Recensione
Inside Man

Inside Man: visiona la scheda del film Ogni film di Spike Lee è prima di tutto un atto di amore a New York e in questo caso il suo personalissimo joint/peana inizia a razzo fin dai titoli di testa che mostrano, parallelamente alla partenza dei “fantastici quattro” verso il teatro dell’azione, squarci inusitati e poco visti della Grande Mela, con enormi e imperturbabili sfingi di pietra che guardano lontano, distante dai miserabili affanni delle formiche sottostanti.

È, perlomeno nei primi, stupendi minuti, lo Spike Lee efficace regista di clip commerciali: montaggio al millimetro (ma non tourettiano), attenzione verso gli oggetti, salda comunione d’intenti e perfetta intesa con il talentuoso direttore della fotografia Matthew Libatique qui alla sua seconda collaborazione con il regista (Lei mi odia in precedenza) e che ripete, migliorandosi, il già simile lavoro impostato in occasione di Phone Booth, autentico tesoro d’esperienza per le sue luci e pellicole in vista di questo capolavoro.

Spazio ai travolgenti Punjabi MC (che aprono e chiudono il circolo) e un uomo in una angustissima cella ci spiega di essere, in realtà, free as a bird. Clive Owen/Dalton Russell parte subito alto citando il Bardo, fine del flash forward e torniamo all’azione. Lee eredita un banale crime movie (doveva dirigerlo Ron “Cocoon” Howard ma alle volte Dio esiste anche a Hollywood) e lo trasfigura in una delle più belle rapine in banca mai viste sullo schermo non dimenticando occasionali spintonate politiche (gli uomini di potere sembran tutti mummie o virago perennemente impegnati in vacui banchetti e riunioni), sociali (bastonata “in the face” alla violenza di 50 cent e consimili, allargabile anche alla critica dei padri assenti che lasciano i figli a videogame poco ludici e molto sadici) e infine morali (le gesta di molti dei protagonisti, le loro decisioni, parlano più chiaro di mille libelli).

È questa la chiave della continua evoluzione di questo cineasta, quel continuo specchiarsi e volersi distaccare dalle trappole di una militanza nera assoluta che lo avrebbe condannato a rigirare in eterno lo stesso film, quel graduale distacco dai temi cari trascinandosi però dietro per sempre i nuclei importanti di quanto fatto e affermato in passato. Ecco quindi che Lee sa bene che il suo primo “obbligo” verso lo spettatore, in questo film “su commissione”, è imbastire due ore di spettacolo coinvolgente. Gioco fin troppo facile se si può contare su una sceneggiatura fluida, ricca di trovate e dai dialoghi brillanti come quella proposta dall’esordiente Russell Gewirtz (alcuni script televisivi nel suo curriculum) in grado di spaziare dall’adrenalina all’ironia (quando non direttamente nella comicità) senza dimenticare intreccio e mistero. Cinquanta ostaggio rinchiusi, obbligati a vestirsi come i rapinatori, tutoni e volto coperto. Polizia in stallo, confusione generata con ottima pianificazione (i banditi ogni tot di tempo infiltrano uno di loro fra gli ostaggi, impedendo ogni possibile riconoscimento futuro per esclusione). Su un copione del genere a Spike Lee non resta che esibire tutta la tecnica di cui è capace ed è quindi un continuo, mesmerizzante diluvio di controcampi, plongée e steady cam(s) a far sentire il loro assillante fiato sul collo dei protagonisti.

Protagonisti che, è necessario sottolinearlo con incisività, formano un cast di rara, rarissima bravura., dal primo dei divi all’ultimo dei caratteristi. Denzel Washington (da tempo immemorabile non fornisce prove men che convincenti e in Italia viene doppiato in modo stupendo) riveste panni già indossati del negoziatore ma ci aggiunge maggiore aggressività, ironia e tratteggia un dandy (alcuni vestiti sono al limite del buon gusto) arguto sfumato fra Bene e Male, Legge e Crimine. Stesso gioco di equilibrio morale (speculare e contrario) per un Clive Owen mai così convincente sia quando ci mette il volto sia quando se lo copre. Robustissimi i co-protagonisti da una Jodie Foster finalmente perfida e “puttana” (e ci auguriamo che l’attrice rispolveri di quando in quando questa vena) a un Willem Dafoe quantomeno straniante (il suo volto stride con l’uniforme da poliziotto, ma è un contrasto interessante).

La trama procede fluida, di svolta in svolta, fino a una serie di pre-finali che portano lo spettatore alla sorpresa di un happy (?) ending necessario, in grado di saldare i conti con il passato. Trama avvincente, tensioni razziali (impagabile il quadretto sul turbante “rubato”), citazioni esplicite (inutile dirlo, Quel pomeriggio di un giorno da cani), quadretti comici (la moglie albanese, il litigio fra poliziotti sulla risposta da dare al quiz dei banditi), uso del flash forward che rasenta la perfezione; questo e altro ancora nel frullatore di Spike Lee. Il tutto condito dalle musiche di Terence Blanchard e, nel finale, sui titoli di coda, torna Punjabi MC.

Chapeau.


Titolo: Inside Man
Titolo originale: Inside Man
Nazione: USA
Anno: 2006
Regia: Spike Lee
Interpreti: Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Willem Dafoe, Waris Ahluwalia, Ashlie Atkinson, Robert Bizik, Ed Bogdanowicz, Cherise Boothe, David Brown

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Recensione del film Inside Man
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 09/04/2006

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