Recensione
The Witch

The Witch: visiona la scheda del film

The Witch: leggi la trama del film

The Witch
(The Witch)

Nazione:
Canada, USA

Anno:
2015

Regia:
Robert Eggers

Interpreti:
Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw, Lucas Dawson, Ellie Grainger, Julian Richings, Bathsheba Garnett



The Witch è un film di Robert Eggers che ha riscosso un premio alla regia al festival di Sundance 2015 e che arriverà nelle sale italiane nell’estate 2016. Si può ascrivere al filone dei film su streghe e stregoneria che, pur potendo vantare parecchi titoli, non si è mai distinto in modo particolare dal punto di vista qualitativo, fatta eccezione per alcuni titoli sparsi.

Per cercare di comprendere meglio diversi aspetti di The Witch e in particolare il motivo del suo grande successo di critica, può essere utile fare alcuni passi indietro e guardare ad altri due titoli che hanno segnato in modo indelebile, anno dopo anno, la storia dell’horror contemporaneo.

Ci sono somiglianze, punti di contatto e affinità fra The Babadook (2014, Jennifer Kent), It Follows (2014, David Robert Mitchell) e il presente capolavoro firmato da Robert Eggers?

Per quanto mi riguarda è proprio attorno a questa triade che si giocano le sorti del cinema horror contemporaneo, nel giro di pochi, intensi anni che saranno ricordati a lungo nella storia di questo genere.

Tutti e tre i titoli vantano dei personaggi femminili di gran spessore, che non ricadono nelle consuete categorie tassonomiche e che sono protagoniste involontarie di uno incontro con delle forze soprannaturali.

Tutti e tre i film non rendono chiara, definita e certa la minaccia, ma in nessuna delle tre pellicole vi è il minimo dubbio sul fattore sovrannaturale e sulla sua esistenza concreta.

Non essendo figure stereotipate, le protagoniste di questi titoli si confrontano in modo atipico con l’antagonista e anche gli esisti finali di questi incontri/scontri sembrano puntare molto più a una convivenza con la minaccia che a una vittoria di qualche parte in conflitto. È da rimarcare che parte dell’originalità delle protagoniste sta nel loro non aderire ai dettami morali standard e patriarcali tipici delle rispettive epoche nelle quali “vivono”.

Sono tre pellicole di non-comformità, senza che questa si manifesti attraverso schemi di aperta ribellione o rifiuto.

Tutte e tre le pellicole puntano molto di più sulla costruzione dell’atmosfera e sul terrore psicologico che su violenza, confronti fisici espliciti, sangue, splatter e gore. Hanno un andamento pacato, da slow burner, che bada all’accumulo di segni, sospetti, ansia e paura ma che raramente scoppia in esplosioni di violenza e caos e la loro è una intensa visceralità psichica più che fisica.

In tutti questi titoli è ben evidente un forte sottotesto di tensione sessuale, derivi esso dalle modalità di contaminazione di It Follows, dall’entrata di Thomasin nella pubertà o dal protratto stato di vedovanza della protagonista di The Babadook.

Non è nemmeno il caso di parlare di sottotesto in quanto il dato sessuale è esplicito anche nelle minacce soprannaturali che affollano queste vicende e ne caratterizza alcuni aspetti.

Si tratta allo stesso tempo di un trittico importante anche per quanto riguarda i personaggi maschili, nuovamente non stereotipati e spesso “normali” (anche esteticamente) quando non deboli, o comunque ben distanti dalla figura del maschio alpha, così come da quella dell’eroe.

Robbie (Daniel Henshall in The Babadook) non ha connotazioni virili, è tenero, caring e ben tratteggiato, lo stesso può dirsi di Paul (Keir Gilchrist in It Follows), mentre William (un bravo Ralph Ineson in The Witch) è un uomo arrogante, fallace e infine molto debole.

In nessuno dei tre confronti con il soprannaturale si assiste alla tipica trafila di ricorsi a esponenti di vari tipi di autorità (religiosa, scientifica, spirituale…) e i protagonisti non vengono dotati di un manuale di comportamento o qualche tipo di conoscenza esoterica della minaccia.

