Recensione
The Transfiguration

The Transfiguration: visiona la scheda del film Proprio in occasione del post su It Stains the Sands Red ho ricordato che questo 2017, oltre a proseguire l’ottimo periodo di forma generale del cinema horror contemporaneo, cerca di affrontare con originalità i miti principali del genere.

Uno degli effetti secondari di questi anni qualitativamente così ricchi è anche la rivisitazione di molti degli archetipi principali, dalla Strega (The Witch, The Autopsy of Jane Doe) allo Zombie (oltre al film già citato ricordiamo anche The Girl with all the Gifts), dal Fantasma (We Go On, e occorrerà parlare quanto prima possibile di A Ghost Story) fino al Vampiro in The Transfiguration, pellicola indie che segna l’esordio di Michael O’Shea.

Il regista americano aveva già preso qualche misura a storia e personaggio con un cortometraggio del 2014 che si intitola, guarda caso, Milo, e non si preoccupa certo di nascondere fonti, ispirazioni e citazioni, piazzandole ben in mostra nella videoteca del protagonista.

Trasfigurare significa, fra le altre cose, cambiare, e nella vita di una persona ci sono pochi cambiamenti così drastici, importanti e impegnativi come la fase dell’adolescenza, così come nell’horror è difficile trovare un cambiamento altrettanto drastico quale quello che subisce un essere umano quando diventa un vampiro.

E Milo, interpretato da un Eric Ruffin (The Good Wife) molto bravo ad alternare fragilità e impassibile ferocia, vuole diventare un vampiro. Da sempre affascinato da questa figura, al punto da accumulare nel tempo una videoteca di tutto rispetto in materia, Milo vuole trasfigurare in un nosferatu e ha affrontato il problema così come affronta ogni altra cosa nella sua anco giovane vita: con serietà, e da solo.

L’adolescente protagonista di The Transfiguration, infatti, ride pochissimo e accumula note, opinioni e pensieri su una serie di quaderni che dovrebbero aiutarlo nel passaggio. Vengono elaborate regole, rispettate tabelle di marcia e segnate le varie vittime: il ragazzino preda su elementi marginali della società (vagabondi, alcolizzati, pedofili…) dopo aver condotto esperimenti simili con animali, è un solitario deriso dalla gang locale e sembra vivere in un mondo che per certi versi ricorda i Peanuts.

Orfano, ai margini della povertà, i suoi pochi incontri con le autorità (polizia, la psicologa) sono condotti senza che gli adulti siano visibili e ben presenti nel quadro, così come poco umanizzate sono le sue occasionali vittime che però, vale la pena notare, sono tutte bianche.

L’incontro con Sophie, altra ragazza orfana con problemi di sviluppo emotivo, che subisce inerti rapporti sessuali con gruppi di coetanei e si taglia le braccia per provare qualcosa, rompe il delicato ciclo di trasformazione di Milo, imponendo nuove regole di amicizia, forse d’amore.
Ma rinunciare a fantasie di potenza che esaltano il proprio fragile io in cambio di una realtà incerta non è mai facile, nemmeno quando l’affetto sembra proporre un altrettanto valido, e ben più concreto, rimedio alla disperazione.

La differenza però sta tutta nel controllo: da vampiro hai poteri inimmaginabili e un completo controllo sulla situazione, sebbene all’interno del rispetto di determinate regole, mentre se ci si abbandona fra le braccia del prossimo non c’è controllo e si è in balia di caso ed emozioni.

Michael O’Shea ha le idee ben chiare su come mettere in scena questa pellicola mutante che combina coming of age con psicopatologia della vita quotidiana. La depressione e la noia sono rese attraverso un ritmo lento, una costante ripetizione di gesti banali e ordinari, fra fermate del bus o faccende domestiche, il tutto arricchito, o meglio, impoverito dai colori cinerei e sbiaditi impiegati da Sung Rae Cho, dalla colonna sonora quieta, elettronica e ronzante di Margaret Chardiet e dalla recitazione apatica di Ruffin.

Proprio quest’ultima, unita alla caratterizzazione psicologica, rende molto difficile allo spettatore qualsiasi processo di immedesimazione o partecipazione.

Rimaniamo sempre a distanza da Milo, è difficile empatizzare in ogni direzione (suo fratello non offre comunque appigli, ci rimane giusto Sophie) e spesso sembra di assistere a un documentario su qualche specie di insetti, un effetto che di solito è poco desiderabile ma che in questo caso funziona molto bene.

Allo stesso modo, i paesaggi catturati da Sung Rae Cho risultano spesso belli e intensi in tutto il loro squallore e ordinarietà.

Realistico e verosimigliante sono le parole d’ordine, i metri principali attraverso i quali Milo valuta la bontà o meno dei film che accumula nella sua videoteca, e assistiamo anche a una rarissima, probabilmente unica conversazione pacata su Twilight.

Sophie (una promettente Chloe Levine) passa il romanzo al ragazzo e non ci sarà la menzione sui vampiri che sbrilluccicano, che troppo spesso è stata l’unico approccio critico all’opera. Milo, a lettura completata, si lamenterà semplicemente dell’assenza di realismo.

E The Transfiguration è, al contrario, una realistica storia di razzismo e sociopatia, di povertà, amore e alienazione e della grande, gigantesca difficoltà a cambiare quando si è troppo coinvolti in determinati meccanismi e loop psicologici.
Milo cresce, quando si cresce si comprendono alcune cose su noi stessi, Milo sperimenterà quanto dolorosa può essere questa conoscenza, e credo che la sua decisione, tenendo conto delle premesse e pensando alle ultime parole della sua lettera, sia la migliore che fosse possibile prendere.

Lasciato completamente a se stesso quando era ancora troppo giovane, con la sola compagnia di un fratello danneggiato quanto lui, Milo ha dovuto fabbricarsi uno scudo efficace e si è rifugiato in una fantasia che, per essere alimentata, “vampirizza” la realtà lungo una china che non lascia scampo.

Ricco di sottotesti e possibili letture, dall’emarginazione causata dall’età a quella provocata dall’economia, The Transfiguration mette sulla mappa un Michael O’Shea che sembra in grado di produrre facilmente materiale di una certa qualità, sperando che continui a girare all’interno dei vaghi confini orrorifici dell’esordio.

The Transfiguration non è raccomandabile a chi cerca litri di sangue, crocefissi, aglio, trasformazioni in pipistrello e tanta azione, mentre è da consigliare a chi chiede un attento per quanto poco partecipe studio sul protagonista, tanto parco di emoglobina quanto generoso di intensità.

Da segnalare due camei preziosi per i fan del genere: Larry Fessenden nelle vesti di un padre ubriaco e quello, un po’ meno comprensibile, di Lloyd Kaufman, con il quale Michael O’Shea non condivide quasi nulla di cinematografico se non (ma forse non è poco) il generale genoma da regista indie newyorchese.


Titolo: The Transfiguration
Titolo originale: The Transfiguration
Nazione: USA
Anno: 2016
Regia: Michael O'Shea
Interpreti: Eric Ruffin, Chloe Levine, Aaron Moten, Andrea Cordaro, Danny Flaherty, Anna Friedman, James Lorinz

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Recensione del film The Transfiguration
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 25/08/2017

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