Recensione
A Ghost Story

A Ghost Story: visiona la scheda del film “Don’t be scared”, dice C a M, prima che arrivi il titolo del film e che, ancora prima, la vicenda si apra con una magnifica citazione da Virginia Woolf: “Whatever hour you woke there was a door shutting”. La citazione proviene da un racconto breve della scrittrice e saggista inglese, A Haunted House (1921), ed è quanto di più adatto per aprire A Ghost Story, ci tornerò su fra qualche riga.

Stavo dando un’occhiata ai film horror 2017 di cui ho già scritto qui su La Tela Nera: ero in cerca di un qualche tipo di incipit per cominciare a parlarvi di A Ghost Story e continuava a girarmi in testa l’iperbolico “Miglior Horror dell’Anno”.

Ma mi girava anche in testa una voce che mi diceva “No Elvezio, non puoi scriverlo”.

Non posso per un sacco di ragioni: il 2017 non è ancora concluso; sia Scappa: Get Out che It Comes at Night sono due contendenti solidi e in grado di competere per il titolo e, più che altro, sono in molti, regista compreso, a non considerare A Ghost Story un “horror”.

Ora, le considerazioni che un autore può fare sulla sua opera ci interessano, certo, ma fino a un certo punto e ci possono essere molti motivi per i quali David Lowery non considera A Ghost Story un film horror, alcuni dei quali possono essere legati al non volersi far etichettare, al non voler “limitare” in qualche modo sia il film che gli spettatori.

Ma in effetti, se guardiamo all’effetto che A Ghost Story può suscitare, alle emozioni che è in grado di innescare, beh, paura, terrore e compagnia danzante latitano un pochino. E l’horror è definito principalmente dall’effetto, quindi…

Ma è anche vero che c’è un fantasma, che questo fantasma è centrale alla narrazione, che è presente in tantissime delle inquadrature magnificamente statiche organizzate da Andrew Droz Palermo, e che questa “storia di un fantasma” è, appunto, una rara occasione per stare dall’altra parte, quella ectoplasmatica, per guardare il mondo attraverso i due fori del lenzuolo. E stare da parti che non sono le nostre solite, così come mettersi nei diafani panni degli altri, è sempre pratica imperdibile, specie se, come in questo caso, riescono a farci vedere la vita in modo così diverso e originale.

A Ghost Story può essere un film romantico, può essere una sommessa e accorata tragedia, può essere una pellicola esistenzialista, ma è anche un horror, perché dell’horror ha un archetipo fondamentale e perché ci sono tanti tipi di orrore e di terrore che si possono provare, e alcuni sono destati da riflessioni filosofiche più che da qualche motosega che luccica e ruggisce nell’antro del mostro.

È per questo che ritengo molto adatta la citazione iniziale, perché A Haunted House (che potete trovare per intero QUI) è una ghost story molto moderna, che gioca con le regole classiche di questo tipo di narrazione e finisce con il ribaltarle. E anche perché, così come nel presente film, anche in A Haunted House ci sono dei fantasmi che cercano qualcosa, persi nel trascorrere degli anni.

A Ghost Story richiede però il giusto quantitativo di impegno nella visione, e di coinvolgimento nell’idea: a molti potrebbe sembrare un “film dove non accade nulla”. Io credo che con “accadere” spesso si intenda “risolvere un problema o superare un ostacolo attraverso uno scontro o azione fisica” e allora sì, in effetti qui non accade molto, cinematograficamente parlando.

È una pellicola molto statica, composta da inquadrature (generalmente suddivise fra piani ravvicinati e campi medi) che ricordano in qualche modo dei quadri o delle vignette, sensazione ovviamente rafforzata dall’aspect ratio voluto da Lowery, un 1.33 : 1 quasi quadrato, che in più è smussato agli angoli. Ad aumentare questa percezione c’è da aggiungere che molte di queste inquadrature sono dei piani sequenza, alcuni anche lunghi dei minuti, nei quali sia gli attori che la mdp si muovono poco. Le scene sono però organizzate secondo vari strati di profondità e ricche di particolari che saturano la visione e sui quali il nostro sguardo può indugiare a lungo.

