Recensione
Hostel 2

Hostel 2: visiona la scheda del film Prima di poter parlare ed esaminare con la dovuta tranquillità di Hostel Part 2, remake del primo Hostel, occorre spazzare il campo da alcune questioni che con l’analisi della pellicola non c’entrano o, perlomeno, non interessano al sottoscritto.

Non parliamo quindi del battage pubblicitario e del rumore mediatico di fondo organizzato ad arte da Eli Roth (in questo campo un vero e proprio maestro): chi è entrato in sala con delle aspettative (di qualsiasi segno esse fossero) dovrebbe imparare a cercare di lasciarle da parte per non influenzare la visione e il giudizio.

Parimenti, cerchiamo di lasciare il campo morale fuori dal cinema o, se lo lasciamo entrare, vediamo di ricordarci sempre che si tratta di effetti speciali, di sangue finto e di carne di plastica.
IT’S ONLY A MOVIE, per favore, cerchiamo di mettere sempre tutto nella giusta prospettiva. Siamo di fronte all’analogo filmico dei 15 minuti di fama pop di una qualsiasi boy band o della stagione di successo di qualche ballerino della De Filippi, mi sembra assurdo imbastirci sopra qualche filippica sulla morale deviata e sulla pornografia della violenza. Sarebbe probabilmente sbagliato anche di fronte a opere d’arte quali un film di Kubrick o di Cronenberg, figuriamoci di fronte a un popcorn movie.

Lasciamo fuori anche altre cose, ancora più detestabili. Quelle frasi del tipo "Roth o lo si ama o lo si odia", "Chi non ha gradito il primo film non gradirà nemmeno questo" e altre cose simili sono tanto prive di senso quanto inutili al fine di ogni possibile discussione.

Back in the hostel, quindi.
E back a un Eli Roth che conferma drammatici limiti di scrittura che non vengono riscattati da una regia piatta, priva di stile e personalità, nel bene e nel male.
I problemi di questo Hostel 2, peggiore rispetto al primo sotto molteplici punti di vista, cominciano a partire dalla struttura stessa dello script, che mostra come il regista sia tanto robotico quanto incapace di imparare dagli errori.

Vi è una sproporzione enorme fra una prima fase, lunga e lentissima, di quella che Roth suppone essere costruzione delle psicologie e delle atmosfere e una seconda fase con due torture all’acqua di rose per poi sfociare in un finale con coda che più scontato e prevedibile non poteva davvero essere.

Finale, psicologie, motivazioni e sottotesti vari sono il tipico esempio della peggiore approssimazione che si possa raggiungere durante la fase di concepimento di un film.

Non posso pretendere che, decidendo di occuparsi di cattivi riccastri che comprano e torture donne, Roth si sia premurato di approfondire in maniera esaustiva l’argomento ma almeno una lettura sbrigativa di un bignamino minimo gli sarebbe tornata poi utile, farsi anche solo un’infarinatura di un Colin Wilson o di Marshall McLuhan avrebbe potuto aiutarlo a dar vita a personaggi e situazioni di maggiore spessore e più adeguati. E, badate bene, ci volevano davvero poche ore di lettura e studio.
Invece no e quindi tocca sorbirci sia una critica al capitalismo/occidente che fa sorridere per la sua pochezza e faciloneria (in questo Roth è degno contraltare del suo “nemico” Bush) sia più di cinquanta minuti sprecati a realizzare quel che sugli albi di Topolino si compie in mezza vignetta con molta più incisività.

Le tipologie dei 5 protagonisti sono così monodimensionali, stereotipate e banali da far rimpiangere la varietà di un qualsiasi episodio di Venerdì 13: basta la prima inquadratura di ognuno di loro per permettere anche al meno smaliziato degli spettatori la totale comprensione del passato e del futuro dei vari personaggi.

Salve sono la nerd del gruppo, sognante, goffa, romantica e con problemi psicologici di varia natura. Morirò presto.

Hey! Sono la vacchetta facile del gruppo, cercherò di darla via appena possibile magari sbronzandomi, in realtà sono invidiosa delle doti altrui visto che io so solo ballare, sculettare e regalarla. Morirò anche io.

