Recensione
Super Dark Times

Super Dark Times: visiona la scheda del film Uno degli aspetti più interessanti del cinema horror dell’ultimo decennio è rappresentato da un gruppo di pellicole che condividono alcuni elementi e attitudini, alcune in modo poco definito, altre più decisamente. Il gruppo comprende anche alcuni film che non sono considerati horror ed è una tendenza che attraversa molte produzioni indie.

I am not a Serial Killer, It Follows, I Declare War, Sleeping Giant, The Transfiguration, ma anche per altri versi Boys in the Trees o Green Room, fino a elementi totalmente estranei al genere quali The Myth of the American Sleepover, tanto per fornire coordinate più generali e allargate, possono darvi una vaga idea di questa altrettanto vaga tendenza.

I protagonisti sono adolescenti caratterizzati con grande attenzione alla psicologia, autentici, realistici, sanno stare di fronte alla mdp dimenticandone l'esistenza, senza comportarsi da “teenager protagonisti di un film sui teenager”, con il risultato che anche noi, di riflesso, non ci atteggiamo a sgamati spettatori che vanno a caccia di tutti i riferimenti, citazioni e ammiccamenti. Loro sono più naturali, noi ci lasciamo prendere dall'entusiasmo e diventiamo a nostra volta meno “spettatori” e più “spie” che seguono questi ragazzi di nascosto.

Si aggirano solitamente o fra la natura o in sobborghi poco identificabili, con scelte geografiche e cronologiche che contribuiscono a un effetto spaesante.

Dalla periferia in rovina della Detroit di It Follows agli strambi vicoli, casette e fabbriche di I am not a serial killer, non si riesce mai a individuare qualche punto di riferimento preciso al quale agganciarci e finiamo con il vagare con loro in un reame a tratti iperreale, a tratti surreale, composta dalla fusione di tanti luoghi, quasi una suburbia statunitense archetipale. Una suburbia che non è in sé minacciosa: lo diventa man mano che ci avventuriamo nella narrazione, ma sempre in modo impercettibile, sfocato, ai margini della visione.

Stiamo guardando dei posti molto familiari, ma non riusciamo a nominarne o identificarne nemmeno uno.

L'effetto, come scrivevo, è rafforzato dalle scelte cronologiche, che spesso evitano di collocare con precisione l'opera in un dato momento (It Follows, nuovamente) o che quando lo fanno (gli anni Novanta qui in Super Dark Times) evitano ogni tipo di compiacimento e abbassano il tono della produzione, rarefacendo i riferimenti presenti sul set (walkman, videocassette, nomi di fumetti, discorsi di Clinton alla TV...).

L'autore non ci sta urlando in modo didascalico che quello è un film “rappresentativo” di qualche epoca, al massimo ci dice che è una storia che accade in quel dato periodo senza mai sbatterci in faccia delle àncore cronologiche troppo ingombranti.

Tutti questi sono ragazzi che possono commettere errori, perché l'adolescenza è una merda, e che appaiono come alternativamente ovattati dalla codeina o superattivati dal Ritalin, ai quali accadono cose che lasciano segni per sempre.

Sono ragazzi che stanno per collidere con la vita, che non sanno ancora prenderne le misure e che cercano di arrangiarsi come meglio possibile.

Di riflesso, ne godono anche le figure adulte presenti nei film, assorbono anche loro un maggiore grado di realismo e credibilità, in un circolo virtuoso che finisce con l’informare ogni aspetto produttivo di queste opere.

Un effetto secondario di questa ondata, ma assolutamente utile visti i tempi, è che tutti questi film sono potenti vaccini contro la nostalgia.

Non c'è mai, da parte degli autori, uno sguardo nostalgico, ed è un bene in un momento nel quale molti miei coetanei (sono nato nel 1970) e anche persone con una decina d'anni in meno, quindi comunque adulti da parecchio tempo, si masturbano nostalgicamente sugli anni Ottanta grazie a opere spente, “carine”, inerti, “ben confezionate” e innocue come It o Stranger Things, solo per citare i nomi più in evidenza attualmente nel gruppo.

