Recensione
Prisoners

Prisoners: visiona la scheda del film Se vogliamo considerare Prisoners semplicemente un thriller, allora non c’è che dire, è un gran bel thriller.
In effetti questo titolo del "film di genere" ha molto: un detective brillante e con diversi anni di carriera alle spalle che finisce per lasciarsi coinvolgere sentimentalmente nel caso, un serial killer mosso da un oscuro progetto, un mistero ben costruito.

Eppure c’è anche dell’altro. E proprio questa è insieme la forza e la debolezza del film.

L’ultimo lavoro di Denis Villeneuve (La donna che canta) ci viene presentato fin da subito (e anche dal trailer si vede che si tiene molto a fare emergere questo aspetto), come una storia sconcertante, che mostra come ogni essere umano possa tramutarsi in un mostro per amore.

Hugh Jackman (The Prestige) interpreta la parte di Keller Dover, un uomo buono come il pane, anzi di più, un padre di famiglia, anzi esageriamo, un onesto falegname americano, che non esiterà a trasformarsi in sanguinario aguzzino quando sua figlia e la sua piccola amica saranno rapite da un maniaco. Hugh arriva a sequestrare un ragazzo ritardato, Alex - reso con notevole credibilità da Paul Dano (Looper - In fuga dal passato), che evidentemente ha trovato la sua vocazione nel recitare nel ruolo dello scemo del villaggio, complice anche la sua faccia non troppo brillante - a rinchiuderlo in un bagno e a seviziarlo per giorni e giorni pur di ottenere qualche informazione.

Ma Prisoners è anche un film di grandi attori. A Hugh Jackman si affianca Jake Gyllenhaal (Donnie Darko, Zodiac), nei panni dell’acuto investigatore Loki. In altre recensioni, si fa notare come qui Hugh, smessi gli artigli e le basette di Wolverine, dia prova di grande capacità interpretativa, rispetto alla quale quella di Jake risulti inevitabilmente scialba. Non sono d’accordo. Entrambi gli attori si sono comportati bene, e in assoluto ritengo addirittura l’ex cowboy di Brokeback Mountain un professionista più capace rispetto a Hugh Jackman.
Il problema sono i personaggi.

Non solo il detective Loki e il falegname Dover, ma anche tutti i personaggi secondari sono caratterizzati da un dimensione psicologica piuttosto piatta. Rispetto al suo collega, Jackman è stato fortunato: Keller ha quanto meno uno scopo, uno straccio di storia alle spalle e una situazione difficile da vivere. Per recitare una parte del genere non serve molto più di un’espressione arcigna e di qualche lacrimuccia ogni tanto.

Ma il povero Jake cosa poteva fare? Del suo personaggio non sappiamo NULLA. Ci viene dato qualche input: la telecamera indugia spesso sui suoi tatuaggi da ex galeotto o sul suo anello d’oro da fare invidia al divino Otelma, ma che altro?

Per 153 minuti ci chiediamo chi sia questo tamarro con la pancetta travestito da poliziotto, perché prenda così a cuore questa indagine, forse anche lui aveva un figlio che è stato rapito da un maniaco? O un fratello? O un nipotino, o un criceto, insomma qualcosa? E poi questo tic, questo strizzare continuamente gli occhi che alla fine mi si è attaccato e che, quando sono uscito dalla sala cinematografica, mi ha fatto sembrare uno spettatore molto colpito che continuava a sbattere le palpebre per l’incredulità…
Insomma, un sacco di carne sul fuoco, lasciata lì a bruciare.

E questo è un po’ il problema di tutta la pellicola: tante buone premesse, ma poi non si riesce mai ad arrivare fino in fondo, a calcare completamente il piede sull’acceleratore.

Alcuni elementi sembrano buttati dentro alla rinfusa, come se lo sceneggiatore avesse avuto per la testa tanti elementi interessanti e che poi non è riuscito ad organizzare in maniera organica. E probabilmente così è stato.

Ricorre spesso il tema del labirinto, anche a livello grafico (basti guardare il trailer), ma poi non viene spiegato perché i bambini rapiti siano costretti a completare questi enigmi se vogliono avere una speranza di tornare a casa. Viene introdotto il tema della tortura e poi il tutto si limita a un fracco di pugni in faccia.

Certo, la faccia di Alex gonfia come un peperone e grondante di sangue dopo le percosse fa una certa impressione, però non abbastanza, all’intero del film intero, per essere considerata splatter, eppure troppo per passare inosservata.

Anche alla fine, quando si scopre il motivo primo che ha portato l’assassino ad agire per anni di onorata carriera (tranquilli, niente spoiler), la spiegazione appare poco credibile.

Ultima critica: i dialoghi della scena iniziale. Capisco che il regista volesse creare un clima famigliare, quotidiano, anche banale, con l’allegra festicciola tra vicini e tutto quanto, però qui si esagera. Le battute sembrano prese direttamente da un telefilm di serie Z, talmente scontate che pare di seguire il film col copione sotto il naso. È una tendenza che torna ad affiorare anche più avanti, in qualche punto, ma decisamente in modo più sporadico, forse anche perché si è troppo presi dall’azione per farci caso.

A parte queste (non poche) pecche, Prisoners resta comunque un’opera valida, con una buona regia dai toni cupi e una buona sceneggiatura (a eccezione dei maledetti dialoghi). L’intreccio è divertente da seguire e non mancano i colpi di scena, anche se, a volte, si riescono a fare alcune deduzioni prima dei personaggi, tuttavia con uno scarto di solo qualche secondo. Il che non infastidisce affatto. Rende tutto più interessante.

Una nota di merito va fatta anche al personaggio di Nancy Birch (interpretato da Viola Davis, Disturbia), la madre dell’altra bambina rapita, per la scelta non banale di non impedire a Keller di usare ogni mezzo pur di ottenere la verità da Alex, eppure nemmeno di aiutarlo. Un comportamento molto contraddittorio e, per questo molto umano.


Titolo: Prisoners
Titolo originale: Prisoners
Nazione: USA
Anno: 2013
Regia: Denis Villeneuve
Interpreti: Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo, Paul Dano, Dylan Minnette, Zoe Borde

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Recensione del film Prisoners
Recensione scritta da:
Pubblicata il 24/11/2013

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