Recensione
The Killing of a Sacred Deer

The Killing of a Sacred Deer: visiona la scheda del film Nel concludere il lungo post sugli Horror Movie Awards 2017 ho scritto che il 2018 su La Tela Nera sarebbe iniziato per il sottoscritto con “con un post su un film che mi è piaciuto molto ma sul quale non avrei voluto scrivere nulla”. Nel frattempo sono usciti altri post, ma ora è arrivato il momento di occuparmi di quel film.

Considero The Killing of a Sacred Deer l’horror più notevole e importante del passato anno insieme A Ghost Story, ma avrei preferito non scriverne per due motivi: da un lato non credo di avere la preparazione e la cultura necessarie per riuscirci, dall’altro lato l’unico modo che ho di affrontare un possibile discorso su questo splendido lungometraggio è partendo da una premessa personale che ritengo importante, per me indispensabile.

Il mio approccio alla scrittura di post ha spesso bisogno di inneschi emotivi e umorali, mancandomi la tecnica e la competenza, e in questo caso l’innesco è fin troppo personale.

E se su Malpertuis [il blog ufficiale di Elvezio di qualche anno fa, NdR] non mi recava fastidio parlare di me stesso, né mi pareva fuori luogo, in questa sede lo ritengo molto meno opportuno. In fondo ho chiuso il blog e ho abbandonato i social anche per questo motivo: non mettere più in piazza gli affari miei e non farmi più quelli degli altri, oltre alla convinzione di non aver niente di interessante da dire sul 99,99% della realtà. Ovvero rendere privato il mio diario e non “spiare” più nei diari altrui che comunque, essendo pubblici, non saranno mai sinceri e saranno composti da molta performance.

Ma, stando sui classici, anche se si tratta di romani e non di greci, da un lato pecunia non olet e dall’altro lato parlare di un’opera simile è comunque una sfida affascinante, quindi proviamoci: chiedo perdono più del solito per inadeguatezze e fallimenti.

Vi faciliterò però la lettura indicando chiaramente dove inizia e finisce la mia digressione personale, così potrete saltarla e passare direttamente a quel che penso del film di Yorgos Lanthimos.

Un fotogramma del film The Killing of a Sacred Deer


*** Alert: inizio digressione personale ***

Io credo che ci siano determinate opere, in qualsiasi tipo d’arte, il cui godimento è ampiamente facilitato e amplificato (entrambi i termini sono importanti) se si hanno particolari visioni di vita e “filosofie”.
Non intendo, nella maniera più decisa e ferma, affermare che siano prerequisiti indispensabili, ma sono convinto che in alcuni casi se si è in sintonia con il creatore, se la si pensa (più o meno, con confini comunque ampi e vaghi) come l’autore, se vi è accordo sui valori e fondamenti principali, ci sia maggiore probabilità di sperimentare piacere e l’estasi sarà più intensa. Io nell’arte cerco in particolare alcuni elementi, poi se spunta anche altro è ok: viaggiare e conoscere altre persone, entrare nei loro panni, empatizzare (che è un gesto che mi riesce difficile, quindi cerco di esercitarmi per non far rammollire il piccolo muscolo empatico, allenandolo) e provare piacere estatico-estetico.

Dunque, io sono un antinatalista e, essendo sposato e (probabilmente) fertile ma non avendo alcuna intenzione di procreare, sono un antinatalista praticante, della peggior specie insomma.
L’antinatalismo, per dirla con Wikipedia, è “una posizione filosofica che assegna un valore negativo alla nascita”.

Alcuni pensatori moderni che appartengono a questa corrente sono Jim Crawford (Confessions of an Antinatalist), Sarah Perry (Every Cradle is a Grave) e naturalmente David Benatar (Better Never to Have Been: The Harm of Coming Into Existence), oltre ai libri potete facilmente trovare video di lezioni, conferenze e altro su YouTube, esistono anche dei canali dedicati al tema. È un pensiero che ha radici antiche e che risale, tanto per stare in tema con The Killing of a Sacred Deer, ai classici: credo che Lucrezio sia l’esempio più illustre di un pensiero simile.