Volendo tirare fuori con maggiore precisione due titoli dello stesso periodo (1985-1986) per fare da paragone, questi miei coetanei potevano scegliere di innamorarsi profondamente e idolatrare I ragazzi del fiume (pensate anche solo al cast così iconico) e hanno invece scelto di prolungare per sempre la cottarella per i Goonies e boh, non capisco e non capirò mai perché ciò sia accaduto, in maniera così estesa e diffusa.

Un meccanismo tipico delle (tossico)dipendenze è quello della ricerca continua dell’intensità del primo high, intensità che ovviamente non tornerà mai più: c’è gente che, a quanto pare, cerca di ritrovare quella “botta cinematografica” da ormai più di trent’anni: è un po’ triste.

Considero la nostalgia uno stato d’animo sempre negativo. Conservatrice e reazionaria, la nostalgia è ancora più dannosa quando contamina l’horror, questo per via del fatto che essa è anche consolante e rassicurante, e se un horror ci sta rassicurando non sta facendo il suo lavoro.

La nostalgia è una lente deformante che ci dice grosse bugie su un argomento che, al contrario, richiederebbe la più dura verità, ovvero il nostro passato. Il nostalgico mente a se stesso e, di conseguenza, avrà una percezione falsata di chi era e di chi è.

Super Dark Times si apre con una delle migliori scene incipit degli ultimi tempi: un cervo, nottetempo, è entrato nella scuola distruggendo una finestra e viene scoperto di mattina, morente, in una pozza di sangue. Lo sceriffo si specchia, cupo, nel liquido cremisi mentre il suo vice uccide l’animale.

Sono tempi violenti e oscuri, lo sono sempre stati e da quel che sembra lo saranno ancora per un bel po’.

La scena iniziale è presagio di tutto il resto che accadrà: ci sarà violenza, ci sarà sangue, e non ci sarà da ridere su questa violenza e su questo sangue.

Josh (Charlie Tahan) e Zach (Owen Campbell) si conoscono fin da bambini e sono i classici "migliori" amici, Zach più introverso e sensibile, Josh più lunatico, freddo e imprevedibile. A parte cercare di sopravvivere nel feroce e competitivo ambiente scolastico, dove ogni mossa può segnare ascesa o discesa nello status sociale, i due si divertono ancora con tutti i classici cazzeggi da adolescenti.

Zach è innamorato di Allison (Elizabeth Cappuccino) e la cotta sembra ricambiata, anche Josh sembra attratto dalla ragazza, ma in modo meno sentimentale e coinvolto. Sarà infine Allison a decidersi e chiamare Zach per invitare lui e il suo amico alla imminente festa di compleanno.

Un pomeriggio i due si trovano con Daryl (Max Talisman), un ragazzo che frequentavano quando erano più piccoli e che ora è diventato un adolescente rozzo, invadente, aggressivo e, in poche parole, ben poco simpatico. Josh lo detesta apertamente mentre Zach ricorda ancora quando si divertivano insieme e questo ricordo gli permette di confrontarsi meglio con il Daryl attuale. Per l'occasione è presente anche Charlie (Sawyer Barth), cugino di Daryl, di qualche anno più giovane degli altri tre ma anche di qualche anno più scaltro, furbo e razionale.

I quattro si avventurano nel bosco con una katana. Devo davvero dirvi quel che accadrà, tenendo conto che non ci troviamo in un film comico? Daryl viene colpito mortalmente da Josh durante un diverbio e Zach, nel tentativo di aiutare, estrae la spada dalla ferita. Daryl sarebbe morto comunque, nessun dubbio al riguardo.

I tre sopravvissuti scelgono di nascondere il cadavere e di continuare a vivere come se niente fosse.

Voi ci riuscireste? Esatto, nemmeno loro: ognuno si confronterà con la morte a modo suo, coi pochi mezzi in possesso, e sarà l'inizio di una discesa verso gli abissi, discesa nella quale ognuno troverà se stesso (o, perlomeno, un nuovo se stesso) e reagirà in modo completamente diverso da come si comporteranno gli altri due.

Ci sono molte scene decisive in Super Dark Times (a proposito, ma che titolo stupendo è?): quella iniziale, sicuramente, ma anche il momento della morte di Daryl, prolungato, straziante e folle, con quel che vediamo che stride e lotta con quel che sentiamo. Questa dissonanza fra filmato e sonoro viene ripetuta più volte da Kevin Phillips, che è qui al suo lungometraggio d’esordio dopo alcuni corti e qualche esperienza in più come direttore della fotografia.

