Unabomber del nord-est: i tubi bomba del dolore

Emiliano Grisostolo ha appena pubblicato un romanzo ispirato alle vicende dell'Unabomber italiano, che qui racconta brevemente.

Unabomber del nord-est: i tubi bomba del dolore Conosciamo Unabomber? Conosciamo cosa ha creato nell’animo della gente che ha vissuto quel periodo?

Sappiamo veramente cosa ha spinto la sua mano ad armare delle pipe bomb disseminandole in un territorio così ampio da disorientare tutti? Conosciamo quali e quanti casi hanno sconvolto e dilaniato un Nord Est nel pieno della propria rivoluzione industriale?

No, questa è l’unica risposta possibile.

Neppure il numero degli attentati sono ancora classificabili con esattezza. Dal 1988, ma forse già dal 1973, fino al 2006, ve ne sono da 31 a 33 a seconda delle diverse ricostruzioni, e oggi, nonostante le indagini abbiamo appurato e attribuito al Folle che noi tutti conosciamo con il nome di Unabomber molti di questi casi, altri ancora potrebbero essere senza un nome.

La mano farebbe presupporre che gli ordigni utilizzati possano essere attribuiti a lui, ma sono ipotesi.

Si sa per certo quali invece sono i suoi casi, molti di più di quelli che ancora sono in forse, ma nonostante i media ne abbiano parlato a lungo tra il 2003 e il 2008 per diversi motivi legati anche alle indagini degli indagati, molte persone oggi ancora non conoscono quanti siano in realtà i casi che hanno visto protagonista il Nord Est, Friuli e Veneto, quattro provincie e quattro diverse Procure. Chiedendo quali casi conosci a un adulto, la risposta è spesso la medesima: 3/4, nei migliori dei casi.
Tutti rammentano una spiaggia, un cimitero o una chiesa, poi brancolano nel buio.

Ve ne sono 30 di casi, e pochi in più o in meno non fanno la differenza. Nessuno conosce o ha mai sentito parlare dei test dinamitardi ai danni delle cabine telefoniche che questo Folle ha messo in atto per provare i propri ordigni, creature nate per mutilare, portare dolore e rendere un “peso” per la società per una vita intera le persone colpite, perché probabilmente questo era il suo scopo.

Unabomber non voleva uccidere, questo possiamo dirlo quasi con sicurezza considerato il suo operato e i danni che questo ha causato alle molte vittime. Colpire la società attraverso le persone indifese colte all’improvviso, questo era il suo obiettivo. Trasmettere un messaggio a chi lo cercava, a chi parlava di lui, che potesse far comprendere qualcosa che oggi ancora non abbiamo compreso.

Il romanzo Unabomber di Emiliano GrisostoloUn messaggio che la sua follia aveva creato, e con tutte le sue forze voluto condividere con chi per un qualche motivo credeva potesse essere in qualche modo colpevole di un suo problema. Un messaggio spietato, senza nome, senza testo, da interpretare. Un messaggio che ha colpito, e lo ha fatto troppe volte, donne e bambini indifesi.

Non conosciamo le sue motivazioni, non conosciamo il suo volto, il suo nome. Non conosciamo nulla, ma ipotesi ve ne sono molte.

Possiamo dedurre che fosse una persona malata, narcisista, che amava sentire parlare dei suoi atti attraverso i giornali, ricercando gli articoli a lui dedicati, collezionandoli, e arrabbiandosi ancora di più con la società quando il silenzio stampa induceva a non parlare apertamente dei suoi attentati.

Possiamo dedurre che avesse un QI (Quoziente Intellettivo) superiore alla media che gli ha permesso di pensare elaborare e creare successivamente degli ordigni esplosivi praticamente perfetti. Solo in pochi casi questi suoi tubi bomba, che in seguito si sono evoluti, hanno fallito per un suo errore di fabbricazione.

Negli anni si è evoluto dalla radiolina a transistor a tubi bomba che si comportavano come mine anti uomo, esplodendo al minimo movimento, alla progettazione di ordigni comandati a distanza che però probabilmente lo costringevano a restare nelle vicinanze della zona che colpiva, a tubi esplosivi sofisticati che via via si sono modificati in ordigni miniaturizzati nascosti all’interno di uova, vasetti di cioccolata, tubetti per le bolle di sapone, tubetti di maionese, ceri nelle chiese e nei cimiteri.

Un modus operandi che si è evoluto negli anni, con il trascorrere del tempo, mentre le maglie delle indagini lo circondavano senza mai riuscire a catturarlo. Uno Spettro tra la gente che i media hanno voluto chiamare Unabomber senza però giustificare con un senso logico questo nomignolo.

Unabomber è l’acronimo e successivamente il nome distorto dai media, che l’FBI americana aveva attribuito all’attentatore statunitense Theodore Kaczynski. La sigla UNABOM UNiversity and Airline BOMber era derivata in seguito all’attentato federale che il professore ex docente universitario di matematica, aveva tentato nel 1979 ai danni di un Boeing 727 dell’American Airlines. L’ordigno aveva iniziato a mettere fumo che fuoriuscendo dalla stiva aveva costretto i piloti ad un atterraggio d’emergenza. Il timer difettoso aveva impedito che l’aereo esplodesse.

L’ attentatore americano venne catturato dopo diciotto anni , ventitre feriti e tre morti, nella sua abitazione di montagna nella quale si era ritirato e dalla quale inviava i suoi pacchi bomba postali.

In silenzio dal 2006, oggi possiamo supporre, credere e sperare che l’Unabomber italiano sia morto o che abbia terminato il suo percorso di follia.


Emiliano Grisostolo, autore dell'articoloL'Autore Emiliano Grisostolo nasce a Maniago nel ’77 dove attualmente risiede con la moglie Daniela. Nel 1997, a vent’anni, ha pubblicato il primo romanzo Fino alla morte (Greco & Greco). Da allora ha pubblicato sette romanzi che spaziano dal noir sociale al giallo archeologico, dal thriller all’horror. Il suo ultimo libro è Unabomber (Ciesse Edizioni, 2012), ispirato alle vicende del serial bomber italiano autore per quasi vent'anni di oltre 30 attentati ai danni di persone innocenti del nord-est.
Sito ufficiale: www.emilianogrisostolo.it


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Unabomber del nord-est: i tubi bomba del dolore
Articolo scritto da da: Emiliano Grisostolo
Pubblicato il 13/02/2013

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