Ciao. Sono l’intelligente, riflessiva, misteriosa criptolesbica del gruppo. Ho trauma pregresso e soldi a palate, entrambi chiara chiave della mia futura sopravvivenza. A ogni costo, in tutti i sensi.

Sono l’uomo d’affari pieno di energie e sete di potere di ogni tipo, mi voglio mettere alla prova a ogni modo, scoprirò che mettersi alla prova evidenzia i propri limiti a chi pensa di non averne. Sono spendibile quindi morirò.

Ehm, buongiorno. Sono l’altro uomo d’affari, sfigato, pochi soldi, con famiglia e pulmino giallo della scuola che mi raccatta i figli sotto casa che fa tanto middle-class. Penso di avere troppi limiti e quindi quando mi metterò alla prova sarà per me una sorpresa scoprire di averne meno di quel che pensavo, ma "mia moglie" me la farà pagare completando una castrazione che dura da anni. Come? Ah, beh, sì, chiaro che morirò…

Dimenticavo!
Ciao, sono la slovacca muccalenta algida, stupenda, perfida. Sembro darla a perdere anche io invece no perché sono solo uno strumento del Male indifferente e indifferenziato. Servo a far sospirare i maschi al cinema e a far riempire due righe a chi scriverà del film e parlerà di quanto sono bella. Sono già morta quindi anche se morirò sai che perdita.

Basta un 30 secondi per personaggio e siamo a posto.
Sarebbe già un problema sorbirsi queste pochezze psicologiche per 90 minuti in un film di Stanley Kubrick, figurarsi in una pellicola dove per più della metà del tempo non fanno altro che ribadirti la primissima impressione ogni istante, tramite ripetizione sfiancante del concetto veicolata con situazioni pietose e dialoghi da denuncia.

Per fortuna si incappa in qualche volto interessante quale quello di Richard Burgi (Sentinel, Desperate Housewives) o Roger Bart e sopra ogni altro una Heather Matarazzo che, pur incapace di fuggire dalle scuole medie (e non ne uscirà fuori se non per, fra qualche anno, rientrarci nel ruolo della professoressa zitella, se continua di questo passo), regala, una volta messa a testa in giù, un coraggioso seno e delle prodigiose vene del collo in stile Incredibile Hulk.

Se mr. Roth ha questa pochezza nei confronti delle psicologie, cosa pensate che possa combinare a livello antropologico e sociologico?
Esatto, la stessa approssimazione mortifera e cafona, razzista e ignorante.

Non è come dipinge gli italiani (burini, brutti, vestiti con le maglie di calcio, unti e con la barba sfatta ecc ecc) ma i singoli dettagli che disturbano.
Vuoi dipingerci così? Nessun problema, siamo anche peggio o comunque non importa, ma informati, spreca 5 minuti del tuo prezioso tempo ed entra in un qualsiasi cesso della Stazione Centrale o Termini e copia le scritte che vedi, invece di inventarti slogan che non esistevano nemmeno nei film di Pierino.
W la f**a sui treni non lo scrivono nemmeno più i bambini alle elementari.
Invece no e quindi giù di italiani burini, slovacchi cinghiali e mentalmente tarati, zingarelli sporchi e in preda al turpiloquio monotono e così via, in una estetica/etica così sciatta e poco “informata” che inevitabilmente corrompe ogni singolo aspetto del film.

Le location, a tratti splendide (le terme, alcune stanze), sono neutralizzate da una fotografia priva di guizzi e un art department svogliato e, mentre sonnecchiavo come Beth nell’acqua lattiginosa delle terme, sognavo cosa avrebbero potuto combinare un Paul Lafer o un Matthew Libatique, un Tom Foden o un Alex McDowell alle prese con posti del genere, immaginavo l’impatto della scena nel bagno nel sangue "alla Contessa Bathory" (comunque uno dei pochi elementi riusciti dell’intero film) in mano ai signori sopraccitati…

Potrà anche essere furbo andare a girare nell’Europa dell’est per risparmiare qualche soldino, ma se i dollari risparmiati si vedono tutti a livello di rendimento generale di cast e troupe allora la scelta assume carattere antieconomico e deficitario.

