Recensione
Il Culto di Chucky

Il Culto di Chucky: visiona la scheda del film Prima di cominciare a parlarvi di Cult of Chucky, quello che ritengo il miglior film del mio franchise di gran lunga preferito, un breve annuncio: dopo questi ultimi due anni di collaborazione con La Tela Nera ho pensato, insieme ad Alessio Valsecchi, di cominciare a gestirne anche la pagina Facebook, che da tempo languiva in una sorta di limbo.

Gli aggiornamenti di status saranno quotidiani, più volte al giorno, dal lunedì al venerdì, e occasionali, a seconda della mia disponibilità e presenza online, durante il weekend, in quanto mi piace scrivere status live e non usare la programmazione se non strettamente necessario.

Manterrò il focus principale sul cinema horror, dando spazio a trailer e novità assortite, senza operare alcun filtro di qualità o tipologia di film, al contrario di quanto faccio quando scelgo di quali titoli scrivere in questa sede.

Vedrò poi, in misura minore, di occuparmi anche di uscite editoriali italiane e non, fumetti, arte horror ed eventi in generale ma, al contrario del cinema, in questi campi non posso promettere alcun tipo di continuità e completezza, in quanto non seguo praticamente nulla e mi baserò quindi principalmente su eventuali segnalazioni di voi lettori de La Tela Nera e relativa pagina Facebook (non esitate a segnalare).

Il tempo a disposizione è limitato, così come è drasticamente limitata la mia conoscenza di quel che è horror al di fuori del cinema: non aspettatevi quindi miracoli e ogni contributo sarà ben accolto.

Lo scopo è quello di fornire una sorta di notiziario quotidiano sulle principali novità che avvengono nel nongenere preferito da queste parti, riassumendo quanto di più interessante è proposto da vari siti, aggiungendo l’occasionale segnalazione di post presenti su La Tela Nera, sia per quel che concerne il cinema che le altre tematiche trattate su questo portale.

Ho scelto di rendere pubblico il fatto perché trovo deontologicamente problematico e imbarazzante segnalare miei post su una pagina social senza che i lettori sappiano che sono stato io a “spammare”.

Quel che non farò sarà lo scendere nel personale: non sarà mai Elvezio Sciallis a scrivere e proporvi cose e rispondere, sarà La Tela Nera.

E ora passiamo alla mia bambola preferita di sempre, partendo dalla trama de Il Culto di Chucky.

Con Nica (Fiona Dourif) finita in un istituto psichiatrico in quanto ritenuta colpevole degli omicidi perpetrati dalla bambola assassina; Alice posseduta dallo spirito di Charles Lee Ray, e Tiffany (Jennifer Tilly) che per poco non è riuscita a uccidere Andy Barclay (Alex Vincent), il bambino dei primi tre film diventato adulto, spedendogli un bambolotto Good Guy, il futuro per Chucky e compagnia danzante sembra radioso.

Un fotogramma del film horror Il Culto di Chucky
Le cose non si sono messe bene per Nica...

Quattro anni dopo troviamo un Andy che è totalmente ossessionato dalla testa parlante del Chucky a cui aveva sparato sul finale del film precedente, che conserva in cassaforte e tortura di quando in quando, e una Nica in procinto di essere trasferita in una clinica psichiatrica con regole di sicurezza meno ristrettive.

La ragazza, confinata sulla sedia a rotelle, ha “capito” che dare la colpa a Chucky era solo un modo per fronteggiare e sopportare il fatto di essere una spietata assassina e, ora che si è confrontata con questa fondamentale verità, il Dr. Foley (un crinito e boccoloso Michael Therriault) vuole inserirla in un ambiente più stimolante, che le permetterà di ricevere visite e di interagire con altri pazienti.

Nica finisce quindi in un istituto in aperta campagna, in una pianura coperta dalla neve (Winnipeg, Canada), un luogo tanto tetro e imponente all’esterno quanto moderno e asettico all'interno. Lì conoscerà pazienti e personale medico di ogni tipo, dal tizio afflitto da personalità multiple (Adam Hurtig) alla signora che si crede un fantasma (Marina Stephenson Kerr), passando per la tipa che ha ucciso suo figlio alla piromane di turno.