Il perché io la pensi così è difficile da far risalire a una singola causa: nascita e primi anni di vita; rapporto o assenza dello stesso con i genitori; ambiente in cui sono cresciuto; accadimenti privati; cultura personale e ignoranza altrettanto personale; il famigerato “carattere”; equilibri biochimici nel cervello e capacità dei miei recettori; probabilmente anche fattori quali la dieta, clima, esposizione alla luce solare e determinati consumi hanno influito, tutti. Inutile pensare a “colpe”, ma eventuali responsabilità di questo pensiero sono tutte mie: per quel che posso dire la penso così da sempre, fino a quando posso spingermi con la memoria, direi in qualche momento fra gli ultimi anni delle elementari e i primi delle medie (sono del 1970, fate voi i conti).

Sono una persona che ha cambiato spesso idea su un sacco di cose, che ha cercato sempre apposta libri e persone che la pensassero in modo diverso da lui per cambiare: vinci se mi convinci, no?
Ma, in mezzo a tutti i miei cambi d’opinione piccoli e grandi, questa mia posizione è rimasta salda e incrollabile, sempre. Non ne parlo con facilità e sono anni che non ne discuto in pubblico, perché solitamente le reazioni che devo subire sono fastidiose e, per me, fuori luogo e sostanzialmente stupide e arroganti. E anche perché lo considero fatto fondamentalmente privato e non desidero in alcuna maniera fare proseliti o convincere persone.

Fra le risposte che solitamente noi antinatalisti otteniamo ci sono, in rapida carrellata, robe tipo “è una scusa per non darti da fare nella società”; “allora dovresti essere coerente e suicidarti”; “sei un egoista che ama fissare il suo ombelico” e naturalmente, su tutto, l’assunzione che io sia una persona depressa, triste e ben poco divertente da frequentare.
Non le considero nemmeno risposte o modi di dialogare: sono, appunto, “reazioni” (spesso a e pare che la mia posizione suoni minacciosa a chi non la pensa come me) e supposizioni o presunzioni su una persona che non si conosce, che portano subito al giudizio. Per questi motivi non rispondo a tali frasi, tanto non servirebbe: chi mi risponde così ha scelto di non conoscermi, ritiene di poter sapere tante cose su di me per scienza infusa. In più, non so voi, ma a me riesce un po’ difficile dialogare con una persona che mi consiglia di suicidarmi.

Potrei e forse dovrei fare esempi per spiegare che sono un tipo che diverte e si diverte, che ci sono molti modi per far politica e agire sul sociale, alcuni più strillati e visibili: il voto, il volontariato, lavori utili, proclami sui social, elemosina, spillette da indossare, strade da riempire, anti-ismi vari ed eventuali). Altri modi sono meno visibili, meno eclatanti.
Ma credo di essere già andato fin troppo sul personale, in più non devo dimostrare nulla a nessuno.

Questa mia posizione è uno dei pochi elementi identitari in mio possesso, visto che non sento di appartenere (questo non significa che non rientri nelle stesse, è che non mi importa di, non lo avverto e non ci penso molto) a religioni, nazioni, classi, “razze”, schieramenti politici, squadre di calcio, case editrici ecc ecc.
Insomma, non mi sento tanto maschio, italiano, progressista, laico, granata o che altro, ma mi sento decisamente e senza dubbio antinatalista.
Le uniche altre definizioni che sento un po’ mie sono “ignostico” e, ma in questo caso sono molto, molto meno sicuro di quel che sto per scrivere, “anarco-socialista”. Sono meno sicuro perché è una posizione che richiede, implicitamente, una fiducia nell’uomo che a me manca, che per funzionare ha bisogno di un determinato tipo di esseri umani, al contrario di altri sistemi.

Ritengo l’uomo (con le dovutissime ma insignificanti eccezioni) fondamentalmente una creatura egoista, bugiarda e violenta, me per primo: mi riesce quindi difficile pensarmi dentro una dottrina sociale e politica che non ha serie e concrete possibilità di esistere, mi sembra vanesio e illusorio. Per dirla in altro modo, non sono sicuro che riuscirei a passare dalla teoria anarco-socialista alla prassi, è già buono se riesco ogni tanto, per usare un azzeccato e ammirevole termine di James C. Scott, ad attuare un modicum di calistenia anarchica.

