Recensione
My Friend Dahmer

My Friend Dahmer: visiona la scheda del film E anche il 2018 ci rassicura subito sul suo stato di salute-horror piazzando a inizio anno questo ottimo, per certi versi straordinario My Friend Dahmer, un lungometraggio che penso che spunterà fra una decina di mesi in qualche categoria degli Award che compilerò per i migliori film horror 2018.

L’anno nuovo conferma i trend di quello appena passato e in generale del periodo: le produzioni in qualche modo grosse e/o importanti, continuano a sembrare in affanno, mentre progetti meno urlati e sbandierati sorprendono per freschezza e coraggio.

È il caso di questo My Friend Dahmer, scritto e diretto da Marc Meyers sulla base del noto e apprezzato omonimo fumetto di Derf Backderf, pubblicato anche in Italia grazie a Gribaudo Edizioni. E da qui occorre partire per tentare di capire i motivi dell’alta qualità di questo lungometraggio.

Il fumetto in questione ha vinto il Robert F. Kennedy Journalism Award nella categoria “opera politica”, scelta di categoria che, dopo aver visto il film, risulta molto più chiara.
Per capire perché sia adatto il politico (e il sociale) per caratterizzare l’opera in questione, dobbiamo prima dare uno sguardo alla trama di My Friend Dahmer.

Gli attori Ross Lynch e Alex Wolff in una scena di My Friend DahmerA Jeffrey non viene facile sorridere durante le foto di classe.

Jeffrey Lionel Dahmer (Ross Lynch) è un ragazzo schivo e insicuro, che frequenta con una certa fatica l'high school, fra bullismo e popolarità nulla. Nè gli va meglio quando torna a casa: la nevrotica madre Joyce (Anne Heche) che entra ed esce dalle cliniche psichiatriche, non è una figura genitoriale delle più equilibrate e non nasconde di prediligere il figlio minore David (Liam Koeth); il padre, Lionel (Dallas Roberts), è sempre pronto a rifugiarsi nel lavoro (e nell’alcol) per sfuggire a tutte le altre incombenze della vita, che gli paiono molto più complicate e difficili.

Jeffrey, a fronte di molte evidenti incapacità e problemi, ha però una grande abilità d'osservazione e, già incerto, complessato e impaurito dal mondo, continua a ricevere dall'esterno una serie di input decisamente negativi.
I suoi genitori sono sull’orlo del divorzio, la scuola è un coacervo di violenza e indifferenza, non ci sono molte vie di fuga. La sola che conosce porta alla baracca dietro casa, nella quale scioglie nell’acido carcasse di animali per conservarne le ossa.

Quando cerca di aprirsi e mostrare ad altri questo suo interesse, nel tentativo di trovare amici e riscontri, riceve ben presto in vita una risposta molto chiara: sei un mostro, sei un freak, non vogliamo avere niente a che fare con te.

La chiave per aprire la porta dell'amicizia Jeffrey la scova casualmente e proprio comportandosi “da freak” in pubblico.

Accade nel 1978, ultimo anno di high school prima del reale debutto lontano da casa, al college. Jeffrey è in classe e, innervosito dal comportamento di un docente, reagisce “facendo lo spastico”: il comportamento viene percepito come comico da parte della classe, che gli riserva una risata.

Apprezzando il quarto d’ora warholiano, Jeffrey replica e si comporta nuovamente come spastico, continuando a ricevere riscontri positivi: un gruppo di tre amici capitanato da John “Derf” Backderf (Alex Wolff) e comprendente Neil (Tommy Nelson) e Mike (Harrison Holzer) trova i suoi comportamenti molto interessanti e lo invita a pranzo a scuola per conoscerlo meglio.

John, o meglio, Derf, è sempre lì a disegnare, non ha grande sensibilità per gli altri, tende a essere manipolatore e cinico e ha invitato Jeffery, dichiarandosi addirittura suo fan, con uno scopo preciso.
Convince infatti il nuovo amico a comportarsi sempre più da spastico, ridendo dei suoi gesti e pensando al tutto come a una cosa simpatica, provocatoria e vicina alla performance artistica.

Come è facile intuire, non c’è amicizia in tutto questo e, a parte utilizzarlo per queste imprese, i tre non stringono un legame autentico con Jeffrey. Ma per il ragazzo quella compagnia e quell’attenzione sono pur sempre meglio di nulla, anche perché attorno a lui tutto crolla sempre più velocemente.