Dentro questa gabbia statica c’è il fantasma C che osserva la vita scorrergli davanti agli occhi e, per spazzare subito l’obiezione più forte e naturale che può sorgere, non c’è nulla di ridicolo nel costume impiegato da Casey Affleck.

Su carta riassumervi il film come “un’ora e mezza di un tipo con un lenzuolo in testa” può sicuramente far pensare a un film involontariamente ridicolo e molto pretenzioso, e tanto di cappello a Lowery per aver creduto alla sua stessa intuizione di partenza, perché quando l’idea viene prodotta e girata, ecco che non si fa nessuna fatica a “credere” al fantasma C e al suo lenzuolo.

Lenzuolo che passa attraverso molti toni diversi, alcuni anche divertiti e divertenti, e soprattutto affronta ogni tipo di scala possibile, dal micro della relazione sentimentale fra due persone al macro del nostro posto e ruolo nella Storia e nell’Universo, con una serie di evoluzioni imprevedibili.

Chi siamo? Cosa ci facciamo qui? Ha qualche importanza e senso la nostra esistenza, sia come singoli che come specie? Sono le domande eterne, le più difficili, e A Ghost Story è già film raro perché ha il coraggio di porsele, queste domande, ed è ancora più raro per il modo in cui cerca di fornire qualche tipo di risposta. Ma, prima di continuare a parlar di domande e risposte, cerchiamo di riassumere quel che (non?) accade in questa ora e mezza da incubo, o da sogno a occhi aperti.

C e M sono sposati e vivono assieme, lui è un musicista che (ancora) non è riuscito a raggiungere il successo, fatica a trovare idee e vena compositiva, e il successo non lo raggiungerà mai, perché muore in un incidente stradale del quale vediamo più che altro le conseguenze: C morto al volante e, in ospedale, che si alza, vestito di un lenzuolo, per scoprire di essere diventato un fantasma.

Impossibilitato a seguire la classica luce che lo porterebbe fuori dal nostro piano d'esistenza, il fantasma di C non può far altro che tornare a casa, dove osserverà, impotente, sua moglie che elabora il lutto e si dispera. C è più o meno un fantasma standard, come molti che ci sono stati narrati: è quindi limitato nel suo interagire con l'ambiente, ma alle volte può muovere oggetti e interferire con l'elettricità.

C scoprirà di non essere il solo fantasma, ne “esiste” uno addirittura nella casa accanto e i due possono comunicare. Il tempo passa in modo molto strano per C e spesso quelli che per lui sono solo secondi possono corrispondere a giorni o più per gli umani e così, inevitabilmente, M guarisce dal dolore e ritrova il gusto di vivere, portandosi a casa un nuovo compagno.

C reagisce con furia, quella furia che spesso vediamo nei film horror di fantasmi e case possedute: oggetti che volano, luci intermittenti... M è turbata da questi eventi e alla fine decide di andare a vivere altrove, lasciando un messaggio scritto su un foglio e infilato in una crepa. C però non può seguirla, è legato a quel luogo, cerca di arrivare al foglietto ma non ci riesce. E assisterà quindi al trascorrere del tempo, al passaggio di vari inquilini, fino all'abbandono della casa e all'arrivo di una squadra di demolizione...

Vi parlavo prima di domande e risposte, per me sono preferibili le opere che offrono le prime rispetto a quelle che forniscono le seconde, anche perché le prime sono spesso immutabili e sempre valide, mentre le seconde tendono a perdere valore e veridicità con il trascorrere del tempo. Alla fine di A Ghost Story ci si ritrova con un’abbondante manciata di interrogativi, dubbi e questioni lasciate aperte.

E con una lezione molto semplice e potente, che vi arriverà di sicuro ma che non posso qui anticiparvi, pena spoilerare tutta l’essenza del film.