Le somiglianze e vari punti di contatto non si limitano al narrato ma abbracciano altre circostanze. In tutti e tre la sceneggiatura è stata scritta dai registi stessi, registi che si trovano alle prime prove dietro la macchina da presa: nel caso di Jennifer Kent e Robert Eggers siamo di fronte al lungometraggio d’esordio, mentre David Robert Mitchell è al secondo film.

Questi titoli condividono anche la dimensione produttiva, con un budget che oscilla fra i due e i tre milioni e mezzo di dollari, e rientrano quindi nel campo delle cosiddette pellicole indie, così come proprio dal circuito indie sono stati tributai i più alti successi di critica e premi e così come in un certo senso “indie” può essere definito lo spettatore medio di queste esperienze.

In tutti e tre i titoli gli elementi scenografici, interni ed esterni, giocano un ruolo pivotale con interventi molto personali e di gran rilievo e, come The Witch giunge a sottolineare apertamente nel suo titolo (A New-England Folktale), il soprannaturale messo in mostra ha radici nel racconto popolare, nelle figure della fiaba. La forza invisibile di It Follows non sfigurerebbe in qualche elenco di varie leggende metropolitane (che, per certi versi, sono folktale contemporanei), mentre per The Babadook il richiamo con favole e racconti per bambini è esplicitato a partire dal libro.

Tutti e tre questi titoli concedono poco o nulla a risate, ammiccamenti, ironia e metacitazioni, rendendo la narrazione tesa, seria e credibile. È una scelta di tono che gioca alla perfezione con la suspension: i vari personaggi credono senza esitazioni alla minaccia, noi crediamo insieme a loro, non ci sono stacchi comico-ironici a intralciare questa immedesimazione, ne guadagna la paura.

Io posso anche pensare che si tratti di coincidenze, ma di sicuro non posso pensare che sia un caso che tre film che hanno così tanto in comune siano stati generalmente salutati dalla critica e da parte del pubblico come fra i più rappresentativi del decennio in corso, quando non fondamentali per l’intero genere come mi sembra che possa essere il caso di The Witch.

Sono infine, ricollegandosi alla produzione, un grande esempio di come sia possibile ottenere risultati di enorme qualità anche con budget ristretti: con i soldi che sono serviti a girare, per esempio, L'Evocazione: The Conjuring, si possono realizzare 10 Babadook o 7 The Witch, ognuno faccia i suoi conti.

Robert Eggers mostra una straordinaria maturità artistica per essere al primo lungometraggio, e capitalizza in maniera esemplare sulle sue passate esperienze.

Il suo lavoro come scenografo e costumista si riflette nell’enorme cura e verosimiglianza degli ambienti e vestiti di The Witch (per costruire la fattoria sono stati prima ricostruiti gli attrezzi che esistevano all’epoca, mentre per le musiche sono stati recuperati antichi strumenti quali la nyckelharpa svedese).

La sua attenzione e passati studi e interessi nei confronti di William Shakespeare e altri autori inglesi gli permettono di sfornare un inglese tanto affascinante quanto in grado di rafforzare la collocazione storica (a tal proposito, è intuitivo come The Witch sia un film che andrebbe visto in lingua originale con sottotitoli, per non perdere un aspetto importante dell’opera).

Credo che non sia dato trascurabile il fatto che in precedenza questo film maker avesse girato un cortometraggio sulla favola horror di Hansel e Gretel, narrazione che riverbera in tutta la pellicola, finendo con il mischiarsi con la storia (Cotton Mather e i processi di Salem sono distanti ancora parecchi decenni, ma se ne sente chiaramente l’eco) per generare un possente e terrorizzante ritratto di una famiglia che ha smarrito la fede.

Tutti i membri si sentono in peccato, deficitari e colpevoli, chi perché non rispetta i comandamenti, chi perché comincia a provare certi desideri, chi perché ruba, chi perché non sente più la voce di Dio nel cuore: l’unità famigliare è già fratturata a inizio vicenda, i valori che sembrano basilari e fondanti non garantiscono più la sicurezza, già minata dall’espulsione dalla comunità, e il capo famiglia non è in grado né di guidare, né di proteggere e nemmeno di sfamare i suoi cari.

