Recensione
The Haunting - Presenze

The Haunting - Presenze: visiona la scheda del film La delusione è forte, al termine della visione di Haunting - Presenze. Una delusione tale da chiedersi se, effettivamente, in quell’ora e mezza non si poteva fare qualcosa di meglio.

Perché non è possibile che il cinema si riduca a questa presa in giro, dove gli effetti speciali diventano più importanti di componenti a quanto pare ormai relativamente inutili, quali sceneggiatura e dialoghi. Perché, messa da parte la computer grafica, nel film di Jan de Bont (Speed, Twister) non c’è nulla che si possa salvare, nulla.

Perché, maledizione, il film non può non avere una trama. Non c’è, davvero. C’è solo una casa malvagia che vuol spaventare i quattro poveri menteccati che hanno avuto la brutta idea di andare lì dentro. Veramente. E c’è un po’ di psicologia spicciola sul passato di Nel, giusto per fare i pignoli, ma niente per cui valga la pena soffermarsi.

Poi, ecco, ci sono tanti effetti speciali. Mamma mia, quanti. Belli, eh, straordinari per l’anno in cui uscì il film (1999) e sicuramente meritevoli anche oggigiorno. Ma togli questi e cade giù tutto quanto. Restano un professore che imbroglia a fin di bene i tre sfigati volontari al suo esperimento, e la protagonista che scopre un passato legato in qualche modo alla villa. Basta. Scandaloso.

Pure il finale, nonostante la spettacolarità – vuota e sterile, quello che volete, ma sempre spettacolare rimane –, è talmente insulso e privo di significato da chiedersi se per l’epilogo fosse prevista o meno una qualche sceneggiatura da seguire.

Non c’è un briciolo di tensione, in Haunting - Presenze, o, che so, un po’ di paura, di strizza, di gore, o comunque qualche emozione forte che possa far immedesimare con i protagonisti. Mancano addirittura le scene a effetto, quelle create a puntino per fare il classico balzo sulla poltrona. Manco la morte di un personaggio riesce nell’impresa di far scomparire un noiosissimo e svogliato sbadiglio alla bocca.

Già, perché c’è solo noia qui, di quelle bastarde che ti fanno pesare le palpebre 15 chili. Poco più di un’ora e mezza di pellicola, ma, quale spreco. Per quello che effettivamente viene raccontato, ne sarebbe bastato la metà, di tempo.

De Bont dirige in maniera semplice, lineare, quasi passiva. Certo, lo script di David Self (Wolfman), dal romanzo The Haunting of Hill House, di Shirley Jackson, è povero, banale, terribilmente privo di idee, che attribuire tutta la colpa a regista è sicuramente eccessivo. Ma è da Speed che de Bont non ne indovina una di giusta, e quindi, parte nel crimine ne ha parecchia.

I dialoghi sono il perfetto campionario di luoghi comuni da dire, pensare e riflettere in simili situazioni. L’unica cosa positiva è che la tanto usata battuta finale "È finita", con tanto di lacrimoni, faccia sporca e abbracci su abbracci, non viene abusata più di tanto.

Incolore le prove degli attori. Catherine Zeta-Jones ( Houdini - L'ultimo mago, La leggenda di Zorro) sarà bellissima e affascinante da rimanere a bocca aperta, ma a parte qualche pianto e qualche urletto ben riuscito, non fa assolutamente niente per differenziare il suo personaggio dallo stereotipo dell’artista viziata alle prese con i fantasmi che fanno bù!

Male anche Liam Neeson (After Life, Batman Begins, Darkman), inespressivo come non mai, incapace di dare un po’ di vitalità a uno scienziato alle prese con i sensi di colpa. Sono troppe le scene in cui appare fuori parte, quasi spaesato, recitando dialoghi piatti ai quali probabilmente neanche lui stesso ha creduto.

Terribile Owen Wilson (Anaconda, Starsky & Hutch), completamente fuori parte. A interpretare il personaggio simpatico della situazione dovrebbe essere perfetto, con quel suo faccione da schiaffi, invece cerca una via un po’ più seriosa, più adatta alle atmosfere del film, risultando però in molte parti addirittura fastidioso. Meglio che torni alle commedie leggere – genere in cui se la cava egregiamente – e che lasci l’horror a chi lo sa fare.

Solo Lili Taylor (The addiction - Vampiri a New York) regala un’interpretazione sufficiente, discretamente in parte e con un buon bagaglio di espressioni facciali.

Certo, la sceneggiatura rovina anche il minimo sforzo affinché i protagonisti risultino credibili, e difatti, ahimè, il risultato finale è più che evidente. Ma che si può fare, ora, oltre ad arrabbiarsi?

Musiche buone, con giri di piano e archi assai eleganti, ma purtroppo mai sinistri o che incutano timore. Sarebbero state ben più adatte per un film di Tim Burton.

Cosa resta, quindi? Tolta quella maledetta computer grafica, il film si ritrova a essere un debole scheletro che difficilmente può stare in piedi da solo, privo com’è di una struttura solida e di una buona recitazione.

Haunting - Presenze è un film horror addirittura troppo patinato, pensato, scritto e realizzato per gente che con l’horror non ha niente a che vedere. Ma, probabilmente, neanche gli stessi autori non devono avere, come dire, un legame particolarmente forte con il genere.


Titolo: The Haunting - Presenze
Titolo originale: The Haunting
Nazione: USA
Anno: 1999
Regia: Jan DeBont
Interpreti: Liam Neeson, Lili Taylor, Catherine Zeta Jones, Marian Seldes, Bruce Dern, Virginia Madsen

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Recensione del film The Haunting - Presenze
Recensione scritta da: Simone Corà
Pubblicata il 14/02/2013

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