Recensione
Maniac

Maniac: visiona la scheda del film Il palcoscenico è quello di una Cannes imbellettata e seriosa, ma c'è ugualmente curiosità e fermento per la primissima di Maniac, remake dell'omonimo film diretto nel 1980 da William Lustig.

Sarà per la presenza di Elijah Wood (Il Signore Degli Anelli, Sin City) nel ruolo di protagonista, alle prese con la pesante eredità costituita dallo sguardo allucinato e dai connotati parecchio psicotici di Joe Spinell (che resero iconico ed efficace il suo "maniaco"), e con la necessità di dimostrare al mondo di essere più di un eterno hobbit.

O sarà perché la sceneggiatura è firmata Alexandre Aja (in passato regista di Alta tensione, Le colline hanno gli occhi, Riflessi di paura e Piranha 3D), vero e proprio enfant prodige (seppur assorbito dalla remake-mania) del mondo del cinema horror francese.

Sotto la regia di Franck Khalfoun (-2: Livello Del Terrore) gli anni ottanta rivivono nel Grand Théatre della Croisette per un'ora e mezza che scombussola un po' le vegliarde nobildonne presenti in sala ma che appaga la maggior parte del pubblico incravattato.

Forse perché fra di loro c'è chi trent'anni fa si era appassionato alle vicende di Frank, omicida seriale di giovani donne e collezionista di macabri manichini "addobbati" ad arte con i souvenir strappati (letteralmente) alle sue vittime.

È principalmente a loro, ai nostalgici, che Khalfoun e Aja regalano il film versando tributo a un cult un po' dimenticato e a una decade dove il "movie" non era "b" per scelta ma per necessità: non mancano le piccole variazioni, ma la riverenza nei confronti del passato è evidente.

Maniac datato 2012 ha quell'eco crudo ed essenziale degli anni '80 (fin dal cubitale titolone ripreso paro paro) potenziato da un'ambientazione urbana degradata, covo ideale delle psicosi di Frank, personaggio che qui perde la carica visiva di Spinell ma acquisisce la perfetta zoppicante timidezza di Wood e dei suoi tremolanti occhi azzurrissimi.

Se sul fronte "trama e sviluppo" c'è poco (o nulla) di nuovo, Khalfoun rimescola le carte privandoci delle scene più memorabili dell'originale (la lunga sequenza in metropolitana e il Savini-moment in auto) ma reinventandosi scene di morte più crude del previsto e sufficientemente creative. I riflettori, di tanto in tanto, vanno ad illuminare l'oscura predilezione di Frank per i suoi adorati manichini e l'ossessione legata alla figura materna da cui deriva l'intolleranza maniacale rispetto alla lascivia femminile.

Le frequenti sequenze girate in soggettiva sono il modo per "entrare" nella mente disturbata di Frank, le locations sottolineano come una metropoli fredda e depersonalizzante sia l'habitat perfetto delle indecenti patologie personali.

Per gli esteti c'è qualche preziosismo (la Goodbye Horses resa celebre dal Buffalo Bill de Il Silenzio degli Innocenti rivive in uno dei momenti più divertenti e violenti del film) e una raffica di effetti speciali pregevoli. Eppure qua e là la sensazione è quella di una conduzione molto (forse troppo) preoccupata di non uscire dallo spartito di Lustig, aggiustandolo solo a un'epoca recente dove, per esempio, Frank si "evolve" utilizzando una chat room per reperire gli scalpi necessari a saziare le sue psicosi.

Il remake di Maniac risulta dunque un'operazione di sufficiente qualità, con un cast solido che fa diligentemente la propria parte, una sapiente penna sceneggiatrice che aggiusta il tiro piazzando abbastanza sangue da appagare i vampiri cinefili senza tuttavia allontanare gli stomaci deboli. Un'equazione commerciale col minimo tasso di rischio dove a volte la ruffianeria sorpassa la fantasia, ma con stile.

Ma di quanti altri bei film ci dimenticheremo prima che un comodo rifacimento/reimmaginificazione (dal budget generoso) ci serva la "focaccetta" calda e comoda?


Titolo: Maniac
Titolo originale: Maniac
Nazione: Francia, USA
Anno: 2013
Regia: Franck Khalfoun
Interpreti: Elijah Wood, America Olivo, Nora Arnezeder, Morgane Slemp, Liane Balaban, Sammi Rotibi, Sal Landi, Genevieve Alexandra

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Recensione del film Maniac
Recensione scritta da: Luca Zanovello
Pubblicata il 30/05/2012

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