Recensione
And Then I Go

And Then I Go: visiona la scheda del film L’ottimo And Then I Go ha trovato finalmente distribuzione statunitense grazie alla sempre più attiva e promettente The Orchard (What We do in the Shadows, Thelma, Us and Them, The Devil and Father Amorth) dopo un giro festivaliero piuttosto lungo.

Come è ormai prassi, andiamo prima a dare uno sguardo alla trama di And Then I Go. Per la natura della sua narrazione, che svela in sostanza il finale di And Then I Go nei primi minuti, vi posso assicurare che il presente post non contiene spoiler su And Then I Go e potete quindi leggere tranquillamente la sinossi.

Edwin e Roddy, soprannominato Flake, entrambi intorno ai 13-14 anni, stanno per tornare a scuola, ovvero all’inferno.

Edwin (un abbagliante Arman Darbo, che fra qualche anno farà strage di cuori teen) è un ragazzo introverso e un po’ piccolo per la sua età, e la sua famiglia è ben lungi dall’essere perfetta.
Il padre, Tim (Justin Long, idolo indie che dobbiamo ricordare almeno in Jeepers Creepers, Drag me to Hell e Tusk) è un professore che si diverte di più a insegnare le macro agli alunni che a passare del tempo con i suoi due figli (Edwin ha un fratellino minore), con i quali è esageratamente sarcastico e superficiale.

La madre, Janice (Melanie Lynskey, altra indie-star, che ha esordito in Creature del cielo per poi passare a Sospesi nel tempo e da lì sfornare una serie di prove sempre più convincenti e tendenti al comico), cerca di tenere insieme i vari pezzi del nucleo, ma non ne ha in definitiva le capacità emotive e intellettive.

La famiglia di Edwin naviga quindi a vista, anche se la barca con la quale un tempo andavano spesso al lago è ormai definitivamente spiaggiata di fronte a casa (Spirit Breaker, la chiama il padre) e le varie scenette di pranzi e cene assurgono a metonimia: babbo beve e spruzza causticità, mamma ci prova, esitante, ma è inascoltata, il fratellino è un indemoniato e Edwin non comunica.

Non gira certo meglio a Roddy (Sawyer Barth, già visto in Super Dark Times e dotato di un volto e fisico che ricordano una sorta di mix fra i primi Sean Penn e Ben Foster), anzi: suo padre colleziona armi, e delusioni da un figlio che ritiene privo di ambizioni e che vorrebbe maggiormente interessato a “sport e musica”, mentre la madre è sostanzialmente un’anonima bionda sullo sfondo ed entrambi sono spesso assenti da casa.

I due sono amici praticamente da sempre, il paesaggio è affollato dei ricordi di anni passati mentre il presente è infiammato da un bullismo scolastico continuo, che li sta riducendo a pezzi. Insonnia, stress, ansia, sindrome d’assedio, chiusura (“our is a group of two”, monologa Edwin con una delle migliori frasi di And Then I Go), incomprensioni, risse: il quadro è quello consueto.

Fra genitori e professori che non sanno cosa fare, e figli che paiono altrettanto smarriti, il quadro sembra congelato in uno status quo di frizioni intollerabili. Qualcuno deve fare qualcosa, e Roddy ha piantine scolastiche e piani, armi e intenzioni: a Edwin non bastano gli ottimi risultati artistici per evitare il fascino nichilista del kill’em all proposto dal suo unico amico

“Kids like you used to get their butts kicked when i was a kid”, dice un preside meno indifferente della media a Edwin, a inizio vicenda. “They still do”, gli risponde Edwin, squadrandolo.

Un fotogramma del film And Then I Go
Il senso del film potrebbe essere riassunto in questa frase.

Per la classica coincidenza fortuita And Then I Go affiora mentre in Italia infuria, nel nostro modo ormai stabilmente superficiale, il “dibattito” su bullismo e violenza a scuola.
Per dibattito intendo l’impiego del bullismo come nuova arma di distrazione mediatica, ora che all’improvviso l’emergenza immigrati pare conclusa. Vedremo quale nuova emergenza percepita ci riserverà l’estate.

And Then I Go inizia con un monologo interiore. È Edwin che, fra le altre cose, ci dice:
“This is our school.
That’s my locker I can never get open.
I lie in bed terrorized by thoughts of this place to where I can’t sleep. And if I ever do get to sleep I just have nightmares about it.
Everyone’s in a group or wants to be in a group. It’s a joke.
This place, and everyone in it, is a big shit pile floating downstream.
And all the way at the bottom, below the kids with missing jaws and shit, there’s me and Flake.
Ours is a group of two.”