Suo padre, che in precedenza gli aveva buttato via le carcasse in decomposizione e lo aveva invitato a metter su un po’ di muscoli per “attirare le ragazze”, decide alla fine per il divorzio: Jeffrey comincia a bere forte, ad ammazzare e sventrare animali, a confrontarsi con il suo orientamento sessuale e a provare sempre più spesso impulsi rabbiosi e violenti.

Sarà Neil, durante il ballo scolastico, a scusarsi con il ragazzo per come i tre si sono comportati, in uno dei pochi momenti di calore umano ricevuti da Jeffrey praticamente da sempre. Calore che è però ben poca cosa rispetto al fuoco di violenza che ormai lo sta divorando ed è pronto a portarlo alla sua prima vittima di una scia di sangue che alla fine metterà in pila diciassette cadaveri.

Gli attori Ross Lynch e Alex Wolff in un fotogramma di My Friend Dahmer
My Friend Dahmer come finisce? Chi conosce la storia di Dahmer sa che il finale sarà amaro.

Questo film sembra nato per essere discusso sulle pagine de La Tela Nera: in aggiunta alla trama qui sopra vi invito anche a leggere il dossier su Jeffrey Dahmer, che fornisce un quadro più dettagliato della famiglia e dell’infanzia, nonché delle sue imprese.

L’alta qualità di My Friend Dahmer, e la sua importanza dal punto di vista politico e sociale, nasce dalla fortunata miscela che, partendo dal già ottimo materiale di base, lo tratta con una buona sensibilità verso i rapporti umani.

Marc Meyers ha già dimostrato di avere tale sensibilità nel precedente How He Fell In Love (2015, mi manca invece la visione degli altri suoi due lungometraggi, Harvest del 2010 e Approaching Union Square del 2006).
Il fumetto parte da un vantaggio e una condizione unica: il suo autore è proprio lo stesso Derf che vi ho presentato nella trama, ed ha quindi potuto osservare direttamente la “nascita” del serial killer Jeffrey Dahmer.

Ma Derf non si è limitato a “osservare” in modo neutro, ha avuto un ruolo attivo in questa nascita. Ha contribuito, per una porzione che è impossibile e inutile quantificare, a creare “il mostro”. E, da come narra, ne è ben conscio e non esita a far dire al più sensibile Neil quel che è chiaro a tutti: stanno trattando male Jeffrey, lo usano, come un oggetto. Lo trattano da freak, i freak sono esibiti in fiere e circhi, Jeffrey si esibisce in ambienti sociali diversi.

Ed è da questo punto così privilegiato di osservazione, azione e riflessione, che nasce l’importanza politica e sociale dell’opera.

Volendo semplificare per amor di brevità e facendo riferimenti agli USA e non a schieramenti, gruppi o partiti italiani, possiamo dire che, con mille sfumature, esistono due tipi di attitudine generale.
C’è chi sostiene che essere un assassino, così come essere tante altre cose (tossicodipendente, aspirante suicida, senza casa, depresso, povero, obeso, disoccupato…) è esclusivamente colpa e responsabilità dell’assassino, così come aver successo è esclusivo merito del singolo.

C’è chi, al contrario, sostiene che la situazione è molto più complessa e che entrano in gioco così tante variabili (sociali, genetiche, culturali, ambientali…) che non è possibile dar solo colpa e responsabilità al singolo individuo e che comunque, in generale, sarebbe meglio pensare più alle possibili soluzioni costruttive, fra prevenzione e reinserimento, che limitarsi al “punire il colpevole”.

Più in grande, questo schema mentale diventa una scelta di campo economica e politica, e il gruppo che ha la prima delle due opinioni che vi ho elencato è spesso (ma assolutamente non solo e sempre) composto da persone che gravitano intorno alla galassia repubblicana e conservatrice.

Esponenti particolarmente aggressivi sono tutti quelli che citano Ayn Rand come intellettuale di riferimento: si tratta dei neoliberisti più “estremi” e di alcuni fra i cosiddetti anarco-capitalisti (triste definizione se mai ne è stata inventata una).

Non è importante in questa sede stare a determinare quale delle due posizioni sia “più alta” o “migliore” dal punto di vista morale, è una via che conduce ad autoassoluzioni e sensi di superiorità sgradevoli quanto inutili. Può essere più interessante dare uno sguardo alla ricaduta di determinate visioni del mondo.

Mettere un esagerato accento su colpe e responsabilità individuali è la chiave di volta per smantellare le istituzioni e addossare al singolo sempre maggiori pressioni, pressioni che un tempo erano assorbite da vari tipi di agenti, dai sindacati al welfare, dalla rete famigliare al volontariato e tanto altro ancora.

