Recensione
Audition

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Audition
(Odishon)

Nazione:
Giappone, Corea del Sud

Anno:
1999

Regia:
Takashi Miike

Interpreti:
Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimuta



Idealmente Audition potrebbe comporre un trittico sui problemi della moderna società nipponica insieme a Battle Royale, film anarchico su una gioventù vessata costretta dal governo a massacrarsi durante una sorta di Grande Fratello che si concludeva con una scena che anticipava, come Fight Club, il crollo delle Torri Gemelle, e Suicide club, incentrato sulla piaga dei suicidi, in particolare quelli di gruppo.

Il film affronta il tema dei rapporti tra uomini e donne, concentrandosi sul maschilismo, approcciandolo con una storia di vendetta e tortura al femminile e incrociando i generi nello stesso film, causando nello spettatore la perturbante sensazione di non sapere che cosa attendersi dalla sequenza successiva, stendendolo definitivamente con un lungo grand-guignol che è diventato il biglietto da visita di Takashi Miike: efferatezza ed estetizzazione. È forse il film in cui Miike dimostra la più totale lucidità nel controllo della materia cinematografica partorendo una creatura raffinata, prismatica, con materiale e linguaggi per almeno altri dieci film.

Se i primi 45 minuti sembrano un mix di dramma esistenziale e commedia con possibili risvolti sentimentali, la seconda parte del film ti prende per le palle e te le inchioda, lasciandoti con incubi e sudori freddi.

Il vedovo Aoyama organizza un’audizione per un film inesistente per esaminare le diverse candidate e sceglierne una come sua futura moglie (con la stessa innocenza con cui si sceglie un pezzo di carne al supermercato), non ponendosi neanche il dubbio che la messa in scena sia un inganno a discapito di giovani donne considerate come oggetti in vendita, privi di sentimenti e di coscienza.
L’ultima ragazza della giornata, Asami, lo colpisce particolarmente, per la sua grazia e la sua fragilità, ma mai come in questo caso la polizia del karma è in agguato.
Aoyama ha mentito, ma anche Asami che ha falsificato il curriculum per nascondere un passato di fallimenti, maltrattamenti fisici ed abusi sessuali che ne comprometterebbero l’aura da donna-geisha ideale.
Le romantiche cene fra i due faranno breccia nel cuore di Asami, ma il suo è un cuore malato.
Quando Aoyama, in preda ai dubbi una volta scoperte le menzogne di Asami (il bar in cui ha dichiarato di lavorare è chiuso da tempo ed il proprietario ucciso dopo essere stato mutilato; un produttore con cui avrebbe avuto un contratto è scomparso da un anno; e le cicatrici da bruciature sul suo corpo sono il segno di un passato che non si può dimenticare), e per non sembrare troppo insistente, esita qualche giorno a richiamarla, scatenerà una furia vendicativa di cui non può neanche immaginare la portata.

A questo punto fotografia e linguaggio filmico utilizzati subiscono un sovvertimento completo, e dai colori e dai toni quasi melensi si passa ad atmosfere infernali, in cui dominano rossi cupi e colori autunnali ad illuminare terribili ombre.

Rimasta seduta a terra china su se stessa per giorni, accumulando rancore e dispiacere per l’ennesima illusione romantica tradita da un uomo, Asami finalmente risponde a una telefonata di Aoyama, con la sua solita voce accondiscendente e remissiva, ma la telecamera ci svela l’orrore che nasconde nella sua casa. In un grande sacco di iuta è tenuto prigioniero un uomo defedato e torturato, ridotto a uno stato bestiale, con alcune dita e la lingua strappate, che esce dalla sua gabbia strisciando per terra come un animale domestico aspettando che la sua padroncina vomiti in una ciotola che gli verrà servita per il pasto.

Il nuovo appuntamento tra Asami e Aoyama non avrà l’esito sperato da quest’ultimo, regalandoci una serie di scene a metà fra il dettaglio estremo, rivelatorie visioni chimiche e flashback sul passato della ragazza che lascia completamente storditi.

E quando pensiamo di aver assistito ad una dose sufficiente di orrori, pedofilia e omicidi (tra cui la miglior decapitazione con cavo d’acciaio che si vedesse sullo schermo dai tempi di Profondo Rosso) inizia lo showdown finale.

Aoyama, steso su un telo di plastica e immobilizzato dalle droghe, è tenuto sotto scacco da Asami, che indossa per l’occasione un grembiulino di cuoio, talmente fetish da essere seducente.
Suoi strumenti di piacere un cavo d’acciaio e spilloni da agopuntura.
In questi momenti cruciali la novella vendicatrice proclamerà la sua prospettiva esistenziale, sintetizzabile nella frase: “Words create lies. Only pain can be trusted” (Il mondo genera menzogne; solo nel dolore si puo’ credere).

E la filastrocca recitata dalla ragazza mentre infila gli aghi sotto le palpebre dello sventurato (il tutto ripreso in una agghiacciante soggettiva) ve la ricorderete a lungo.


Recensione originariamente apparsa su +LoveIsTheDevil+, il blog ufficiale di Lenny Nero.


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Recensione del film Audition
Recensione scritta da: Lenny Nero
Pubblicata il 06/02/2007

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