La scaltrezza del simbolo, evocativo di una realtà che si cela dietro di esso

Alessandro Prandini ci parla del simbolo e del suo ruolo all'interno del romanzo Soglia Critica

La scaltrezza del simbolo, evocativo di una realtà che si cela dietro di esso Kant definì il simbolo come una rappresentazione: "Tutte le intuizioni sono o schemi o simboli. I primi procedono dimostrativamente, i secondi per mezzo di analogia". Il simbolo è quindi la figurazione di un’idea a cui ci si riferisce attraverso un’analogia. Il simbolo è evocativo di una realtà che si cela, o si svela, dietro di esso.

Ed è forse proprio questa sua ambivalenza, che non di rado scivola nella doppiezza, a caratterizzarne la forza celebrativa. Di simboli è imbevuto il mondo letterario dei mulini a vento o delle città invisibili, quello religioso, quello storico e filosofico. Ma anche quello umano tout court: l’uomo, caratterizzato dalla sua innata inclinazione alla comunicazione, spesso schiavo della sua incapacità a realizzarla compiutamente, o univocamente, si è impossessato del simbolo, finendo per confondere il rappresentante col rappresentato.

E allora, cosa si cela dietro lo spettacolo in cui si imbattono - nel mio romanzo Soglia Critica - il commissario Scozia e la sua vice Fiorentino sulla scena di alcuni delitti, due dei quali commessi nel breve volgere di qualche giorno? La nudità della vittima, una scala aperta, una copia del libro Bel Ami di Guy de Maupassant, e su quello un messaggio.

Ci sono domande che covano nell’intimo dell’esistenza di ciascuno di noi. Su di esse, sui rivoli delle loro conseguenze, fossero anche solo paventati o sperati, si gioca il destino delle nostre azioni. Scozia, però, non è avvezzo a giocare d’azzardo. Conosce, al più intuisce, la complessità della natura umana, e sa che per comprenderla bisogna essere disposti ad ascoltare, a mettersi sulla giusta lunghezza d’onda, a eliminare con la pazienza del ragno ogni traccia di rumore di fondo, ciò che dissimula, ciò che nasconde. E sa che la maggior parte dei comportamenti criminosi, in primis quelli preordinati, non sono altro che reazioni ad altrettante azioni. Sono simbolo di loro stessi. A quei comportamenti originari bisogna allora riferirsi per determinare quale sia la verità giuridica, a volte così lontana da quella umana retta da regole costruite coi mattoni del dolore.

Mentre le indagini procedono battendo i sentieri tracciati dalle varie ipotesi, dal lontano passato emerge l’esistenza di un gruppo di cui le prime due vittime erano entrambe elementi fondatori. Una sorta associazione di mutuo soccorso. Una massoneria di provincia creata dal trasporto un po’ ingenuo, da una visione di vita distorta, certo sempliciotta, di quattro studenti universitari. Un gruppo il cui operato pareva volto, contro ogni titubanza interna, verso l’obiettivo del riscatto sociale.

La copertina del romanzo Soglia Critica, di Alessandro PrandiniScozia seguì con lo sguardo il volo di uno stormo di uccelli che viaggiava nella loro stessa direzione. D’improvviso, con un guizzo, la nube cambiò direzione con una cabrata decisa. Poi scomparve alla vista.
Il commissario era sempre stato attratto da quelle formazioni che paiono mostrare un’intelligenza propria, somma e sintesi di quelle dei loro componenti.
Un meccanismo formidabile, quasi magico.
La letteratura che Scozia era riuscito a trovare sull’argomento era interessante, con un concetto di fondo semplice: quando la dimensione di un gruppo di individui oltrepassa una certa soglia critica, le relazioni elementari che regolano il rapporto tra i singoli membri, o meglio tra ogni membro e i suoi più immediati vicini, si trasformano in quello che viene chiamato “comportamento emergente”. Si genera una specie di mente collettiva che mostra caratteristiche proprie, quasi inspiegabili sulla base delle leggi che governano i singoli.


E Scozia coglie al balzo l’opportunità per indugiare in qualche riflessione.
Esiste forse una giustificazione più alta a cui dar conto del proprio operato solo per il fatto di appartenere a un gruppo seppur numeroso? Non sono forse i gruppi, le compagnie, le comunità, null’altro che un nome, magari un simbolo, dietro al quale si celano i singoli individui che li compongono?
Scozia ama credere che nessuno possa nascondersi dietro un’insegna e, soprattutto, che nessuno sia giustificato nel proprio agire se non dalla sua coscienza e dalla sua responsabilità.

Di certo c’è una cosa: il manipolo dei quattro aveva scelto per contraddistinguersi il nome “Bel Ami”, proprio come il titolo del libro che viene rinvenuto sulla scena degli omicidi.
Una coincidenza? Forse.
Forse no.
Scozia non si lascia intimidire dal timido riflettore che s’accende. Scava, scarnifica la realtà sino a spogliarla di ogni fuorviante orpello. Sino a che la responsabilità di rispondere all’ultima domanda non tocca più a lui come poliziotto, ma a qualcun altro che sia giudice o lettore.


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La scaltrezza del simbolo, evocativo di una realtà che si cela dietro di esso
Articolo scritto da da: Alessandro Prandini
Pubblicato il 15/02/2014

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