Lasciamo perdere i vari cameo, divertenti quanto si vuole ma in definitiva superflui, fini a se stessi e buoni solo a far bis-masturbare una fetta di pubblico ancora legata nostalgicamente a una scena cinematografica morta da secoli e che andrebbe seriamente valutata cercando di inquadrarla all’interno della storia del cinema per quello che è realmente valsa, lontano dai facili entusiasmi giusti-ghezziani e, chiaramente, a pari distanza da critiche negative frutto di pregiudizi e scarsa obbiettività.

E in Hostel Part 2 dov'è l’orrore? Il terrore, il gore, lo splatter, la violenza, chiamatele come vi pare, dove sono?
Da cosa è motivato il caro VM 18 che riesce ad assicurare tanta pubblicità gratis?
Due teste tagliate, un pisello dato in pasto ai cani e una pucciata nel sangue?
Questa è il gran coraggio di Eli Roth?

Abbiamo di nuovo memoria corta se ci troviamo in fregola per due robette del genere, rispetto a quanto visto negli ultimi 30 anni di storia del genere horror. Allora cosa dobbiamo fare anche solo di fronte al Masters of Horror di Takashi Miike o a molti altri suoi lavori, svenire e vomitare? Lui, quando le donne le appende, poi non distoglie lo sguardo e piazza in camera il vero Male assoluto...

Ritengo di avere sulle spalle un buon numero di visioni di film simili a questo e ritengo anche che tutte queste visioni non abbiano creato assuefazione o diminuzione di sensibilità nei confronti della violenza.
Se mi scopro a provare più sofferenza e disagio quando vedo Beth correre a piedi nudi nel bosco pensando a quanto le possa far male, rispetto al precedente bagno di sangue, vuol proprio dire che qualcosa non riesce a ingranare nelle torture di Roth, che rimangono puri esercizi grafici privi di potere vuoi perché non si è investito prima nelle psicologie (e quindi non ce ne può fregare meno di chi muore e chi vive, oltre al saperlo già) vuoi perché al regista manca l’intuito, l’immaginario e la fantasia per destare l’incubo.

La scelta poi di virare verso la comicità proprio una volta che si entra nelle stanze della tortura non aiuta certo al build up della tensione, lasciandoci con un coito interrotto, se mai avessimo avuto intenzione di iniziarne uno.

A livello di violenza o sesso Hostel Part 2 non ha un tasso superiore di tante, tante pellicole viste di recente e non si capisce francamente cosa possa spingere a denunciarlo o esaltarlo rispetto al branco. A ben vedere Roth conferma di essere più un abile poseur che un artista capace di offrire qualche tipo di visione innovativa e certi tentativi d’autore (il teatrino alla Punch and Judy con tanto di Minotauro divoradonne durante la festa del paese) rasentano il pietoso per quanto sono urlati e appiccicati a caso.

Non stia in agitazione il buon Roth per il futuro del genere horror: non passa settimana senza che esca qualche film migliore dei suoi, la scena è florida ed eterogenea. Quando finalmente si dedicherà a qualche remake di Porky’s l’horror potrà tirare un sospiro sollievo e il genere comico demenziale avrà trovato un nuovo campioncino.

State alla larga da Hostel Part 2, dove il Male ha la stanca faccia dei due cagnoni molli e tristi a guardia della villa del cattivone.


Recensione originaria apparsa il 20/06/2007 su Mal-pertuis, il blog ufficiale di Elvezio Sciallis.


Titolo: Hostel 2
Titolo originale: Hostel Part II
Nazione: USA
Anno: 2007
Regia: Eli Roth
Interpreti: Jay Hernandez, Lauren German, Heather Matarazzo, Bijou Phillips, Vera Jordanova, Roger Bart, Richard Burgi, Milan Knazko, Stanislav Ianevski, Edwige Fenech, Ruggero Deodato

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Recensione del film Hostel 2
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 04/03/2009

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