Tutto diventa colpa e responsabilità del singolo: se sei povero è colpa tua, se sei obeso anche, se sei un tossico lo hai scelto tu e non aspettarti aiuto dalle mie tasse con i miei soldi, dovevi pensarci prima.
Da qui si può procedere a chiudere dipartimenti, eliminare rifugi e punti di ascolto, tagliare le spese per vari settori.
Si innesca un circolo vizioso che peggiora questi problemi ma non importa, tanto è sempre possibile ghettizzare, confinare, richiudere e lasciare isolati i vari “colpevoli”, magari ricavando un profitto attraverso la privatizzazione di detti ghetti.

In questo senso My Friend Dahmer ha un forte significato anche dal punto di vista simbolico, in quanto è cronologicamente collocato in una fase storica che ha visto l’affermarsi di questa visione in USA e Regno Unito.

Ancora più in generale, questo continuo trasferimento di carichi e pesi dalla società all’individuo grava a livello psicologico, in ogni campo.

E quindi persone che sentono di dover “agire”, “fare qualcosa”, avvertono una pressione esagerata che non puoi davvero alleviare diventando vegano (io sono onnivoro, sto facendo esempi a caso), facendo donazioni a Medici Senza Frontiere, volontariato in Africa e tante altre cose.
Le puoi fare, puoi provarci, ma non basta: difficilmente sarai in grado di sostituire quel che viene smantellato, che era meglio organizzato, aveva più fondi ecc. ecc.

Si crea impotenza e frustrazione e il singolo si vede fissare dei compiti troppo al di là delle sue, magari anche encomiabili, risorse ed energie. Il risultato finale generale è maggiore stress, individualismo, parcellizzazione, sensazione di inadeguatezza e infelicità, con la ciliegina finale del sentirsi perfino colpevoli di non essere sempre felici, cosa che genera ancora maggiore infelicità.

Non possiamo sapere cosa sarebbe successo a Jeffrey in presenza di una famiglia più stabile, in assenza di bullismo scolastico, avvolto da una rete amicale, protetto da figure professionali capaci di individuare i primi segnali allarmanti.

My Friend Dahmer fa paura proprio per questo. Perché pensare che non tutta la colpa/merito/responsabilità sono dell’individuo porta immediatamente dopo alla realizzazione che anche noi saremmo potuti diventare dei “mostri”, ed è un pensiero intollerabile per molti: questa mancanza di controllo totale sulla propria vita, è una prospettiva impensabile.

Naturalmente con i serial killer il quadro si complica molto di più che, per dire, nei confronti di un povero, di un depresso o di un tossicodipendente, ed è una situazione limite, che la medicina e psichiatria faticano ancora adesso ad affrontare e, in sostanza, no, non tutti noi se anche sottoposti alle pressioni di un Dahmer, diventiamo degli assassini, anzi, ben pochi. Ma a maggior ragione, è simbolo importante, decisivo, proprio in quanto estremo, più potente.

Come può però un film riuscire a farci sentire tutto ciò?
La chiave è quella solita parolina magica che ripeto spesso nei miei interventi qui su La Tela Nera: empatia. La ripeto in quanto, essendone poco provvisto, è un qualcosa che mi interessa molto e mi incuriosisce.
E, appunto, trovo che l’empatia raggiunga il suo massimo di efficacia in queste situazioni: è un termine abusato e ora come ora, negli ultimi anni, sembra essere diventato la soluzione di ogni problema del mondo.

Ahimè no, e se eccediamo in empatia rischiamo di fare più danni che altro. Esistono diversi studi e interventi che avvertono dei rischi dell’empatia, Paul Bloom in particolare ha detto molto al riguardo, un riassunto potete trovarlo in questo video.

In più l’empatia corre il rischio di diventare l’ennesima “moda”, cavalcata appunto per sentirsi migliori: è già stata brandizzata e metabolizzata dai pubblicitari, e quando un termine e concetto comincia a essere impiegato per vendere della birra, occorre drizzare tutte le antenne possibili.

Ma, per quanto riguarda l’atto del narrare, l’empatia è ancora una delle migliori chiavi in assoluto, e quella che ci viene proposta è una empatia problematica e disagiante, perché non c’è nulla di cool nell’indossare i pani di un serial killer, anche se generalmente Hollywood tenta di farci pensare il contrario.
Farci stare un po’ più vicino a un assassino seriale è impresa difficile. Occorre evitare la glamourizzazione delle sue gesta e, pur umanizzandolo, far sentire allo stesso tempo la gravità della situazione e l’orrore dei suoi atti, un gioco d’equilibrio che non riesce a molti.