Mi era piaciuto molto un precedente film di Lowery, Ain’t Them Bodies Saints, sempre con Affleck e Mara protagonisti di una storia d’amore, in quel caso condita da elementi da crime movie, ma non pensavo, sulla base di quel girato, che potesse arrivare a queste vette. Mi sembrava ancora poco maturo, troppo agganciato ad alcuni moduli limitanti e influenze che hanno fatto ormai il loro tempo, i paesaggi di Terrence Malick su tutte.

Non l’ho poi seguito nell’avventura disneiana de Il drago invisibile perché in generale non credo di essere il pubblico di riferimento ideale per certe storie e nel particolare detesto le produzioni targate Disney; lo ritrovo alle prese con questo micro-budget (100.000 dollari di costo, cercate di tenerlo a mente perché è un dato importante, a fronte dei risultati) girato pochi giorni dopo Il drago invisibile, in una casa che stava realmente attendendo una squadra di demolizione.

E Malick comincia a svanire dall’orizzonte di David Lowery, anche se rimangono alcuni echi nel modo di trattare la natura e i silenzi; spuntano un sacco di altre influenze, alcune inaspettate, alcune esplicite, altre tenute più nascoste, e la lista è lunga, in parte esplicitata dallo stesso autore.

Si passa da Poltergeist a La città incantata, da Post Tenebras Lux (cercate di recuperare questo titolo, è un’esperienza unica, fenomenale, una cura per la malattia dominante in moltissimi spettatori, ovvero l’eccessiva attenzione a sceneggiatura e “storia” a scapito dei tanti altri elementi che compongono l’opera cinematografica) fino a Under the Skin: con simili frammenti genetici è fin tropo facile girare qualcosa di interessante.

A dominare il tutto troviamo le scelte di fotografia e la colonna sonora: se le prime le ho già menzionate (stralunante il modo in cui Andrew Droz Palermo, in combutta con il montaggio dello stesso Lowery, crea la sensazione del trascorrere del tempo) la seconda la potete ascoltare QUI ed è il perfetto complemento ai frequenti momenti di silenzio, in grado di fornire tensione così come di alleggerire i toni e distendere i nervi e di dar giusta voce al lutto e al lamento funebre.

Daniel Hart sa mettere in fila le note adatte a queste atmosfere e ho la sensazione che lo ritroveremo in futuro in molti altri bei film: Sciunt Se Essi Mortui fa venire i brividi e la pelle d’oca, provare per credere, e con Thesaurus Tuus crea un’accoppiata formidabile e straziante. Perfino il passaggio più debole della soundtrack, I Get Overwhelmed (dei Dark Rooms) funziona alla grande come elemento diegetico in due scene separate.

Casey Affleck, prima di indossare il lenzuolo, sfodera il suo consueto, eccellente stato di forma che sta durando praticamente da sempre: è ormai avviato a diventare una stella di prima grandezza e il 2016 gli ha regalato sia Codice 999, dove spicca con facilità sul resto del (buon) cast, sia Manchester by the sea che vabbè, è il film giusto al momento giusto per la sua carriera, sembra essere stato scritto sul suo modo di recitare, borbottante, mangiaparole e mumblecore: è stato un gran bel vedere e sentire, vale la pena guardare un film anche solo per la sua presenza, non lo si può dire di moltissimi attori.

Ma è Rooney Mara che conquista i riflettori, e anche in questo caso non c’è nessuna sorpresa: dopo Cannes stiamo solo aspettando una sua futura vittoria agli Oscar. Qui, così come non è ridicola la realizzazione dell’idea del lenzuolo, riesce a creare e tenere una scena che sulla carta poteva essere un disastro: lei che per circa quattro-cinque minuti mangia una torta. Vero? Vien da ridere, e invece no, funziona: è questo il punto di maggiore forza di Lowery, credere in idee che spaventerebbero registi di ben maggiore esperienza.