Durante la prima sessione di gruppo, in occasione della quale Nica viene accolta con una certa ostilità, il Dr. Foley tira fuori una bambola Good Guy, acquistata online apposta per impiegarla come strumento terapeutico. La bambola raddoppia poco dopo, perché arriva un secondo Chucky, questa volta portato da Tiffany, passata per annunciare a Nica la morte di sua nipote Alice.

Ambiente isolato, due possibili Chucky in azione (e Tiffany nei dintorni), con a disposizione droghe, bisturi e l'incredulità dei medici nei confronti dei malati di mente: tutto è pronto per una splendida festa di morte.

Un fotogramma del film horror Il Culto di Chucky
Vita fin troppo tanquilla nell'ospedale... ma la festa sta per cominciare!

Non ho scelto a caso le ultime parole di questa sinossi: c’è qualcosa di kubrickiano sia nell’avvicinamento ad Harrogate, la nuova struttura che ospiterà Nica in un abbraccio nevoso; sia negli interni dell’edificio, inondati di bianco e luci fredde da un Michael Marshall (Ginger Snaps Back, Wrong Turn 4, Curse of Chucky) in buona forma, che gioca di sponda con Craig Sandells (ATM - Trappola mortale, La maledizione di Chucky, L'esorcismo di Molly Hartley, The Haunting in Connecticut) per infilare nel corpo niveo e contemporaneo della struttura interna (magnifica, quasi brutalista negli esterni) un cuore nero e molto meno moderno, lo studio del Dr. Foley.

C’è un momento di citazionismo ne Cult of Chucky che vale da solo l’intero film, in particolare se accoppiato a un altro dato. Chucky sta aggirandosi nottetempo nell’ospedale psichiatrico e incontra l’anziana schizofrenica, che gli spiega che non deve avere paura di lei.
Lui è ovviamente spiazzato dall’atteggiamento della donna, le controspiega di essere “a vintage, mass-marketed children’s toy from the ‘80s, standing right in front of you, holding a very sharp scalpel”.
Ma la tipa non fa una piega, in quanto schizofrenica e quindi abituata a vedere e sentire robe che non esistono, un po’ come noi spettatori di film horror.

Chucky si incazza, promette di tornare per ucciderla e se ne esce con un “Jesus, fucking cuckoo’s nest!”: pronunciato dalla voce di Brad Dourif, che in Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) ha interpretato l’indimenticabile Billy Bibbit, e aggiungendo il fatto che la (bella e brava, sempre più intensa di sguardo ed espressività della bocca) figlia di Dourif torna a interpretare qui Nica, anche lei paziente in un “manicomio”, come il padre parecchi decenni fa, e che Nica offre a un altro paziente un chewig gum ottenendo come risposta “Mmm, Juicy Fruit”, che è quanto dice l’indiano a Jack Nicholson nella stessa situazione, in una delle scene pivotali di quel capolavoro, beh, c’è da far godere anche un tipo come il sottoscritto, di solito refrattario a questi giochini.

Altre citazioni mi interessano meno, ma credo riescano comunque meglio della media, come quando uno dei vari Chucky che affollano questa messa voodoo (officiata a latitudini insolite per questa religione sincretica) si lamenta della cancellazione della serie tv Hannibal, serie per la quale Don Mancini ha scritto alcuni episodi.

È rarissimo che un franchise non cali di livello qualitativo nel corso del tempo; è quasi impossibile che il suo miglior momento arrivi al settimo tentativo, ventinove anni dopo l’esordio, ed è altrettanto raro che una serie riesca a mantenere una buona qualità in quasi tutti i momenti, anche più strampalati.

Un fotogramma del film horror Il Culto di Chucky
Miss me?

Child’s Play non solo riesce in questi tre piccoli miracoli, ma combina parecchie altre cosette che molti franchise più famosi si sognano.

Facciamo prima di tutto un riassunto, abbiamo avuto:

La bambola assassina (Child’s Play, 1988): regia di Tom Holland, sceneggiatura di Don Mancini, John Lafia e rivista da Tom Holland.

La bambola assassina 2 (Child’s Play 2, 1990): regia di John Lafia e sceneggiatura di Don Mancini.

