Recensione
Auguri per la tua Morte

Auguri per la tua Morte: visiona la scheda del film Trovandoci in un momento di grande forma dell’intero cinema horror, diventa interessante, dopo aver esaminato lo stato di salute dei principali archetipi, andare a caccia dei vari sub-generi, per vedere come se la stanno cavando singolarmente.

E se c’è un sottogenere che se la sta passando alla grande è quello che mischia orrore e risate, in particolar modo quando a intersecarsi sono lo slasher e la commedia.

Better Watch Out, Red Christmas e il presente Happy Death Day - Auguri per la tua morte, il suo titolo italiano - sono I primi tre esempi che mi vengono in mente e, pur divergendo su molte pratiche, hanno anche alcuni aspetti in comune.

Per esempio l’umorismo, che nel primo nasce dai rapporti a due fra i vari attori/personaggi, e che quindi si basa tutto sui diversi scambi che possono scaturire di coppia in coppia.

In Red Christmas l’umorismo è ancora più sommesso e tenuto sotto controllo e nasce sia da alcuni personaggi oltremodo azzeccati (il declamante ed entusiasta Jerry di Gerard Odwyer funziona benissimo) sia da situazioni strambe e sottilmente morbose.

Le risate di Happy Death Day, infine, sono forse di grana un po’ più grossa e si appoggiano a cliché e dejà vu (e anche sulle buone capacità espressive della protagonista), ma mantengono intatta la funzione di stemperare tensione.

Anche l’elemento slasher è presente in tutte e tre le pellicole, con toni e modo assai diversi da titolo in titolo, e in alcune occasioni non disdegna violenza, forza e sangue (non qui, rassegnatevi), così da spostare nuovamente la bilancia del film.

In Happy Death Day questo bilanciamento è ancora più difficile per tutta una serie di motivi. Da un lato c’è il fatto che Christopher Landon gira un non eccezionale script di Scott Lobdell, che si ispira chiaramente a una gemma quale Ricomincio da capo (l'indimenticato Groundhog Day con Bill Murray del 1993) e, secondariamente, a lavori quali Edge of Tomorrow.

Pensare a questi titoli genera una sorta di aspettativa da parte dello spettatore e, temo, di scrittura automatica nello sceneggiatore.

Sappiamo, per esperienza pregressa che, per riuscire, un film come questo dovrà affiancare alcune scene comiche a un processo di crescita personale del protagonista e in contemporanea, una soluzione del problema principale di trama che, in questo caso, diventa una specie di whodunit ["Chi l'ha fatto?", "Chi è l'assassino?", NdR].

Christopher Landon si barcamena a dovere fra le tre anime del film: ha già dimostrato sia ne Il Segnato (2014) che in Manuale scout per l'apocalisse zombie (2015) di avere qualche marcia in più come regista che come scrittore; sa girare scene d’azione e sa coordinare attori più o meno giovani fra risate e horror.

Alla sua competenza si aggiunge quella della brava Jessica Rothe nei panni di Tree Gelbman, con un resto del cast che condivide alcuni difetti tipici di questi prodotti (alcuni fra gli attori sembrano fin troppo grandicelli per il ruolo) ma che azzecca molti volti nei co-protagonisti, su tutti il “fin troppo” bravo ragazzo Israel Broussard.

Soffermiamoci sulla trama di Auguri per la tua morte prima di procedere ancora un po’.

Teresa "Tree" Gelbman (Jessica Rothe) vive continuamente lo stesso giorno, un lunedì di maggio che è il suo compleanno ed è anche il momento in cui muore, per mano di un assassino mascherato. Dopo aver sperimentato la morte, la giovane si sveglia immancabilmente nella stanza di Carter Davis (Israel Broussard), all'interno del campus.