Ma ho nominato comunque anche questo dato perché è in qualche modo importante nei confronti del mio amore per questo film e per il suo regista, perché è una posizione che mi porta comunque a detestare con forza, anche se capisco benissimo che possa sembrare molto ingenuo e passé, la borghesia, che è il target preferito anche di Lanthimos.
Ma non ho fazioni precise, mi disgusta per molti altri versi il proletariato, per dire. Non riesco a concepire il concetto stesso del prevalere (o di dittatura, addirittura) di qualche fazione, classe, gruppo a detrimento di altri. Però la borghesia ha delle caratteristiche, anche estetiche, che me la rendono particolarmente indigesta.
E perché nei suoi film emerge spesso l’enorme egoismo dell’essere umano. Sono, appunto, segni di vicinanza fra me e lui, abbiamo target comuni, convinzioni simili (per quanto è possibile evincere dalle sue opere, ovviamente nel privato potrebbe pensarla in modo completamente diverso).

A chi volesse approfondire l’antinatalismo seriamente, senza preconcetti e senza presumere nulla sulle persone che lo praticano, consiglio questa intervista a David Benatar apparsa recentemente sul New Yorker.
Ammiro Joshua Rothman: è una persona intelligente, garbata, lieve, sa affrontare il tema con il dovuto tatto e riesce a condurre con successo una intervista che in altre mani e penne sarebbe stata un disastro, provate in seguito a leggere qualche altro suo pezzo, si occupa di temi disparati. Benatar, dal canto suo, è ovviamente preparato e rivela grande umanità, facendo capire che non siamo una manica di poseur emo-dark che si tira le seghe su Arthur Schopenhauer o Giacomo Leopardi pensandosi più intelligenti e sensibili di quegli zotici ottimisti che lancian razzi nello spazio, o “migliori” dei poveracci empatici ingenui che fanno volontariato e aiutano i poveri della Terra.

Anzi, a dirla tutta, credo che questa roba della sensibilità sia terribilmente sopravvalutata e da sovvertire, attivamente, a ogni occasione che abbiamo: in generale chi è sulle mie posizioni, ed è generalmente anche un introverso, è secondo me molto meno sensibile della media delle persone, proprio perché troppo concentrato su di sé e meno attento al mondo. Molto meno empatico, appunto.
In più: tutti, tutti soffrono e io sono sicuro (per quanto lo si possa essere) di soffrire parecchio meno della media, fosse anche solo per il fatto che ho avuto la fortuna di aver incontrato l’amore della mia vita (quanti possono dirlo?) e di essere nato automaticamente privilegiato in quanto maschio, bianco e occidentale. Quindi sono fortunato, molto più della media dei tot miliardi che abitano il pianeta, ma ciò ovviamente non cambia le mie posizioni, così come ci sono persone che soffrono enormemente più del sottoscritto eppure sono ottimisti e sfornano bimbi a mitraglia.
E non dovrebbe nemmeno essere una gara a chi soffre di più: il dolore è dolore. E il dolore è inutile, uno spreco inutile.
Infine, su quel “migliori”: lo trovo un termine terribile e un pensiero orrendo. Mi è capitato spesso, e per un caso fortuito mi capiterà ancora proprio fra qualche giorno, di partecipare a manifestazioni e marce le quali erano spesso annunciate, da chi le organizzava, in questo modo, sarà capitato anche a voi di leggerlo: “oggi la parte migliore della società civile si radunerà a…”
Io mi vergogno, ogni volta, di partecipare a eventi che si autodescrivono in questo modo, mi disgusta questo modo di pensare, poi ci vado lo stesso per altri motivi, ma mi vergogno e trovo che sia un modo di definirsi e pensarsi che rovina dall’interno quel che di buono si cerca di fare. E mi sento sempre spaesato ed escluso, in mezzo a queste marcianti folle di “migliori”.