Marc Meyers (e prima di lui ovviamente Derf Backderf) agisce a tenaglia su due lati: da una parte rende Dahmer meno mostruoso, dall’altra tutti noi un pochettino più mostri, scelta equilibrata che ripaga alla grande. È più “bullo” l’idiota di turno che ti spinge e ti dice “frocio” oppure il tipo che, dietro apparente amicizia e ammirazione, ti manipola a compiere determinati gesti?
E che dire di tutte le persone che assistono a questi eventi senza mai intervenire e anzi, godendosi il circo e ridendo?

A “complicare” le cose c’è la sensazionale prova offerta da Ross Lynch, che mischia goffaggine a violenza, complessi e ossessioni a timidezza e bisogno di affetto, gran bellezza e atteggiamento quasi da star a un crescendo oscuro e tenebroso, impedendoci a ogni passo una completa e piena simpatia così come una attiva repulsione. Molto serio, cosciente di essere “usato” ma allo stesso tempo incapace di rifiutare quelle attenzioni, il Dahmer di Lynch appare completamente dissociato, come se osservasse la sua stessa spirale dall’esterno e avvertisse l’attrazione inesorabile di una forza simile a quella di gravità.

Minuto dopo minuto non possiamo far altro che accorgerci dell’immane tragedia in atto e avvicinarci alla prima vittima di questa tragedia, ovvero Dahmer stesso.

Quando abbiamo però completato questo processo di avvicinamento, ci rendiamo conto che Dahmer sta per abbandonarsi a quel che molti potrebbero semplicisticamente definire “il male” e che non c’è più possibilità alcuna di intervenire, riparare, evitare.

Ma Dahmer non è nato mostro: lo diventa, e in un certo qual senso fra i pochi film simili a My Friend Dahmer possiamo trovare I am not a Serial Killer, che procede in direzione contraria, più ironica e ben più leggera, quasi fosse la sua controparte solare.

Nella sua caduta, Lynch è accompagnato da un cast pressoché perfetto, a partire dai tre “amici” nerd, nel quale però si distingue la madre, una Anne Heche che rappresenta al meglio una caratteristica comune a molti elementi di questo film: la contrapposizione fra compostezza e “normalità” di superficie e gran caos e instabilità interni.

Sua è la migliore fra le frasi di My Friend Dahmer, una linea di dialogo che getta un’ombra e una programmazione o imprinting sul futuro serial killer: “New house rule; we eat our mistakes.”
La pronuncia durante una cena nella quale porta in tavola del pollo poco cotto, ed è inevitabile pensare al futuro cannibalismo di suo figlio.

L'attrice Anne Heche in un fotogramma del film My Friend Dahmer
Queste frasi di My Friend Dahmer sono spoiler sulla carriera da serial killer del protagonista.

La pellicola è ambientata a fine anni Settanta, uno dei momenti più particolari e importanti della nostra storia recente: qualsiasi sogno hippie è già tramontato da tempo perché si è scoperto che l’egoismo è più forte dell’amore libero, e si è trasformato in incubo; l’Occidente è pronto a tornare alla “normalità”, arrivano Reagan e la Tatcher, colei che meglio di tutti, con il suo macello sociale e il suo “There is no alternative”, rappresenta alla perfezione una delle due visioni di cui vi ho scritto più su. Non ci può essere alcuno sguardo nostalgico su questo particolare momento, e infatti la pellicola ne è esteticamente priva.

Jennifer Klide brilla in modo particolare nel creare gli interni, su tutti casa Dahmer, un ventre morboso e malato che ospita relazioni sbilanciate e in decomposizione, nevrosi, freddezza ed egoismo, nucleo e simbolo di uno sfacelo più generale, così come gli ambienti scolastici diventano l’arena che ospita le esibizioni e il freak show dahmeriani.

Al resto ci pensano gli ottimi campi lunghi di Daniel Kats e l’azzeccata selezione musicale, con parecchie canzoni dell’epoca che acquisiscono maggiore forza (e ne restituiscono alla scena) se si bada al testo in rapporto alla situazione.

Chi è l’assassino in My Friend Dahmer? La domanda è retorica, ma quel che il film prova a spiegarci è che forse, con uno sforzo generale, quell’assassino non sarebbe mai nato.

Un poster alternativo del film My Friend Dahmer


Titolo: My Friend Dahmer
Titolo originale: My Friend Dahmer
Nazione: USA
Anno: 2017
Regia: Marc Meyers
Interpreti: Ross Lynch, Alex Wolff, Anne Heche, Vincent Kartheiser, Dallas Roberts, Liam Koeth, Tommy Nelson, Harrison Holzer, Cameron McKendry

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Recensione del film My Friend Dahmer
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 24/02/2018

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