Tree ha bevuto troppo la notte precedente, questo è quel che si sente ripetere di volta in volta, ha baciato Carter che poi l'ha portata a dormire nella camera. Dal momento della sveglia in poi tutto sembra susseguirsi in modo più o meno simile di volta in volta: dai piccoli incontri casuali al pranzo con il padre, che Tree evita con cura, fino ai preparativi per una festa serale e, immancabilmente, all'istante della sua (violenta) morte.

Esasperata e stanca, confessa l'esperienza a Carter, che sta ovviamente imparando a conoscere meglio, giorno dopo giorno. Il ragazzo le consiglia di utilizzare la continua ripetizione come occasione per indagare e scoprire chi sia la persona che cerca di ucciderla, escludendo man mano i vari sospetti.

Il metodo sembra funzionare, ma il quadro si complica ulteriormente: ogni ripetizione indebolisce la ragazza, che finirà con il morire sul serio, esaurita dal loop e in più la serie di iterazioni e gesti permette a Tree di comprendere di essere diventata negli ultimi tempi una persona negativa e poco piacevole. Riuscirà a scovare il colpevole e "rifarsi" letteralmente una vita?

L’aspetto che più mi interessa di Happy Death Day è la sua funzione critica sia nei confronti in generale dello slasher che, in modo più diretto, per quel che riguarda l’operato di Blumhouse Productions, una funzione critica che immagino involontaria da parte degli autori, ma non per questo meno efficace o apprezzabile.

Invece di esasperare i cliché e i topos del genere pigiando sul pedale del citazionismo e del meta, Christopher Landon lascia che sia il semplice meccanismo della ripetizione a rivelare tutti i limiti della formula slasher. È una modalità per me più efficace, in quanto non ammicca, non esalta e non consola, non punta il dito e non ti fornisce spiegone, non ti abbraccia e coinvolge con il meccanismo del guilty pleasure, bensì ti sottopone al mero loop finché non ci arrivi con mezzi tuoi.

Gente che si comporta in modo stupido e continua a comportarsi in modo stupido anche quando la vita gli concede una seconda occasione, questo sembra essere il succo di buona parte degli slasher se sottoposti alla cura Ricomincio da capo.

Con l’aggravante del pubblico, di noi che, presi nello stesso loop, continuiamo da anni ad andare a vedere le stesse pulzelle inseguite dallo stesso killer più o meno mascherato attraverso più o meno gli stessi ambienti, vestiti e musiche, con più o meno gli stessi esiti.

Quando tutto ciò ci vien fatto notare in Scream (o, più in generale, in Quella casa nel bosco) ci sentiamo ok, facenti parte del gioco, attivi e pieni di ironia, quando esce fuori in modo diverso, come in questo caso, rimangono maggiori dubbi sull’essenza del nostro vedere, sul nostro livello di complicità passiva nell’accettare e persino cercare pattern e ripetizioni, che non lasciano altro che la sensazione di comodità da vecchia pantofola sfondata.

Senza l’àncora dello scherno e della critica espliciti, senza lo scudo ironico, rimaniamo una volta tanto esposti a un condensato di ripetizioni stupide che ci lascia interdetti. Perché stiamo vedendo per l’ennesima volta tutto ciò? È davvero divertente? Emozionante? Interessante? Abbiamo davvero bisogno di essere “intrattenuti” in questa catena di montaggio? Perché?

E, togliendoci dal paragone con Scream, è altrettanto importante che a rivestire questo ruolo sia un film comunque ben girato, divertente e carino come Happy Death Day, che ci fa capire molto bene quanto il potere, appunto, della “carineria” riesca a farci sopportare infinite ripetizioni.

La coppia Scott Lodbell/Christopher Landon avrebbe potuto esplorare mille angoli, deviazioni, spunti e possibilità avendo per le mani un soggetto che pone sì alcune limitazioni ma garantisce grandissima libertà all’interno di quel campo da gioco. I due finiscono invece per puntare sempre verso la minore originalità, sempre verso il puro (e sicuro) intrattenimento, evitando di sperimentare e cercando sempre l’esito dalle maggiori possibilità commerciali.