Sono però sicuro che questa mia filosofia, per cercare di arrivare lentamente al film, influenzi in maniera potente e decisiva la mia estetica e che molte mie preferenze culturali e d’intrattenimento pop siano intimamente collegate a questa visione, è matematica elementare, reazioni chimiche da prima liceo scientifico.
Se preferisco l’horror alla fantascienza; se preferisco leggere Agota Kristof rispetto a Daniel Pennac; se detesto i concetti di Bene e Male e preferisco mille volte Little, Big a Il Signore degli Anelli; se scelgo Munch o Caravaggio rispetto a Manet o Raffaello; se adoro e conosco a memoria Elliott Smith e detesto con tutte le mie forze Jovanotti, è tutto per via della mia posizione filosofica, non per gusti insondabili e inspiegabili che mi piombano in testa come meteoriti a random e attivano dopamine a cazzo di cane (sebbene sia presente anche questo elemento, per mia grande fortuna, perché inserisce una sana dose di casualità e sorpresa), e nemmeno per via di preferenze legate alla tecnica individuale del singolo autore, che è elemento che raramente mi impressiona, sebbene sia sempre molto utile per l’espressione.

Non c’entra quindi la bravura dell’artista, posso riconoscerla nei registi più disparati, non vedo il problema: da Michael Bay che ha un talento visionario per l’azione a Steven Spielberg o Robert Zemeckis o vattelapesca, ma preferisco, essendo il tempo limitato, evitare i loro film per vedere in quei minuti a disposizione quelli di Michael Haneke, Andrej Zvjagincev o, appunto, Yorgos Lanthimos. Ma non mi piace citare solo esempi alti: preferisco vedere uno splatter di serie B con corpi in continua putrefazione o che esplodono, rispetto a un film di Benigni.
È semplicemente una questione di scegliere maggiore piacere rispetto a un piacere minore o nullo. Alcuni filosofi esistenzialisti identificherebbero proprio in questa mia scelta estetica, un prevalere della ricerca di piacere momentaneo che avviene a scapito della volontà, la fonte primaria della mia disperazione e angoscia.

Ritengo che l’esistenza sia poco interessante, dolorosa e assurda e quindi non la infliggerei mai di mia volontà ad altre persone: per me è azione profondamente immorale, questo è il motivo per il quale non avrò mai figli. Avrei preferito non essere messo al mondo e non riesco, come invece fa Albert Camus, a immaginarmi un Sisifo felice e contentone, che rotola macigni per una vivace eternità, come in un peplum girato sotto mdma.
Credo quindi, forse con arroganza, che essendo in sintonia con l’assurdo e il dolore io sia maggiormente predisposto di altre persone a provare piacere di fronte a certi film, e questa convinzione mi predisponga, per contro, a capire molto bene coloro che non amano i film che amo io. Li sento, pur essendo su posizioni diverse, come fratelli e sorelle molto vicini, seppur così distanti.

Infine, credo che il mio difetto più grande, o se vogliamo rimanere più neutrali, uno degli aspetti più caratteristici e fondanti della mia persona sia una spiccata irrazionalità. È un qualcosa che, ovviamente e in particolare vivendo in questa era, mi ha danneggiato, notevolmente, e credo di averne pagato tutte le conseguenze.
Il mio unico rimedio, non riuscendo a “diventare” razionale, è affidarmi a persone razionali, seguire quasi ciecamente le loro decisioni e posizioni in molti aspetti del “vivere quotidiano” e dar loro credito, rispetto e fiducia, negando spesso la mia stessa essenza. La razionalità funziona: guarisce dalle malattie, costruisce i ponti e le autostrade, migliora la nostra vita, perlomeno sotto molti aspetti misurabili e tangibili, e credo debba essere la nostra guida nelle decisioni che coinvolgono la comunità e il prossimo, è molto semplice.
L’irrazionalità quindi la tengo per me, cerco di non farla mai pesare in pubblico, per quanto possibile. Ma è la mia essenza, e amo l’irrazionalità, mi ha portato anche tantissimi benefici non materiali, non misurabili e quantificabili, cerco allo stesso tempo di coltivarla all’interno e soffocarla all’esterno.

*** Alert: fine della digressione privata ***


Un fotogramma del film The Killing of a Sacred Deer

Breve riassunto per chi ha saltato: penso che la vita sia assurda e dolorosa e che l’uomo sia fondamentalmente egoista, bugiardo e violento e credo che questo mio pensiero mi porti a cercare e apprezzare di più determinate opere al posto di altre, determinati artisti al posto di altri.

