prosecuzione del geronticidio che i figli praticavano anticamente verso i padri anziani, e così conclude:
"La memoria di ciò è ancora fresca in Bosa, dove sostengono alcuni essere solamente intorno a mezzo il secolo XVIII essere cessata cotanta barbarie, sebbene, per quanto è riferito da persone di molta etate e autorità, debba allontanarsi ancora più dai nostri tempi."

Quindi, ricapitolando, l’Angius afferma che l’attività delle accabadoras si svolgeva anche ai suoi tempi, mentre colloca in un passato non troppo lontano, anche se cronologicamente non definito, il cosiddetto geronticidio. Inoltre le parole di Vittorio Angius rivestono un’importanza particolare perché l’autore, sardo, non teme di affrontare le polemiche di coloro che ritenevano che queste notizie avrebbero gettato discredito sulla Sardegna.

Reagì infatti alle parole di Vittorio Angius un certo Giovanni Pasella che, sulle pagine de "l’indicatore sardo" (n. 39, anno 1837) si domandò come mai, se le accabadoras fossero realmente esistite, i sinodi sardi non ne avrebbero mai fatto cenno. Al che l’Angius rispose al Pasella che le leggi sinodali denunciavano solamente casi comuni e frequenti di violazione delle leggi divine, e non casi eccezionali, come appunto l’attività, pur sempre sporadica, delle Accabadoras.

Inoltre le Accabadoras operavano non propriamente in segreto, ma comunque nel chiuso delle abitazioni, chiamate dai membri più stretti della famiglia a svolgere il loro servizio, per il quale non si facevano pagare ma che esse prestavano a scopo esclusivamente umanitario. Il Pasella a sua volta rispose all’Angius, sempre su "l’indicatore sardo" ( n. 52, 1838) che:
"Se la costumanza delle accoppatrici fosse esistita non ne avrebbero taciuto la legislatrice Eleonora, né i signori d’Aragona e di Pastiglia, nel Sinodo di Santa Giusta, (1226)."

La suddetta polemica non sfuggì al Della Marmora il quale, forse per gettare acqua sul fuoco, nella seconda edizione del suo Voyage in questo modo cerca di rendere meno categoriche le affermazioni precedenti:
"Quanto all’uso di affrettare la fine dei moribondi, che si è preteso esistesse già nell’isola, dove ne sarebbero incaricate certe donne dette perciò Accabadore, è veramente esistito? O, come è probabilissimo, si tratta di una semplice tradizione popolare? Non saprei deciderlo, nonostante la polemica vivace che questo argomento ha destato di recente. Il fatto è che ai nostri giorni non esiste traccia alcuna."

Da questo periodo in poi numerosi sono gli autori che parlano delle Accabadoras, senza però dare la certezza della loro esistenza e della loro attività.
Citiamo qui solo alcuni nomi: Paolo Toschi (Il folklore universale, Roma 1960) e Robert Tennant (Sardinia and his resources, London 1985) i quali sembrano propensi a credere all’esistenza della femmina sterminatrice, ma non lo affermano categoricamente.

In particolare Antonio Bresciani scrive (Dei costumi dell’isola di Sardegna, Bologna 1850):
"Ad ogni modo se tale costume fu in vero nell’isola, a me fa non lieve senso il nome dell’Accabadora dato a codeste pretese sacerdotesse della morte, imperocchè il nome suppone il soggetto, e non si suol essere accidente naturale che si crei un nome sì crudele senza ragione."

Certo, il clero taceva a questo proposito, ma la spiegazione del suo silenzio può essere forse data dall’ignoranza che vigeva nel clero medesimo in Sardegna, ignoranza deprecata dagli intellettuali già da molto tempo. Perciò, non è difficile pensare che la religiosità dei sardi fosse profondamene sincretica, e che in essa convivessero cristianesimo, spinte innovatrici e retaggi di culti paganeggianti, e l’Accabadora è senza dubbio una figura da collegare con culti paganeggianti residui.

È prova di questa ipotesi il fatto che, quando il Cristianesimo ricevette nuovo impulso dal Concilio di Trento, le Accabadoras diminuirono, come è attestato dal fatto che in alcune comunità mancavano del tutto, per cui, quando si aveva bisogno di esse, bisognava andare a prenderle dalla comunità vicina.

La cosa è testimoniata da Massimo Pittau che scrive (Ll’africa romana. Atti dell’ottavo congresso di studio, Cagliari 1990):
"Su questo argomento io mi limito a segnalare che a Orotelli esiste ancora il lontano ricordo delle Accabadoras fatte venire per l’occorrenza da Ottana" (dove evidentemente non mancavano).

Adesso però viene spontaneo chiedersi in che modo le Accabadoras ponevano termine alle agonie troppo lunghe dei moribondi.