Questo, pur all’interno di un titolo lieve e comunque riuscito come questo Auguri per la tua morte, è un ottimo esempio del limite, in generale, di Jason Blum e della sua casa di produzione.

Tendiamo, io per primo, a vedere in Blum un tipo abbastanza capace, che ha a cuore “le sorti dell’horror” (qualsiasi cosa voglia poi dire questa frase, e io penso che non significhi nulla mai, in nessun caso) e che è riuscito a rinvigorire lo stesso attraverso una serie di progetti a basso costo che spesso rendono molto di più di quanto investito. Un gruppo di film “solidi”, che magari non osano mai più di tanto ma non hanno nemmeno lo stesso orrido livello qualitativo delle pellicole di varie major.

Ma, a prescindere dal fatto che far parecchi soldi con il minimo investimento possibile è qualcosa che l’horror sta facendo da decenni ed è un qualcosa che l’horror sa e può fare meglio di qualsiasi altro genere, quindi non è certo visione o intuizione di Blum, con il passare del tempo il catalogo Blumhouse, per semplice effetto di accumulo, sta via via normalizzandosi e spiccano sempre più i pochi Get Out del mazzo.

Uno sguardo alla pagina IMDB.com di Blumhouse Productions, in questo momento, mi parla di una filmografia composta da 186 titoli: fatte tutte le dovute tare (cortometraggi, episodi, roba ancora in pre-produzione) si ha l’impressione di un elenco nel quale i prodotti poco interessanti sono ormai la netta maggioranza.

In altri tempi magari il ruolo di Blum rimarrebbe intatto e anzi, ne uscirebbe ancora meglio se confrontato con il modo di operare di certe major, ma da qualche anno l’horror di un certo livello qualitativo è quasi sempre e solo indie e Blum, confrontato con questa fioritura di piccole produzioni dai grandi esiti artistici, ne esce fuori sempre più ridimensionato.

Non voglio però lasciarvi con l’impressione che Happy Death Day non mi sia piaciuto: ho apprezzato vari momenti, ho riso in alcune scene, il design del killer è convincente e, visto il limite del divieto, non si poteva poi far molto con sangue e violenza. E alcuni giochini temporali (il black out, su tutti, o quel cavolo di dolcetto che continua a rispuntare) sono efficaci.

In più… In più Jessica Rothe è fenomenale, travolgente: riesce a mischiare volgarità e simpatia, è odiosa ma anche amabile senza affidarsi alla sponda sexy, e la sua interpretazione è perfetta per un film nel quale quel che provi per il protagonista deve essere duplice e ambivalente.

Ciò permette un feeling raro nei confronti del personaggio principale: ti dispiace per la sua morte, come dovrebbe accadere secondo manuale, ma al contempo ci godi anche un po’ visto che il personaggio è anche stronzo.

E, altrettanto di conseguenza, ogni successiva morte del protagonista darà un mix diverso delle due componenti, simpatia e antipatia. Ciò è raro: capita molto raramente in una vita di letture e visioni e mi spinge da solo a voler bene ad Auguri per la tua morte.

E a essere innamorato di Jessica Rothe. E di tutto questo gruppetto di no-dumb-blondes che sta spuntando attorno all’horror più recente, da Oliva DeJonge (Better Watch Out, The Visit, Scare Campaign) a Samara Weaving (La babysitter, Ash vs Evil Dead).


Titolo: Auguri per la tua Morte
Titolo originale: Happy Death Day
Nazione: USA
Anno: 2017
Regia: Christopher Landon
Interpreti: Jessica Rothe, Israel Broussard, Ruby Modine, Charles Aitken, Laura Clifton, Jason Bayle, Rob Mello, Rachel Matthews, Ramsey Anderson

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Recensione del film Auguri per la tua Morte
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 05/11/2017

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