Assurdità, dicevamo.
È la chiave di volta, è quel che più mi avvicina a The Killing of a Sacred Deer.
A furia di concentrarci da un lato sull’esagerata bravura tecnica di Lanthimos in qualità di regista (tecnica che si affina di film in film e qui raggiunge una perfezione maniacale, una esigenza di controllo totale che è ormai rara, ricorda registi di altre epoche e altre esigenze) e dall’altro lato sul suo “gelo” (ma su questa presunta temperatura sottozero torneremo in seguito), si tende a mettere da parte l’essenza per me più importante del suo cinema, ovvero l’assurdità.
Ancora più importante perché è, più del weird e del grottesco, merce rara nel cinema contemporaneo.

Credo che serva sempre andare a esaminare un po’ più da vicino le parole che amiamo usare e che riteniamo centrali. Tullio De Mauro affermava che “parlare di lingua vuol dire davvero fare politica”.
Assurdo… Cosa significa assurdo?

La fida Treccani ci dice:
Assurdo agg. e s. m. [dal lat. absurdus, propr. «stonato», der. di surdus «sordo»]. – 1. agg. Che è contrario alla ragione, all’evidenza, al buon senso; che è in sé stesso una contraddizione: un’affermazione, una tesi, una supposizione a.; queste sono pretese a.; anche di cose o fatti reali, ma quasi incredibili per la loro stranezza o eccezionalità: è una situazione assurda.
Per estens., riferito a persona, un uomo a., una donna a., un tipo a., irragionevole, dal comportamento stravagante o fuori della norma. 2. s. m. Ciò che non può essere pensato perché privo di ogni fondamento nella ragione, e quindi intrinsecamente contraddittorio: dimostrare l’a. di una tesi; è un a. ciò che tu sostieni (in questi esempî, è più com. assurdità).


Credo che sia una delle più belle definizioni che io abbia incontrato in vita. Quante cose… Stonato, sordo… Quell’andare contro al “buon senso” e, su tutto, quel “fuor dalla norma” e, subito dopo, il “ciò che non può essere pensato”.

Troppo concentrati sull’aggettivo più facile e immediato (l’ho usato anche io, sia chiaro), quel “gelido” che risolve tante cose e mette in cassaforte la recensione di turno, abbiamo trascurato l’assurdità, che torna sempre e con la quale bisogna fare i conti.

Un fotogramma del film The Killing of a Sacred Deer

Purtroppo devo staccare dal discorso, interrompere un attimo per inserire e riassumere alcuni momenti di trama, senza spoilerare ma per fare capire, a chi ancora non ha visto il film, di cosa si tratti e poi continuare avendo maggiori basi comuni.

Martin (Barry Keoghan), un sedicenne affascinante in modo indefinibile, stabilisce lentamente ma in maniera molto potente, un forte legame con Steven Murphy (Colin Farrell), affermato chirurgo cardiotoracico. Il giovane passa spesso a trovarlo nell'ospedale dove il medico esercita, i due pranzano insieme e Steven arriva a regalare un orologio al ragazzo, evidentemente gratificato dalle attenzioni che riceve. Steven è un professionista di chiara fama e ha una vita apparentemente invidiabile: è sposato con una oftalmologa altrettanto nota, Anna (Nicole Kidman), vive in una splendida villa e la coppia ha due figli belli, bravi e buoni: Bob (Sunny Suljic), più giovane, e Kim (Raffey Cassidy) una ragazza adolescente che ama la musica e il canto.

Martin, al contrario, vive ben più modestamente, in una casetta nei sobborghi, con sua madre (che piacere rivedere Alicia Silverstone), che è rimasta vedova: il padre del ragazzo, infatti, è deceduto in seguito a una operazione abbastanza banale, un intervento al cuore operato proprio da Steven. Con il rafforzarsi del legame fra i due, cominciano anche le prime stranezze e inquietudini. Il ragazzo riesce a farsi invitare a casa del medico, conosce quindi la famiglia e subito Kim si innamora di lui, ma lentamente ci accorgiamo che il ragazzo si comporta in modo sempre più anomalo, è troppo pressante e asfissiante nei confronti di Steven e cerca addirittura di innescare una relazione fra sua madre e il cardiologo.

La situazione diventa intollerabile e il soprannaturale entra in scena, in modo imprevedibile, sotto forma di una inesorabile maledizione che colpisce l'intera famiglia Murphy. Per quanto terribile e mortale, l'incantesimo che intrappola l'intera famiglia segue alcune regole e può essere risolto in modo tutto sommato semplice e rapido, sebbene intollerabile e dolorosissimo.