La bambola assassina 3 (Child’s Play 3, 1991): regia di Jack Bender e sceneggiatura di Don Mancini.

La sposa di Chucky (Bride of Chucky, 1998): regia di Ronny Yu e sceneggiatura di Don Mancini.

Il figlio di Chucky (Seed of Chucky, 2004): regia e sceneggiatura di Don Mancini.

La maledizione di Chucky (Curse of Chucky, 2013): regia e sceneggiatura di Don Mancini.

Il culto di Chucky (Cult of Chucky, 2017): regia e sceneggiatura di Don Mancini.

Come potete vedere, Chucky è una creatura di Don Mancini (e di David Kirschner, che da bravo papà del bambolotto, oltre che costruirlo ama anche produrlo) che ha attuato nel tempo un vero e proprio take-over del prodotto, ma quella prima revisione di sceneggiatura di Tom Holland (Ammazzavampiri, L’occhio del male) è importante e ci torneremo su.

Un fotogramma del film horror Il Culto di Chucky
La saga della bambola assassina Chucky sembrerebbe lontana dalla conclusione...

Nel corso di queste tre decadi abbiamo visto il bambolotto passare attraverso varie mutazioni, sia per quanto riguarda i film che il protagonista.

Il primo film è uno slasher piuttosto classico, poi aumenta il tasso di umorismo tagliente e cattivo, sboccato e crudele, per sfondare quindi nei due film “famigliari” del 1998 e 2004 che oltrepassano il muro dell’ibridazione comico/horror per trasformarsi in commedie più esplicite. Mancini dopo questo sbilanciamento rientra in territori più noti e solidi con La Maledizione di Chucky, che per alcuni versi e fan rialza le sorti della serie (anche in virtù dell’azzeccata figura di Nica) e approda a questo ultimo film che non poteva essere intitolato altrimenti, visto che per il bambolotto avverto un vero e proprio culto, fatto strano e isolato per il sottoscritto.

Per dire, Chucky è l’unico personaggio horror del quale possiedo una action figure: non sono un collezionista o feticista, anche quando leggevo fumetti avevo buchi in quasi tutte le serie che seguivo, non ho mai acquistato una variant cover o una special edition di qualcosa e non sono attratto da queste passioni. Per Chucky faccio eccezione, e dire ho una fobia per le bambole, che, come quella per i ragni, si è però attenuata nel corso dei decenni.

Chucky cambia nel corso della serie, si evolve e prende maggiore coscienza di se stesso, di quel che vuole, del suo ruolo: nosce te ipsum, vince te ipsum, vive tibi ipsi, sic eris felix. Sembra incredibile e può essere un caso, ma intanto Chucky/Charles è pienamente immerso in questi quattro step.

Passa da essere umano a bambola, nel 1998 si sposa, nel 2004 ha un figlio e quell’episodio è decisivo anche per un secondo motivo: Charlie sceglie di rimanere nel corpo della bambola, e ora ha un culto e parecchi cloni/fedeli scatenati.

Questo sono elementi che possono essere sottovalutati e visti solo come escamotage per girare nuovi episodi, ma anche trattandoli solo come tali, gli altri franchise al confronto si inventano svolte stupide e inconsistenti che raramente tengono in reale considerazione il protagonista.

Oppure possono essere considerati come momenti di sviluppo, crescita e cambiamento del protagonista nell’arco narrativo, fatto che per larga parte dei critici letterari è centrale nella valutazione di un’opera.
È altra cosa rarissima nei franchise cinematografici, che di solito aggiungono dei particolari, accumulano del “lore”, ma usano i protagonisti come robot che ripetono gli stessi pattern di continuo.

E, nonostante ben tre decadi di esistenza, non esistono remake né prequel di Child’s Play, altro dato importante. Questo perché il Good Guy non ne ha bisogno: Mancini è in full control, conosce la sua creatura e fin dall’inizio procede in modo molto differente rispetto ad altri parenti degli anni Ottanta.

