Recensione
Autopsy

Autopsy: visiona la scheda del film

Autopsy: leggi la trama del film

Autopsy
(The Autopsy of Jane Doe)

Nazione:
Gran Bretagna

Anno:
2016

Regia:
André Øvredal

Interpreti:
Emile Hirsch, Brian Cox, Ophelia Lovibond, Michael McElhatton, Olwen Catherine Kelly, Parker Sawyers, Jane Perry



Autopsy, il cui titolo originale è The Autopsy of Jane Doe, è un film horror che ha debuttato nelle sale cinematografiche americane a fine 2016, mentre in Italia è stato programmato a partire dall’8 marzo 2017, giorno in cui si festeggia la Festa della Donna.

Si tratta della prima pellicola statunitense di André Øvredal, noto in precedenza per Trollhunter (Trolljegeren, 2010), mockumentary norvegese che ha come soggetto la reale esistenza dei troll e le strategie impiegate dal governo per confrontarsi con queste creature.

Folklore e mitologia norvegesi rappresentano evidentemente un forte interesse per questo film maker in quanto è ora al lavoro sulla pre-produzione di Mortal, una pellicola fantasy che narra di un giovane che scopre di avere enormi poteri basati sulle divinità delle leggende norvegesi.

Per il suo esordio negli USA Øvredal può avvalersi della produzione congiunta di 42 (The Other Side of the Door, 2016), IM Global (Insidious, 2010; Sinister, 2012; Demonic e Sinister 2, 2015; Viral e Incarnate: Non potrai nasconderti, 2016) e Impostor Pictures.

Di conseguenza il regista ha potuto collaborare con alcuni professionisti quali Ian B. Goldberg e Richard Naing (alcune serie televisive per entrambi) alla sceneggiatura, l’esperto Roman Osin alla fotografia e Matt Gant al production design, mentre nel cast di Autopsy, ridotto all’osso, si distinguono Emile Hirsch e Brian Cox.

Non è facile inquadrare The Autopsy of Jane Doe senza rischiare un minimo di spoiler, ma possiamo dire che appartiene per certi versi sia al sottogenere che narra di streghe, stregoni e stregoneria sia a quello che affronta quale tema pivotale l’autopsia.

Entrambi questi sottogeneri hanno precedenti illustri: Suspiria (1977), The Blair Witch Project (1999), La stagione della strega (1972) e Häxan (1922) solo per citare alcuni titoli inerenti la stregoneria, mentre per quanto concerne l’autopsia è doveroso nominare almeno The Act of Seeing With One’s Own Eyes (1971), ma il dato ancora più interessante è che entrambe le tematiche sono state ben rappresentate anche recentemente, basti pensare a quel capolavoro che è The Witch (per noi di LaTelaNera.com il miglior film horror del 2016) o all’ottimo I am not a Serial Killer (2016) nel quale, in aggiunta, giocano un ruolo piacevole sia l’ironia che la musica che viene suonata durante l’esame autoptico, proprio come in Autopsy.

Il film di André Øvredal si apre con la polizia locale che sta indagando sul massacro di tre persone in una casa nella quale le stanze presentano segni di lotta e caos: gli agenti trovano un quarto cadavere, quello di una giovane ragazza, semisepolto in cantina ed è l’elemento più enigmatico della scena in quanto, oltre a non essere identificabile, non presenta nessun tipo di ferita.

Difficile stabilire le cause della morte e spetterà al coroner locale Tommy Tilden, coadiuvato dal figlio Austin, cercare di chiarire i motivi del decesso. Il tutto nel laboratorio situato nei locali sotterranei della loro casa, che è anche morgue, durante la proverbiale notte buia e tempestosa.

Condurre un’autopsia significa conoscere una persona, perlomeno sotto alcuni aspetti, più intimamente dei suoi amici e parenti. Quando si conosce qualcosa o qualcuno è possibile narrare, e cinema e TV contemporanei ci hanno abituato da tempo all’autopsia come narrazione: se è vero che siamo tutti libri di sangue, sembra però che alcuni fra noi sono affascinanti grimori medievali, mentre altri solo paperback dalle pagine ingiallite.

Jane Doe è un enigma che ci viene narrato prima di tutto dalla mdp e quindi da due voci, quelle di padre e figlio, alle volte discordanti (e complementari) sia per tono che per lessico, metodo e, in definitiva, filosofia.

La sceneggiatura poco brillante di Autopsy ha comunque il grande merito di spargere nei primi minuti della pellicola alcuni dialoghi che rappresentano importanti indizi sia sulla vicenda in sé che sui suoi protagonisti.

"To me, it looks like they were trying to break out", afferma un aiuto dello sceriffo osservando la scena del crimine.

E discutendo delle possibili cause di morte di un cadavere che stanno dissezionando, secondo Austin il motivo è: "He was all alone, that’s why he died", mentre per il padre "He died because he fell and hit his head".