È richiesto un atto di sacrificio quasi impossibile da compiersi, ma se non lo si attuerà le conseguenze saranno ben, ben peggiori.

Un fotogramma del film The Killing of a Sacred Deer

Tutto in The Killing of a Sacred Deer è assurdo, e tutto lo è in molti dei modi descritti dalla definizione della Treccani e questa assurdità porta a vari tipi di reazioni ed emozioni.
Yorgos Lanthimos e, non tralasciamolo, il suo co-sceneggiatore di fiducia Efthymis Filippou veicolano l’assurdo in molti modi, ma due dei mezzi privilegiati sono i dialoghi e la recitazione richiesta agli attori.

La recitazione algida, robotica, monotòna e distaccata, esaspera la sensazione che la vita, le azioni, il lavoro, gli scambi di convivialità, persino elementi come il sesso o le emozioni, non siano altro che doveri e costrizioni e programmazioni sociali. Ci sono tantissime scene nei vari film di questo regista che, in altre pellicole, non noteremmo nemmeno, ci sembrerebbero dei semplici e banali momenti di raccordo fra altri istanti più importanti, e invece, nelle mani di questi due autori, fanno risaltare tutta l’assurdità di larga parte del vissuto.

Prendiamo a esempio la camminata dei due medici, il cardiologo interpretato da un Colin Farrell per me strepitoso, che non ha ancora raccolto in carriera tutto il riconoscimento che meriterebbe, e il suo anestetista. I due parlano dei rispettivi orologi da polso, dei pro e contro dei materiali, della resistenza all’acqua e altro ancora e le scelte di dialogo, così come il modo con il quale sono recitate le frasi, trasmette tutto l’aspetto grottesco che si annida nel feticismo per le merci, in particolare per quelli che vengono definiti oggetti di valore o di lusso, e tutto il senso di disperato vuoto che spesso tentiamo di riempire con queste e altre “passioni”, condite da frasi inutili, didascaliche, che ribadiscono l’ovvio o scimmiottano pubblicità.
L’effetto è comico.

Questo è un dato importante, perché alla presunta sensazione di freddezza che possono trasmettere i suoi film, Yorgos Lanthimos replica spesso con un vasto spettro emotivo suscitato nello spettatore o, perlomeno, in qualche tipologia di spettatore.

L’assurdo è spesso comico perché non è connotato, inizialmente, da altro segno se non quello del “non razionale” e può quindi veicolare una vastità di emozioni e sensazioni potenti.
La comicità in Lanthimos scaturisce spesso da queste rappresentazioni satiriche: una delle scene che più mi ha provocato ilarità negli ultimi anni è stata la scena satirica, in The Lobster, nel quale viene rappresentato un insieme di persone che ballano al ritmo di musica elettronica.
Con il sottoscritto tale scena ha funzionato ancora meglio che con la media degli spettatori, in quanto amo andare a ballare musica techno nei club e trovo che la satira attuata dall’autore greco sia stata azzeccata, pungente su aspetti molto realistici, di questo rito che è allo stesso tempo così tribale e così distaccato, così radicalmente diverso dal ballo di coppia.
Da allora, inevitabilmente, ci sono momenti nei quali mi blocco in pista e ripenso a quella scena, con l’effetto comico e straniante amplificato dall’azione psicotropica, e altrettanto inevitabilmente mi metto a ridere.

Un altro esempio di grande comicità in The Killing of a Sacred Deer è rappresentato dal finale della scena della cena fra Steven e la madre di Martin, che non vuole lasciarlo andare via (in quanto vorrebbe scoparselo) ed esclama, parlando di cibo: “I won’t let you leave until you’ve tried my tart!”, dialogo che non ho idea di come sarà tradotto in italiano (il film esce in Italia il 28 giugno 2018) per cercare di mantenere intatta la battuta.

L’assurdo ha anche la straordinaria caratteristica narrativa di non avere bisogno di cause scatenanti razionali per accadere, può semplicemente scaturire per nessi incomprensibili o inspiegabili, o per capricci.