Ci spiega tutto quel che dobbiamo sapere sul personaggio nel primo film (fra l’altro questo protagonista è uno dei pochissimi a essere reale artefice del suo destino, agli altri “accadono” cose dall’esterno, è la mano del fato o qualche intervento simile), al contrario di quasi tutti i primi episodi e da lì la fa crescere, mantenendo nel tempo alcuni professionisti (ovviamente Dourif in primis, ma che dire del ritorno di Andy Barclay/Alex Vincent, che avevamo già visto nel 2013 nella scena finale e che ora ha più spazio, con una scelta che avvicina Cult of Chucky a Boyhood di Richard Linklater?

E oltre a Mancini la continuità “tecnica” è assicurata anche dal ritorno di vari professionisti in molti reparti, anche in questo il franchise si distingue dalla frammentazione artistica di molti altri.

Ma Child’s Play è anche, e io questo dato lo trovo importante, esilarante e molto soddisfacente, una rappresentazione ben più verosimile dell’attitudine dell’americano maschio bianco medio nei confronti di conoscenze e culture altre ed esotiche. Tanto per offrirvi un dato, gli USA traducono solo il 3% di quel che arriva nelle loro librerie. In sostanza leggono solo roba scritta da loro. Pensate, al contrario, alla composizione delle librerie europee.

Questo scaltro e crudele assassino a stelle e strisce (i serial killer non saranno esclusiva statunitense, ma gli USA possono vantarne il maggior numero) cosa fa? Si imbatte nel voodoo, non si cura per nulla di approfondire la conoscenza della cultura/tradizione/folklore, non approfondisce o rispetta le regole dell’esoterico appena incontrato (non effettua quindi la transizione da esoterico a essoterico) e vuole tutto e subito, il potere facile e sbrigativo, senza doversi sbattere e senza dover sottostare con umiltà e per anni a maestri e pratiche di altre razze/religioni/quelchevolete.

Impara UNA, dico UNA magia, la usa disastrosamente, ne paga le conseguenze e, testardo, non impara nulla dagli errori e continua a ripeterli, con risultati spesso comici, fino ad arrivare a rassegnarsi ad apprendere UN MINIMO in più, ricorrendo a cosa? Al Voodoo for Dummies citato in questo Il culto di Chucky e già visto ne La sposa di Chucky, ovvero a un bignamino, un 101, una wiki.

Si comporta come si comportano gli americani: arriva in un Paese straniero e se ne fotte di culture e tradizioni, è privo di curiosità, intende solo sfruttare, fotografa i due monumenti più famosi, beve come un bove e se ne torna a casa con i souvenir più pacchiani, quelli che quando li vediamo nelle bancherelle ci domandiamo “ma chi li compra?” Ma in realtà ormai, con il turismo di massa, stiamo facendo tutti così e ognuno di noi pensa che no, lui no.

Pensate invece a cosa siamo abituati a sorbirci abitualmente nelle narrazioni statunitensi: Bruce Wayne che in preda all’angst e al broncio se ne fila in Tibet o Nepal o dove diavolo si reca, impara tutto quel che c’è da sapere in pochi anni e diventa un super atleta marziale meglio di tutti quei gialli inetti che praticano l’arte da millenni.
Stessa cosa per Matt Murdock/Devil.
Anche il Dottor Destino con la magia fa più o meno così, tanto per non citare solo i buoni.
Uguale, anzi forse è il caso peggiore in assoluto, per il Dottor Strange, che è davvero insultante: un ubriacone che in dodici facili passi frequenta la versione CEPU fintospirituale di Hogwarts et voilà, ecco il Mago Supremo.
È già buono, secondo me, che non abbiamo una Pantera Bianca.

E pensate anche a questo: Chucky non ha un “trauma” dal quale tutto deriva. Roba rara.

Noi bianchi facciamo davvero così, pensate solo a come ci rapportiamo al buddismo, meditazione, taoismo e altro ancora: li cerchiamo nella versione liofilizzata, con la scorciatoia, li prendiamo e pratichiamo come fossero Valium e Xanax da ingollare e dopo mezz’ora ecco il nirvana.
Ovviamente: non tutti fra noi, certo, certo, tu no, tranqui. Ma intanto, molti, la maggior parte…

Forti questi bianchi eh? Non solo gli statunitensi, anche se loro stanno incrollabilmente e pateticamente al top. Siamo sempre meglio di tutti, è che noi ci applichiamo, capite, mentre neri e altre razze, sapete, sono un po’ pigri e primitivi, non ci vuol poi molto a fottergli i segreti millenari.