Chiudendo il discorso cast, è impossibile per un fan come il sottoscritto non menzionare Will Oldham/Bonnie Prince Billy: Daniel Lowery gli affida in un monologo il pensiero (che condivido fino alle virgole), le riflessioni più importanti dell’intera opera e le mette in buone mani. Oldham possiede quel giusto mix di malinconia, nichilismo e improvvisi guizzi di vitalità, speranza e sorriso che ne fanno in sostanza un compendio vivente di A Ghost Story. E lui, a sua volta, già nel 1999 aveva riassunto buona parte di questo film e vedeva già arrivare la tenebra, questa opera esisteva già in tutti questi passaggi, da Virginia Woolf ai testi di Oldham, passando per tutto il cinema citato da Lowery.

Tutto combacia, perlomeno nella mia testa, e tutto cospira a far sì che A Ghost Story sia non solo il migliore horror del 2017, ma anche uno dei migliori film in assoluto dell’anno.

Il fatto che sia stato girato con così pochi soldi; che sia così ambizioso e cosmico; che non tema di affondare nei sentimenti e nel “patetico”, in tempi dove mostrare emozioni che non siano odio e rabbia pare debolezza inaccettabile; così come il fatto che non abbia paura di diventare intellettuale, in tempi dove se non sei terra a terra, se non sei facile da capire, se non semplifichi sei un traditore della gente e uno snob: tutti questi fatti sono ciliegine sulla luttuosa torta che M divora di fronte allo spettatore.

Due sono gli atti fondanti, i gesti tipici di un fantasma in questa opera: l’atto del guardare e quello dell’attendere. Quando C parla con l’altro fantasma (non emettono suoni, quel che si dicono appare sotto forma di “sottotitoli”, con buona intuizione) il secondo ectoplasma gli dice: “I’m waiting for someone”. “Who?”, chiede C e la risposta è: “I don’t remember”.

L’attesa richiede pazienza, e i fantasmi hanno una tale pazienza che lentamente si corrode non solo il soggetto della loro attesa, ma anche il ricordo di tale soggetto: è una condizione terribile, così vuota, disperata e frammentata, che non mi stupisco se gran parte dei fantasmi presenti nelle nostre narrazioni impazzisce o diventa malevolo.
Passaggio che capita anche a C, nei confronti della madre con due bambini, una risacca malvagia e disturbante, da poltergeist più che da ghost.

Come già esposto quando vi ho parlato di altri titoli recenti, il 2017 può vantare, oltre a una elevata qualità in molti horror, anche un’estesa opera di rivisitazione e ammodernamento di alcuni degli archetipi più celebri e noti.

La strega è già stata affrontata a dovere nel 2016 con The Witch, più di recente in Autopsy, e attendo con curiosità e aspettative piuttosto alte l’imminente Hagazussa.

Il vampiro ha trovato un gran bel titolo in The Trasfiguration, ma occhio anche ai prossimi Vampyr Vidar per il lato comico e a Living Among Us sul versante mockumentary/found footage.

Agli zombie è andata molto bene: nel 2016 li abbiamo visti i gran forma in Train to Busan mentre negli ultimi mesi ci hanno regalato sia l’ottimo The Girl With All The Gifts che l’anomalo e piacevole It Stains the Sands Red, e nell’immediato futuro promette bene l’intimistico The Cured.

I fantasmi, infine, sono stati celebrati sia in We Go On che nel presente titolo: c’è da essere più che soddisfatti, e tenete conto che prima di Capodanno attraverseremo tutto ottobre e novembre, due mesi che oltreoceano, a causa della festa di Halloween, riservano sempre intensa horror activity, preparatevi a una discreta massa di pellicole in arrivo.

Nel frattempo, ficcatevi sotto questo magnifico lenzuolo.


Titolo: A Ghost Story
Titolo originale: A Ghost Story
Nazione: USA
Anno: 2017
Regia: David Lowery
Interpreti: Casey Affleck, Rooney Mara, Kenneisha Thompson, Liz Franke, Kesha, McColm Cephas Jr.

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Recensione del film A Ghost Story
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 23/09/2017

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