Un fotogramma del film The Killing of a Sacred Deer

In The Killing of a Sacred Deer l’impianto assurdo rende tali anche le poche scene gestite, filmate, e recitate secondo registri più “normali” (e ricordate qui la definizione della Treccani, con quel “fuori dalla norma”), su tutte il momento romantico, splendido, nel quale Kim canta una canzone a Martin. È un’isola pregna di pathos e di lirismo che spiazza e crea un effetto narrativo e drammaturgico molto forte e inverso: uno dei momenti più conformi ai codici narrativi imperanti diventa, in quella situazione, ancora più straniante.

L’assurdo esaspera ogni momento, porta al limite molte situazioni: il sesso viene sdrammatizzato, alleggerito dal carico e dall’attenzione sempre più oppressiva, performativa e ossessiva che sta ricevendo nella nostra epoca che supponiamo assai libera nei suoi confronti. E anche il sesso chiesto come scambio di favore, rappresentato in una scena all’interno di una automobile, rivela tutto il suo desolante squallore e la disperata solitudine e pochezza del potere e del dominio di chi lo esige, con una efficacia assai superiore rispetto a vari altri toni e stili (strillati, di denuncia, violenti, ecce cc) che sarebbero stati impiegati da altri registi.

E, naturalmente, l’assurdo terrorizza, crea orrore e paura, altrimenti non vi starei parlando di questo titolo su questo sito.
Crea sensazione di impotenza, irritazione e frustrazione nelle persone razionali, per poi procedere a una escalation di paura e terrore quando cominciamo (cominciano) a comprendere di essere in balia del caso e/o del capriccio di divinità o forze irrazionali, a fronte delle quali tutta la ragione del mondo nulla può.

E nessuna divinità, in questo caso, può funzionare meglio di quella greca, così più vicina all’uomo e ai suoi difetti, alle sue passioni, alle sue intemperanze.
Dei legami che quest’opera nutre con il mito greco, con il concetto di sacrificio e in particolare con Ifigenia, non mi sembra il caso di dilungarmi troppo, anche considerando l’attuale word count che sta avvicinandosi a quota 4000.
E non mi pare il caso anche perché tale legame è fin troppo evidente e urlato, e devo ammettere che questa evidenziatura, questo affollare l’opera (fin dal titolo) di immagini di cervi, che spuntano da tappezzerie e fotografie; e menzioni di tesine scolastiche proprio su quel personaggio, mi è parso un difetto, che non so se attribuire a un eccesso di compiacimento e indulgenza negli autori o, al contrario, in una certa insicurezza nelle capacità interpretative degli spettatori americani e inglesi, vista la svolta produttiva degli ultimi due film e il conseguente allargamento del pubblico di riferimento.

Un fotogramma del film The Killing of a Sacred Deer

Steven è messo di fronte, come Agamennone, di fronte a una scelta, una scelta che, da razionale uomo di scienza, gli pare così assurda che, prima di cedere, cerca di affrontare il tutto con le armi che ha a disposizione, che sono i tomi di medicina, i macchinari di analisi, i consulti con gli specialisti e persino il ricorso, “razionale”, al potere intimidatorio e reattivo della violenza.
Non è, facendo il più classico, conveniente e abusato dei paragoni, un uomo religioso come Abramo, che si sarebbe comportato in ben altro modo, bensì, in stretta aderenza al mito affrontato (o, perlomeno, a una delle versioni di questo mito) un eroe tragico.

Agamennone è un uomo etico e come tale, messo di fronte a una scelta, decide in modo morale e non religioso, ma l’etica, purtroppo, ci pone di fronte a dei valori e limiti assoluti che noi, finiti e difettosi, non possiamo raggiungere. Da qui la disperazione di Agamennone, a prescindere dalla scelta, e di Steven, disperazione che potrebbe essere risolta soltanto con la fede, come appunto può permettersi di fare il più “fortunato” Abramo.

Ma Lanthimos e Filippou non hanno girato un film in costume, non hanno scelto una soluzione atemporale, non hanno voluto una dimensione più astratta che gli permettesse di rendere la vicenda più universale. Hanno riposizionato il tutto nel contemporaneo facendo ricorso a un maggiore realismo, rendendo Steven personaggio, se possibile, ancora più tragico ai nostri occhi di Agamennone, perché non ha nemmeno la speranza di una futura scelta e trasformazione dall’etico al religioso. Questi due autori hanno collocato questa vicenda mitica dopo La gaia scienza, mentre Euripide scriveva nel 400 avanti Cristo: ora siamo ben più nudi e disarmati di fronte all’inesorabile asse dell’etica, irraggiungibile per noi asintoti umani.