Il Giogo

Essendo ormai chiare le finalità che le Accabadoras perseguivano: liberare l’infermo dalle pene dell’agonia e, contemporaneamente, sollevare le famiglie dal peso, che a volte era per loro eccessivo, di assistere un malato inguaribile, occorre precisare che una delle sofferenze più temute quando gli antidolorifici non esistevano, era appunto l’agonia prolungata che poteva lasciare per giorni il malato tra la vita e la morte, in mezzo a indicibili sofferenze.

Comunemente si riteneva che un’agonia troppo lunga e straziante toccasse a chi aveva commesso azioni particolarmente riprovevoli che non erano state espiate al momento giusto, e quindi si dovevano espiare al momento della morte con una prolungata agonia che era l’unica punizione adeguata.

Era appunto in questi casi che si richiedeva l’intervento dell’Accabadora la quale traghettava velocemente il malato all’altro mondo, usando magistralmente un martelletto ("su mazzolu") con il quale colpiva le parti vitali, oppure passando sulla cervice del moribondo un giogo di piccole dimensioni.

Quanto alle azioni riprovevoli che provocavano un’agonia troppo lunga e dolorosa, di solito si trattava di violazioni di norme tipiche della civiltà contadina, come la sottrazione di strumenti agricoli o anche lo spostamento dei confini dei campi, e nei santuari, il furto della cera per le candele e dell’olio per i lumini.

Aveva particolare importanza, tra queste violazioni, il furto o la distruzione di un giogo, cosa che era considerata un tabu in tutta l’area mediterranea, essendo questa originariamente abitata da popolazioni dedite all’agricoltura. Al giogo infatti veniva attribuita una speciale sacralità, come del resto all’aratro e al vomere, come strumenti che consentivano la coltivazione di vaste zone arative che avrebbero dato il prodotto necessario a sfamare la comunità.

Riguardo alla sacralità del giogo, a Siniscola, secondo una ricerca effettuata nel 1981 da alcune studentesse, si diceva:
"Su iuale era considerato un oggetto sacro. Si diceva che un uomo che buttava o bruciava il legno che era appartenuto a un giogo, al momento della morte soffriva molto ed aveva agonia lunga. Ancora oggi molte persone se si imbattono in un giogo buttato in campagna non lo toccano per paura di commettere sacrilegio."

Sempre riguardo alla valenza quasi magica degli attrezzi agricoli, un’informatrice di Samugheo racconta che alcuni anni prima un vicino di casa rubò al marito una zappa e un marrone che gli servivano per lavorare la vigna. Quando la suocera seppe del furto disse:
"ai chi che dd’ai furare, chi dolo prangat in sua morte" ossia: "Giacchè l’hai rubato, che possa espiare il furto durante la morte". Alcuni anni dopo l’uomo entrò in agonia, e vi rimase parecchi giorni, fino a quando non gli fu messo vicino al capezzale un marrone uguale a quello rubato, che produsse l’effetto richiesto.

Era anche pratica diffusa procurarsi una buona morte mettendo sotto il capezzale un giogo miniaturizzato che, perché avesse efficacia, doveva essere stato costruito in un momento e in un luogo particolari, e precisamente in Chiesa, il giorno della domenica delle Palme, durante la lettura della Passione di Cristo.

È evidente qui la commistione tra sacro e profano. Ho già accennato al sincretismo religioso sardo, ed è scontata la condanna, da parte del mondo cattolico, di una simile usanza paganeggiante, come è riscontrabile dalla lettura dell’Episcopale del Cardinale Paleotti, presule di Bologna nel sec. XVII.
In essa si legge:
"Il ponnere il giogo delli buoi sopra l’infermo presso alla morte acciò la faciliti ad uscire di quell’agonia non sta in modo alcuno."

Inoltre, C. Corrain e P. Zampini ci informano sull’Editto LI in appendice al Sinodo di Benevento del 1723 che condannava:
"il mettere il giogo sul capezzale del moribondo affinchè subito muoia, vedendo gli astanti l’agonia essere lunga." (da "Documenti nei sinodi diocesani dell’Italia meridionale", Rovigo 1966).

Da queste testimonianze si evince che il giogo veniva considerato utile per una buona morte non solo in Sardegna, ma anche in altre regioni, ed è anche scontata la posizione negativa della Chiesa cattolica nei confronti del giogo o di altri oggetti che potevano servire allo stesso scopo. Essi infatti erano considerati (come in effetti erano) elementi paganeggianti, ma, nonostante ciò, per parecchio tempo la gente continuò ad affidarsi a essi.


L’accabadora

Torniamo ora in Sardegna, luogo da cui è partita la nostra indagine, e trasferiamoci nel XX secolo.
Qui troviamo le tracce di un tempo non troppo remoto, in cui Sa Accabadora era sicuramente ancora in azione.