Infine: "Everybody has a secret. Some just hide them better than others", e c’è chi riesce a nascondere il suo segreto così bene che nessuno mai potrà scoprirlo.

The Autopsy of Jane Doe sintetizza in modo esemplare il motivo principale per cui il genere horror è il mio preferito: lo scontro fra naturale e non-naturale, fra realtà e impossibilità, fra ciò che può essere conosciuto (e quindi regolato da leggi e di conseguenza dominato, piegato al proprio volere di singolo o specie) e quel che sconfigge ogni tentativo di indagine e spiegazione, in definitiva fra razionale e irrazionale, auspicatamene con il trionfo di quest’ultimo.

Padre e figlio conducono il loro esame con perizia e, a ogni indizio anomalo che incontrano, reagiscono nel modo dovuto, cercando di fornire una risposta scientifica.

Non si arrendono alle prime incongruenze, anzi, raddoppiano i loro sforzi, e sono ammirevoli nel farlo: è questo tipo di attitudine che ci ha fatto arrivare fin dove siamo arrivati, a esplorare lo spazio, sconfiggere le malattie e creare un maggiore benessere per l’umanità.

Ma di fronte all’immobile (che non vuol dire inanimato), freddo (ma vagamente sinistro e minaccioso) e meraviglioso corpo di Olwen Catherine Kelly (Darkness on the Edge of Town, 2014) la scienza è bisturi spuntato e inefficace, appena in grado di scalfire la superficie.

André Øvredal mostra un notevole miglioramento di stile rispetto al grezzo e approssimativo, seppur divertente, Trollhunter e, con l’indispensabile apporto di scenografia e fotografia, ci porta a spasso in un sotterraneo reso inquietante da specchi deformanti e un moltiplicarsi delle fonti luminose che, lungi dallo sconfiggere ombre e tenebre, le accresce.

Il controllo autoriale che Øvredal ha sulla sua creatura diminuisce però con l’aumentare del minutaggio e con il progressivo dominio del soprannaturale: a fronte della parte d’indagine, bilanciata, originale, ricca di spunti e continuamente in grado di sorprendere e confondere lo spettatore, la fase che segue è più prevedibile e stereotipata, anche se alcuni buoni valori di produzione riescono comunque a tenere vivo l’interesse.

The Autopsy of Jane Doe è aiutato anche dalla sua prossimità all’ideale di unità di tempo e luogo e da una colonna sonora fortunatamente parca e misurata, abitata più da suoni ed effetti (il sound design è del bravo Christian Conrad) che dalla musica.

Non è semplice, in particolare quando si mette in scena un’autopsia, generare un senso di macabro senza affidarsi quasi esclusivamente ai dettagli gore: il regista ci riesce tenendo per la maggior parte del tempo un registro ordinario, da faccenda quotidiana, da lavoro abituale, da clinica, ed eliminando quindi ogni visione pornografica proprio perché, in primis, tale sguardo non è negli occhi dei due coroner.

Abituato quindi a un registro di questo tipo, lo spettatore proverà un impatto ancora più forte quando dall’autopsia cominceranno a emerge gli elementi, appunto, non ordinari, sottolineati ad arte dalla bravura dei reparti di make-up ed effetti speciali.

Difficile trovare qualche parola originale per elogiare ancora una volta Brian Cox, un attore che, a mia memoria, non ha dato una singola volta, a prescindere dalla qualità dei titoli, l’impressione di girare al minimo sindacale per incassare l’assegno di turno.

Ottima l’alchimia con un Emile Hirsch che è praticamente da sempre in lenta e graduale ascesa, che comincia ad accumulare una cinematografia di tutto rispetto e per il quale è facile prevedere un futuro più che roseo.

A prescindere dal calo fisiologico dell’ultima mezzora, Autopsy mostra i suoi difetti più evidenti e irritanti nella sceneggiatura, vittima di decenni di scuole di scrittura creativa convinte che dotare i protagonisti di qualche lutto o evento traumatico corrisponda automaticamente a “caratterizzazione psicologica” e migliori empatia e interesse del pubblico nei confronti dello sventurato.

La vedovanza di Tommy Tilden, per fare un esempio, non ha nessun tipo di effetto, impatto o conseguenza, non è sviluppata lungo l’arco narrativo e finisce con l’avere lo stesso valore di, per dire, fargli indossare una camicia hawaiana, mostrarlo più volte mentre mangia e adora un gelato alla vaniglia o farlo seguire continuamente da un cane: poco più che fumo negli occhi spacciato per scavo psicologico.

Fra le caratteristiche più interessanti di André Øvredal ci sono una forte curiosità nei confronti di miti, leggende, folklore e storia, siano essi norvegesi o statunitensi, e una misurata dose di ironia, mai inopportuna. Quando troverà collaboratori di valore nel reparto scrittura sarà in grado di regalarci titoli ancora più interessanti e memorabili del comunque molto valido Autopsy.


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Recensione del film Autopsy
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 13/03/2017

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