Un fotogramma del film The Killing of a Sacred Deer

The Killing of a Sacred Deer è stato visto da alcuni come un riposizionamento commerciale da parte del regista greco, come un tentativo di cercare un pubblico più vasto banalizzando e semplificando la portata delle sue analisi e messaggi, raddolcendo la ferocia di certi attacchi (alla borghesia, alla famiglia, alla società, più in largo io direi che Lanthimos attacca la stasi), ammiccando e impiegando star.

A me così non pare, ma anche se così fosse, da questo punto di vista l’autore avrebbe fallito. Guardiamo qualche scientifico dato, ricavato da The Numbers: Kynodontas ha incassato globalmente 1.373.407 dollari; Alpeis 155.491, The Lobster è arrivato a quota 18.053.914 mentre The Killing of a Sacred Deer per ora siede su 4.408.155 dollari, un grave passo indietro.

Il messaggio a me pare ancora più cupo, aspro e inesorabile rispetto alle precedenti opere: se stai fermo andrà male, comunque ti muovi andrà male, non c’è alcuna via di fuga non solo possibile, ma nemmeno pensabile, nemmeno nella fantasia. Almeno anni fa potevamo provare a cavarci dolorosamente un dente canino, nella speranza, ora non c’è più traccia nemmeno di quella possibilità.
La condizione umana è misera, la famiglia una bugia, la società uno scherzo scritto con grammatica mediocre, le relazioni son poco più che programmi, l’uomo è una creatura così egoista da non esitare a pretendere una squallida sega da una madre alla quale i figli stanno morendo in modo atroce, tutto è così fragile che basta un capriccio per mandare in frantumi decenni di “lavoro”.

Il rigore formale e la potenza espressiva dello stile e della messa in scena a me semmai paiono ancora, per quanto incredibile, migliorati rispetto alle precedenti prove.
In larga parte ciò avviene per il fondamentale contributo di del fido Thimios Bakatakis, che sa zoomare così lentamente e dolcemente da mettere in dubbio la tua percezione visiva, che posiziona la sua mdp in tutti gli angoli meno immaginabili e più disorientanti e che smorza le luci, lentamente come zooma, man mano che ci incupiamo verso il finale. Ottime anche le ricercate scenografie di Jade Healy (A Ghost Story, altro titolo A24, che produce con estrema cura e mette a disposizione un gran bel gruppo di professionisti), che addiziona ambienti vetrosi e cristallini mentre sottrae la popolazione, ottenendo spazi deserti, inabitati, asociali e desolati.

I mondi di Lanthimos paiono sempre post-apocalittici senza che ci sia stata realmente un'apocalisse e senza la sensazione che “prima” si stesse meglio: sia che ci si chiuda nella villa-bunker di Kynodontas o che ci si aggiri fra case, sobborghi, ristoranti e ospedali come nella sua ultima opera.
A completare troviamo l'esiziale e dissonante colonna sonora che mischia Schubert e Bach a Sofiya Gubaydulina e György Ligeti, ma che funziona solo in parte, è alle volte didascalica quanto l'insistenza su alcuni richiami alla tragedia di riferimento, e altre volte troppo invasiva, come un’operazione a cuore aperto.

E, per chiudere, non dimenticate che quando queste operazioni finiscono male, potrebbe benissimo essere colpa dell’anestetista:
“A surgeon never kills a patient. An anaesthesiologist can kill a patient, but a surgeon never can.”

Ma no, no, non pensiamoci nemmeno. Sarebbe troppo ingiusto. Troppo errato. Troppo metaforico. Troppo simbolico. Troppo… assurdo?


Titolo: The Killing of a Sacred Deer
Titolo originale: The Killing of a Sacred Deer
Nazione: Irlanda, Regno Unito, USA
Anno: 2017
Regia: Yorgos Lanthimos
Interpreti: Colin Farrell, Barry Keoghan, Nicole Kidman, Alicia Silverstone, Sunny Suljic, Raffey Cassidy, Bill Camp, Barry G. Bernson

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Recensione del film The Killing of a Sacred Deer
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 10/02/2018

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