Monsignor R. Calvisi riporta sul "Bollettino bibliografico sardo" un colloquio che egli asserisce di avere udito in Bitti, nel 1906, tra una madre e un’altra donna, a proposito di un neonato nato male e già morente. La donna cercava di convincere la madre a far morire subito il bambino per evitargli sofferenza e le diceva che così il suo bimbo sarebbe divenuto un angelo del cielo, ma la madre, irremovibile, diceva che preferiva che la sua creatura diventasse un angioletto (cosa di cui non dubitava) per meriti propri. È chiaro che la donna che voleva convincere la madre a far morire il bambino appena nato era un’Accabadora, (le Accabadore, all’occorrenza, fungevano anche da levatrici, perchè non del tutto digiune di scienza medica, e anche perché la vita che inizia ha un collegamento ideale con la vita che finisce), ma la madre voleva tenere con sé il figliolino malato finchè questo aveva la forza di vivere.

A parte le riflessioni su questo singolo caso, la testimonianza è interessante, perché dimostra che anche nel '900 le accabadore esercitavano il loro mestiere, anche se molto meno che nel passato. Esse, come si è detto, esercitavano una vera e propria eutanasia soprattutto di carattere sociale, perché i motivi che inducevano i parenti del malato a chiedere il loro intervento erano sempre determinati dalla povertà delle famiglie che non erano in grado di sostenere l’assistenza di un malato inguaribile, che soffriva e faceva soffrire.

Non possiamo però giurare che coloro che cadevano nelle braccia di Sa Accabadora morissero senza soffrire. Ce ne fa dubitare l’espressione proverbiale "Ohi de Sa Accabadora" che probabilmente indica l’ultimo lamento del moribondo.

Quindi, nell’attività delle Accabadoras sono strettamente legati l’aspetto sociale e quello umanitario, e bisogna tenere conto di questi fattori prima di gridare allo scandalo per questa usanza, che del resto andava tramontando.

Certo, viene spontaneo pensare che le difficoltà incontrate dai Sardi per l’assistenza dei malati incurabili erano le stesse degli abitanti di molte regioni d’Italia, perché all’epoca molte zone, specialmente rurali, erano povere, ma il fenomeno delle Accabadoras nel 900 è riscontrabile, anche se sporadicamente, solo in Sardegna, e quindi ci si potrebbe chiedere il motivo di questa singolarità.
A questa domanda si può rispondere osservando che forse l’isolamento geografico della Sardegna vi abbia contribuito, così come ha contribuito alla conservazione della lingua e delle tradizioni locali, tra le quali rientra appunto la figura dell’Accabadora.

Che le Accabadoras abbiano prestato la loro opera anche nel '900 è documentato soprattutto dalla trasmissione orale dei ricordi degli anziani. Tra gli studiosi interessati a questa questione, troviamo la giornalista Egidiangela Sechi che ha dedicato parte della sua tesi di laurea all’eutanasia a mezzo del giogo, come pare fosse praticata a Sindia, suo paese natale.

La Sechi trascrive i colloqui avuti col sacrestano Michelangelo del Rio, dai quali si evince che le Accabadoras "esercitavano" ancora nel '900, e, soprattutto, si nota che in quei luoghi la morte era profondamente intrisa nel quotidiano.
Infatti, mentre la preoccupazione maggiore di noi moderni, quando muore qualcuno, è di dargli una degna sepoltura negli affollati cimiteri odierni, a Sindia, fino agli anni ’80, era possibile affittare prefiche professioniste specializzate in lamentazioni funebri, con le quali esse sembravano "cullare" il morto, quasi fosse ritornato bambino, per accompagnarlo nell’aldilà.

E, sempre a Sindia, il sacrestano aveva a portata di mano il giogo, che veniva usato solo in casi estremi, quando il moribondo agonizzava con la mente turbata per i delitti commessi. In tal caso, per farlo morire in pace, bastava passare il giogo sul suo corpo, e così il morente se ne andava da questo mondo con l’animo sereno.

Ma noi ormai sappiamo che, oltre al giogo, le Accabadoras usavano anche il "mazzolu" di cui parla Vittorio Angius, che era un attrezzo di legno nodoso e selvatico, usato dalla femmina sterminatrice soprattutto in Gallura.

Un esemplare di mazzolu, forse l’unico esistente ancora, è esposto nel museo etnografico di Luras, ed è frutto della paziente ricerca di Pier Giacomo Pala, il quale racconta:
"Era il 1981, l’Accabadora lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino a un vecchio stazzo che una volta era stato la sua casa. Un vecchio mi aveva parlato di quella donna, ma non ne ricordava il nome. Allora io ho fatto tutte le ricerche possibili… e alla fine ho capito di chi si trattava."

Sarà stata forse l’ultima Accabadora del cui operato abbiamo testimonianze storiche? Chissà.


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Femmina Accabadora, Sardegna ed Eutanasia
Articolo scritto da da: Luisa Catapano
Pubblicato il 09/01/2013

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