Recensione
The Horsemen

The Horsemen: visiona la scheda del film L’avreste mai detto? Ora anche gli emo-frignoni hanno il loro Se7en-manifesto sotto forma di The Horsemen, un terribile pasticcio montato ad arte da quel (cinematograficamente parlando) produttore-criminale che risponde al nome di Michael Bay.

In realtà ormai non ci sarebbe più bisogno di spendere tante parole su certi lungometraggi, basterebbe limitarsi a scorrere i nomi delle case di produzione coinvolte. Ghost House Picture? Bleah! Platinum Dunes? Doppio Bleah! condito al remake. Ma, chiaramente, non è possibile limitarsi a una pratica così sana e bisogna spendere qualche parola in più.

Ed ecco quindi che mi immagino il brainstorming per partorire l’idea di base di una macelleria di così basso livello: i colpevoli si saranno riuniti in uno di quei ristoranti/wine bar tanto alla moda descritti così bene da Bret Easton Ellis e lì, fra un melograno al caviale e un cosciotto di canguro alle spezie lunari, lo sceneggiatore Dave Callaham avrà sparato la sua idea: “Ragazzi, David Fincher ha fatto una palata di soldi parlando dei sette peccati capitali, io vi dico che se riusciamo a fare un thriller con i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse ce la caviamo alla grande!”.
Il ragazzo ha scritto la sceneggiatura di Doom, cavoli e perdindirindina, quindi perché non accettare il tutto e mettere sul piatto almeno venti milioni di dollari per realizzare lo scempio?

E da questo abominio di punto di partenza si procede sui consueti binari: sceneggiatura sessista e lacustre, assenza di filo logico, incapacità di ricerca nei confronti del tema trattato (con conseguenti gravissimi strafalcioni sia in campo religioso che medico, per tacere delle procedure obbligatorie di polizia o della psicologia dei personaggi, che sarebbe pretendere troppo), ricorso a un regista privo di passato (i soliti video musicali e pubblicità e il “a tratti insopportabile a tratti divertente” Spun in curriculum) che affronta il tutto come se dovesse filmare l’ultimo video della boyband di turno (“splendidi” alcuni inutili primissimi piani come quello della sigaretta accesa o certe riprese dall’alto, in particolare in presenza di scale) e arruolamento di un nome famoso ma in costante declino come Dennis Quaid per nobilitare un cast che vanta comunque altri due o tre nomi di un certo spessore (Peter Stormare, la splendida Ziyi Zhang).

Mischiate il tutto con una intollerabile dose di angst adolescenziale, trattata con il consueto stile “l’ho letto su Vanity Fair quindi accade sicuramente così” e qualche incursione nel kinkyfield delle pratiche di sospensione (di nuovo, senza il minimo collegamento o motivazione e con il solito, insopportabile approccio patinato) e comincerete a comprendere quale disastro attenda l’incauto spettatore.

Ovviamente anche in The Horsemen il detective deve avere il trauma, nessuno riesce a fare il suo normale lavoro nei film americani se non ha un trauma devastante alle spalle, e il bello è che il trauma di Aidan non sposta assolutamente nulla durante tutto il lungometraggio: workaholic era prima della morte della moglie, workaholic rimane anche dopo e molto probabilmente continuerà a esserlo alla fine dei tragici eventi.

Tacciamo poi dei quattro killer, una scalcagnata banda di emo-nerd dei quali solo uno ha motivazioni sufficientemente solide per portarlo a tale condotta, mentre alla base delle mosse degli altri tre ci sono avvenimenti tipo “dio mio sono gay, mio fratello mi odia” o “acciderba, mia moglie scopa con un altro” e simili facezie, roba che allora tenetevi perché io dovrei diventare Attila-Hitler al confronto e chiunque con dei veri problemi disintegrerà la galassia domani mattina sul presto.

Il confronto finale strappa ovviamente più di una risata da tanto non ci si crede che il problema fosse tutto lì, e non ci sono grandi spazi di manovra per ovviare all’immane tedio cui ci sottopone questo mare di dialoghi banali, di indagini da mentecatti e di rivelazioni teleguidate.

Gli omicidi sono poco interessanti per chiunque di voi abbia sfogliato anche solo una volta qualche rivista di tatuaggi e piercing e non rimane altro che affidarsi a Eric Broms che riesce a fotografare una Winnipeg affascinante, avvolta dal gelo e che al gelo reagisce emettendo mille pennacchi di fumo dai tetti. Tolto questo che altro?
Dennis Quaid, da quando gli hanno sontuosamente spaccato la schiena in Ogni maledetta domenica, continua a fare la stessa smorfia ma è attore che ha sempre e comunque una professionalità mostruosa e piacerebbe vederlo impiegato di più e meglio.

Il regista Jonas Åkerlund ha filmato uno dei miei clip preferiti di sempre, ovvero Smack my bitch up dei Prodigy, obbligatorio pretendere da lui ben altro che queste quattro ovvietà di figli che si fanno i tagliuzzi sui bracci e si bruciano con lame roventi sul petto per lamentarsi di genitori che non capiscono il loro piccolo mondo di dolore, tristezza e pettinature idiote.

The Horsemen: triplo Bleah!


Titolo: The Horsemen
Titolo originale: The Horsemen
Nazione: USA
Anno: 2009
Regia: Jonas Akerlund
Interpreti: Dennis Quaid, Ziyi Zhang, Lou Taylor Pucci, Peter Stormare, Barry Shabaka Henley, Neil McDonough, Patrick Fugit

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Recensione del film The Horsemen
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 07/02/2009

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