Già solo per questo, io adoro Chucky e l’horror in generale, perché ribalta o cambia cliché, stereotipi e archetipi vari.

Charles Lee Ray è un turista del voodoo.

Addirittura, se la memoria non mi tradisce, ammazza il suo “maestro” con una bambolina voodoo: è il massimo dell’insulto nei confronti di questa pratica. È come se Chucky, in visita a Venezia, indossando uno di quegli insopportabili cappelli di paglia col nastrino, massacrasse un gondoliere sodomizzandolo a morte con una replica in plastica e lucine al neon del Ponte di Rialto, mangiando nel frattempo risi e bisi.

Mi piacerebbe poter dire che questo ribaltamento di un tropo narrativo avviene tutto per merito conscio di Don Mancini, ma temo che non sia così. Mancini si è storicamente dichiarato contrario all’inserimento dell’elemento voodoo, opera del “revisionista” Holland, e quindi parte di tutto ciò è solo reazione, ma funziona in modo uguale e non sottovalutiamo comunque il Don, che sta diventando sempre più bravo a sceneggiare, dialogare e filmare. Ho scomodato (fuori luogo, sia chiaro) Stanley Kubrick in precedenza, scomodo ora Brian De Palma perché Mancini, appena la sua creatura comincia ad alzare di giri lo splatterometro, mette anche lui una marcia registica in più e parte con split screen verticali e orizzontali che son sempre piacevoli da incontrare.

Per non parlare dell’animatronica, che migliora anche lei di film in film.

Un fotogramma del film horror Il Culto di Chucky
Passano gli anni ma Tiffany Valentine (Jennifer Tilly) è sempre lei...

La gestione continua da parte di una sola persona porta anche a un’altra conseguenza positiva: sottrazione di nostalgia. C’è grande compiacimento in Chucky, tornano molte sue frasi (“a true classic never goes out of style”), ci sono sia l’ironia che i giochini metanarrativi (Jennifer Tilly è favolosamente imprigionata in una stanza degli specchi che confonde realtà e due ruoli diversi nella finzione, un metacasino assurdo) ma è tutto condotto con sapienza e conoscenza e in più rimane quasi tutto “dentro” all’universo narrativo della serie.

Se Chucky è un turista del voodoo è anche, di contro, un artista dell’omicidio. A ogni nuovo film abbiamo delle coreografie di sangue migliori, qui si raggiungono top lirici con la morte di Claire nella stanza operatoria, uno dei migliori omicidi degli ultimi anni horror. Subito dopo Chucky dice a se stesso: “Sometimes, I scare myself”.
E spaventi anche noi, caro Good Guy: la serie spaventa e diverte, Chucky fa spesso ridere, e ha linee di dialogo ben più efficaci, in questo campo, di quelle riservate a un Freddy Krueger. Freddy è invecchiato male, le bambole non invecchiano.

E proprio nominando Freddy: la serie potrebbe, secondo interviste, continuare in due o tre modi. Un incontro onirico della bambola assassina proprio con Krueger; un episodio ambientato su un treno o uno nello spazio.
Tutte idee che sulla carta mi fanno storcere il naso, ma perché le penso rapportate a roba simile già capitata in altri franchise. In mano a Mancini e con Chucky, potrebbero tutte funzionare.

Verso il finale, al bianco e nero di Harrogate si aggiunge il rosso: non solo del sangue, ma anche di scarpe e sciarpe, per arrivare a una scelta di vita che evolve ancora di più il personaggio, e a un bacio che wow.

The cult is growing.

Ah: rimanete fino alla fine dei titoli di coda ;-)


Titolo: Il Culto di Chucky
Titolo originale: Cult of Chucky
Nazione: USA
Anno: 2017
Regia: Don Mancini
Interpreti: Fiona Dourif, Allison Dawn Doiron, Alex Vincent, Brad Dourif, Michael Therriault, Jennifer Tilly, Grace Lynn Kung, Elisabeth Rosen, Adam Hurtig, Marina Stephenson Kerr

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Recensione del film Il Culto di Chucky
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 15/01/2018

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