Messa sotto pressione dal “nuovo”, da un mondo selvaggio che l’uomo vuole a tutti i costi addomesticare con vecchi valori e metodi, la famiglia patriarcale crolla e si dissolve, mentre nel folto del bosco una strega che più archetipale non potrebbe essere (vecchia e ripugnante, cavalca la scopa, rapisce e probabilmente divora bambini, impiega magiche mele avvelenate, può ammaliare i maschi assumendo parvenze diverse dalle sue, vive in una casupola, può mutare in o impiegare animali del bosco, partecipa ai sabba…) è pronta a dividere et imperare sulle vittime di questo incubo puritano.

Bambini rapiti e ridotti a poltiglia, caproni neri che sussurrano consigli infernali, malattie del grano e morti dell’uomo, boschi oscuri nei quali si aggirano vecchi e potenti esseri, un forte senso di accerchiamento, isolamento, paranoia e claustrofobia: The Witch pur sviluppando sottotesti e temi di grande importanza non perde mai di vista la sua funzione principale, ovvero di intrattenere e provocare paura, e lo fa con maestria lungo una serie di scene in grado di rimanere a lungo nel cuore dello spettatore, si pensi anche solo al destino che attende Caleb.

E nel narrare una vecchia folktale Eggers ha retroproiettato un’ombra nel futuro e nel passato del genere: la sua Strega è la madre di tutte le streghe e sono fin troppo facili da identificare i geni spartiti con la Strega di Blair.

Oltre ad avere un a precisa identità autoriale, frutto di studio e cura infiniti, The Witch dialoga attivamente con il filone cui appartiene, in un confronto che la piazza istantaneamente molto in alto nel canone occidentale dell’horror.

Questo avviene anche perché Robert Eggers ha saputo circondarsi di professionisti molto abili: la fotografia di Jarin Blaschke spegne e smorza indifferentemente interni ed esterni, natura e uomo, ammantando tutto di una patina di grigio, marrone e verdastro che imposta il tono generale, ma ha anche l’effetto di far risaltare in modo magnifico alcuni elementi quali la cappa rossa della strega o i vari lumi e fuochi.

Raccolti a pregare attorno a quelle luci, sempre ben compresi nell’inquadratura, i membri della famiglia possono ricordarci i quadri di un Rembrandt o di vari maestri fiamminghi, ma si tratta solo di un risultato automatico derivante da quel tipo di illuminazione e quel genere di vestiti: il pittore che ispira e muove Eggers è Francisco Goya.

Streghe in aria, La lampada del Diavolo, Il sabba delle streghe: cerchiamo in questi e altri quadri del genio aragonese il patrimonio genetico-estetico di The Witch, magari guardando anche a Gustave Doré, al nostro Salvator Rosa e a una manciata di pittori tedeschi, anche loro affascinati dal tema.

Straordinario anche il lavoro sulle musiche, con il veterano Mark Korven, uno degli elementi di maggiore esperienza del progetto (è attivo fin da fine anni Ottanta, lo troviamo in Cube: Il Cubo, che ha lavorato a contatto con il regista, fornendo uno score che non punta né agli strumenti né ai metodi più consueti e tipici del cinema horror.
Ecco quindi dissonanze, recupero di vecchi strumenti ad arco e in definitiva una colonna sonora quasi completamente acustica, nella quale brillano voci e cori sinistri.

The Witch è, anche, la storia di una scelta che allontana dall’autorità paterna: prima il Re viene denudato e sono esposte tutte le sue debolezze e incapacità (è solo buono a spaccar legna) e infine si sceglie di vivere in maniera radicalmente diversa rispetto a un insieme di valori e metodi che, si è ben visto, non sembrano proprio funzionare.

Ci possono essere rischi in questa scelta (ed Eggers, onesto, nel finale non nasconde il fatto che in sostanza si passa dall’essere guidati dalla mano di un maschio a quella di un altro maschio), ma non è preferibile l’ignoto a un noto detestabile, inefficace e insopportabile? Non piacerebbe anche a voi “to live deliciously”? A me di sicuro, dove devo firmare?

Alle volte può essere preferibile abbandonarsi alla wilderness, piuttosto che tentare di domarla e piegarla al proprio malato volere, spaccando furiosamente legna nella notte…

Andate al cinema e non perdetevi il capolavoro horror del 2016.


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Recensione del film The Witch
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 26/05/2016

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