I prodigi della Peste Nera: segugi infernali e vermi alieni

Mauro Longo racconta delle conseguenze della Peste Nera sull'immaginario collettivo della società sopravvissuta alla catastrofe...

I prodigi della Peste Nera: segugi infernali e vermi alieni La Morte Nera, che nel Trecento sterminò milioni di persone del vecchio mondo, modificò la società dei Regni europei e lasciò impresso per i decenni successivi un immaginario collettivo di decadenza e morte che si sarebbe diradato solo con il pieno Umanesimo e con il Rinascimento.

La cappa sepolcrale calata sulle città e le campagne, l’alito di pestilenza spirato da oriente e i lamenti strazianti delle migliaia di migliaia di vittime in agonia immersero i paesaggi medievali in un’atmosfera funebre che si ripercosse anche nell’iconografia, nelle credenze e nella visione del mondo della gente di ogni rango. Allo stesso tempo, un evento così apocalittico causò la diffusione di leggende macabre, sensibilità funerarie, atteggiamento fatalista e millenarista, visioni e profezie di morte e distruzione.

"Affinché questi notabili eventi non siano dimenticati con il tempo e non siano perduti alla memoria delle future generazioni, vedendo questi molti infermi e che l’intero mondo è circondato dal male, aspettando in mezzo ai morti la morte che arriva, ho deciso di scrivere quello che io stesso ho sentito e potuto esaminare; e allo stesso modo, affinché gli scritti non periscano con il loro scrivente o l’opera scompaia con l’autore, io lascio questa pergamena perché il lavoro venga continuato, nel caso che qualcuno possa essere vivo nel futuro e un qualche figlio di Adamo possa scampare alla pestilenza e continuare il lavoro cominciato…"

Con questa tragica descrizione della morte di tutti i suoi confratelli, in un monastero vuoto, desolato e sperduto e avvertendo già su di sé i segni della propria dipartita, il monaco irlandese John Clyn ci dà un’immagine fortissima del sentire comune durante la diffusione della Peste Nera: tutti muoiono o sono morti, la terra intera pare ormai avvinghiata nella morsa del male, ogni opera dell’uomo è abbandonata al declino e forse, ma solo forse, esiste la speranza che qualche figlio di Adamo possa sopravvivere e rigenerare l’umanità.

In questo opprimente senso di decadimento, le "mirabilia della peste" si diffondono e vengono registrate dai superstiti o dai sapienti del tempo, con una diffusione e un radicamento talmente elevati da causare un continuo reiterarsi e amplificarsi di regione in regione e per i decenni a venire.

A Messina, la prima città europea a essere colpita dalla piaga, le testimonianze oculari riportate nelle cronache di Michele da Piazza, parlano di cani neri provenienti dall’inferno che apparivano per la strada e straziavano gli ammalati, entravano nelle chiese brandendo spade, assalivano i fedeli e distruggevano i paramenti sacri.

Nelle cronache di Bologna si descrive invece il momento preciso della catastrofe e la soprannaturale capacità di diffusione del male. Ecco quindi che, parafrasando il testo in volgare, "in Italia e per tutto il mondo, intorno l’ora del Vespro del 25 Gennaio vi furono ovunque grandissimi terremoti, che vennero sentiti in ogni luogo. E fu inoltre raccontato e scritto che in Persia e nel Catai piovve dal cielo un fuoco simile a neve e questo bruciò i monti, le pianure e gli uomini. Furono poi queste fiamme a generare un fumo tanto pestilenziale che chi lo inalava moriva entro le successive dodici ore. Perfino chi guardava quelli che in tal modo erano stati avvelenati da quel fumo pestilenziale, morivano a loro volta."

Fuoco dal cielo, tuoni uditi in ogni parte della terra, fumi velenosi e terremoti prima o dopo dello sprigionarsi della pestilenza erano comuni in molti di questi resoconti disperati.



Il colpo di grazia all’origine naturale della pestilenza lo da poi il fiorentino Giovanni Villani: "E la detta mortalità fu predetta dinanzi per li maestri in strologia, dicendo, che quando fu il solstizio vernale, (…) l'ascendente fu il segno della Vergine, e 'l suo signore, cioè il pianeto di Mercurio, si trovò nel segno dell'Ariete nell'ottava casa, che significa morte; e se non che il pianeto di Giove , ch' è fortunato e di vita, si ritrovò col detto Mercurio nella detta casa e segno, la mortalità sarebbe stata infinita, se fosse piaciuto a Dio. Ma noi dovemo credere e tenere per certo, che Dio permette le dette pestilenzie e l'altre cose a'popoli e alle città e a' paesi per punizione de'peccati, e non solamente per corsi de' pianeti e delle stelle (…). "

Villani continua poi raccontando che tra i Tartari, l’india e il Catai sarebbe avvenuto un "grande giudicio di Dio e maraviglia quasi incredibile", e un fuoco misterioso sarebbe venuto fuori da sottoterra o dal cielo per più di quindici giorni, consumando uomini, bestie, case, alberi, pietre e terra. Ancora una volta le fiamme agirono in maniera tanto feroce che chi non riusciva a fuggire veniva consumato, ma anche quelli che si salvavanodal fuoco morivano di pestilenza.

Ma i fenomeni più inquietante sono riportati subito dopo: "E per lettere di nostri cittadini degni di fede ch' erano in que' paesi, a Sebastia piovve grandissima quantità di vermini grandi uno sommesso (grandi come un pugno umano con pollice alzato) con otto gambe, tutti neri e coduti, e vivi e morti, con appuzzare tutta la contrada, e spaventevoli a vedere; e cui pugnevano, attossicavano come veleno."

E ancora. "E in una terra del soldano chiamata Allidia, non rimasono se non femmine, e quelle per rabbia magnavano l'una l'altra."

Ma non finisce qui, perché: "più maravigliosa cosa e quasi incredibile contarono, che avvenne in Arcagia, che uomini e femmine e ogni animale vivo diventarono a modo di statue morte a modo di marmorito, e i signori d'intorno al paese si si propuosono di convertirsi alla fede cristiana; ma sentendo il ponente e paese de'cristiani tribolati di simili pistolenze, si rimasono nella loro perfidia. E tali sono i giudicii di Dio per punire i peccati de' viventi."


Bibliografia:
Michele da Piazza Historia Sicula, ed. A. Gregorio, «BibliothecascriptorumAragonensium» 1 (1791), pp. 562-66
Cronaca B in Corpus chronicorumbononiensum, in R. I. S. t. XVIII, parte I, vol. 2, Bologna, Zanichelli, 1938, p. 584
Giovanni Villani, Nuova Cronica, capitolo LXXXIV
Ilaria Tufano, Boccaccio, Petrarca e i cronisti: immagini della peste


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I prodigi della Peste Nera: segugi infernali e vermi alieni
Articolo scritto da da: Mauro Longo
Pubblicato il 21/04/2013

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