Come accaduto per altri esordi molto potenti degli ultimi anni, quel che più mi sorprende in queste nuove leve è quanto siano maturi i loro primi film, quanto sembrino opere di autori più esperti, consumati e navigati, che hanno imparato dall’esperienza.

Altrettanto poco esperti sono i due sceneggiatori, Luke Piotrowski e Ben Collins, eppure creano dialoghi, scene e personaggi che scrittori con una trentina d’anni in più non sanno nemmeno sognarsi e che risolvono solitamente in stereotipi insopportabili.

Al confronto, paradossalmente, hanno molto più curriculum i vari giovani attori coinvolti, tutti perfetti per i loro ruoli, così seri e verosimili. Questa scena indie, oltre a essere godibile al momento ci dice anche un’altra cosa: siamo dei professionisti che hanno iniziato da poco, ne vedrete ancora delle belle per molto tempo.

In mezzo a così tante persone di relativamente scarsa esperienza (anche Ben Frost alle ottime musiche, Eli Born alla fotografia o Ed Yonaitis al montaggio possono vantare una spiccata sensibilità e bravura ma non certo dei curricula lunghi chilometri) ecco che interviene l’esperienza degli addetti al casting.

Lois G. Drabkin e Susan Shopmaker si occupano della purtroppo un po’ nascosta arte di accoppiare ruoli a volti da parecchio tempo e hanno anche qualche titolo medio grosso alle spalle. Qui azzeccano praticamente ogni attore scelto, che sia protagonista o mezza comparsa, e aumentano così la resa finale del prodotto rendendolo anche omogeneo da un certo punto di vista estetico.

Al resto ci pensa un production design che, come detto, rende chiaro che ci troviamo negli anni Novanta ma non lo grida in nessuna scena né si compiace di alcunché.

Alcuni storceranno il naso verso il finale e ci può anche stare, non tanto per la scelta delle derive personali quanto per la compressione temporale con la quale precipitano determinati eventi, ma non mi pare difetto da molto.

Ben Collins e Luke Piotrowski in fondo non fanno altro che seguire una delle regole principali della narrativa: prenditi tempo per costruire personaggi credibili, verso i quali si riesca a provare un minimo di empatia, e sarai ampiamente ripagato quando accadranno loro cose, brutte o belle che siano. È un coinvolgimento che i troppi personaggi stereotipati e tirati via che affollano molto cinema non possono ovviamente pretendere dallo spettatore.

Super Dark Times nasce come piccolo cult e come biglietto di presentazione per un regista esordiente che è già fin troppo maturo e che, se saprà resistere a determinate pressioni (così come i due sceneggiatori), saprà ancora raccontarci da par suo qualche angolo buio degli USA, sia esso thriller, noir, horror o anche solo drammatico.

Meno Goonies/It e più I ragazzi del fiume.
Meno Stand by Me e più Giovani guerrieri.
Meno Stranger Things o Super 8 e più Gummo o The Smell of Us.
E così via…

In sostanza: meno nostalgia e maggiore memoria.
Anche perché il nostalgico vuole ripetere gli errori del passato, ama gli errori del passato: chi ha memoria preferirebbe al contrario evitarli.

Qualche paragrafo prima parlavo delle tante belle scene che affollano Super Dark Times, dal cervo alla morte di Daryl: dimenticavo quello che, a mia memoria, è il più intenso, romantico e commovente “bacio mancato” del cinema degli ultimi anni, provare per credere.

Deprimente, sobrio, cupo, controllato, negativo e misurato, dotato di rigore ma pronto a esplodere: avevamo bisogno di questo tenebroso viaggio nei sobborghi della psiche giovanile.

Ogni epoca ha i suoi Super Dark Times, bisogna solo cercare un po’ a fondo senza stancarsi facilmente.


Titolo: Super Dark Times
Titolo originale: Super Dark Times
Nazione: USA
Anno: 2017
Regia: Kevin Phillips
Interpreti: Owen Campbell, Charlie Tahan, Elizabeth Cappuccino, Max Talisman, Sawyer Barth, Amy Hargreaves, Adea Lennox, Ethan Botwick

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Recensione del film Super Dark Times
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 21/10/2017

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