Per consolidare la sua carriera e reputazione in ambito indie, già emerse in occasione del suo episodio in Visions of Horror nel 2007 e nel più interessante Coldwater del 2013, l’accorto Vincent Grashaw sceglie di trasporre su grande schermo un romanzo del 2004, Project X, pubblicato anche in Italia da Meridiano Zero.

Un fotogramma del film And Then I Go

Non ho mai letto nulla di Jim Shepard, ma ne ho sempre sentito parlare bene ed è comunque autore che ha raccolto plausi dalla critica e vari premi, oltre ad aver sfiorato il National Book Award. Lo stesso Shepard ha contribuito alla sceneggiatura, scritta principalmente da Brett Haley, e lo slittamento temporale di più di una decina d’anni, con Instagram, nominato da Janice, ormai già ben consolidato, associato a dati dissonanti quali l’impiego di telefoni di ere geologiche fa e una generale assenza di tecnologia pervasiva, è uno degli elementi più strani del film.

Può trattarsi semplicemente di errore e sciatteria in fase di script, ma il risultato è per me positivo perché contribuisce a quella sorta di atemporalità, già vista in It Follows e altri film simili, che pone la storia in una dimensione leggermente crepuscolare e antinostalgica.

L’altro elemento che stride nella sceneggiatura, e questa volta per me in modo negativo, è una esagerata perfezione e artificiosità in certi scambi, in alcune battute, in determinati dialoghi, tutti molto simbolici, metaforici e allusivi, che possono a tratti esser difficili da immaginare come realmente provenienti dai vari protagonisti.

Crepuscolare è anche il lavoro del bravo Patrick Scola, che fotografa spesso durante le prime o ultime ore del giorno (quando non direttamente di notte), inondando gli esterni di luci oblique e ombre lunghe, o preferendo comunque le nuvole e le luci basse anche negli interni, contribuendo quindi al doom and gloom generale.

Grashaw riesce nella sempre delicata impresa di umanizzare i mostri, mischiando school shooting a bullismo e rivelandoci la relazione pericolosa fra questi due fenomeni, spingendoci a empatizzare con i due fuori casta senza per questo farci mai perdere di vista l’orrore di quel che stanno per fare.
Eliminando dall’equazione il “mostro”, ci troviamo di fronte a due ragazzi che stanno affogando in un oceano di dolore e non sono provvisti di altri metodi di reazione se non il trascinare nell’abisso altri loro simili.

Un fotogramma del film And Then I Go

In And Then I go l’assassino è molteplice, anche se le dita che premono il grilletto sono ben poche: genitori sempre meno preparati (dal punto di vista emotivo prima di tutto), sistema scolastico ferocemente competitivo, incompetenza delle istituzioni a ogni livello, peer pressure, disponibilità di armi sempre più letali.

Altri motivi li elenca Gianfranco Franchi, altri ancora ci sfuggono ma, come per il bullismo, per risolvere le sparatorie scolastiche non ci sono soluzioni semplici e occorre affrontare il problema da tantissimi lati. L’anomia, nel relativo micro di questi episodi come nel macro di movimenti e accadimenti ben più grandi, contribuisce all’età della rabbia.

Persino l’attuale generazione di adolescenti statunitensi, che è comunque quella che più si è fatta sentire e più a protestato e avanzato proposte e richieste al riguardo, sembra comunque appiattita sulla questione delle armi, che è sì di importanza capitale, ma non certo l’unica. E, tanto per collegarmi al precedente post su Butcher’s Block, c’è un grande rimosso nella questione delle sparatorie scolastiche, sul quale un numero sempre maggiore di medici, scienziati e politici comincia a insistere, un collegamento di enorme rilevanza statistica che coinvolge circa il 90% dei casi: la precedente prescrizione di antidepressivi SSRI a larghissima parte di questi adolescenti, con tutto l’insieme di “effetti indesiderabili” che ciò comporta.

Un fotogramma del film And Then I Go

“Do you want to check out my dad’s guns?”: siamo appena al ventiduesimo minuto, li abbiamo già visti poco prima compiere un atto spiccatamente antisociale e ora questa domanda, fatta da Roddy a Edwin, non lascia dubbi su quanto potrà accadere e risponde in anticipo a una tipica domanda da spettatori: come finisce And Then I Go?

È struggente e frustrante assistere ai continui giochi a nascondino, agli inseguimenti, alle incomprensioni e non detti fra adulti e ragazzi, ma anche fra gli stessi adolescenti.
Sapendo di aver fatto esplodere la bomba prima della mezz’ora, Vincent Grashaw provvede in seguito a creare diversioni e speranze, vie d’uscita e orizzonti, fra progetti artistici a scuola e razzi che salgono in cielo, il tutto ripreso con un soffuso lirismo, inquadrature controllate e movimenti di camera raramente frenetici.

Un fotogramma del film And Then I Go

Film simili ad And Then I Go possono essere da un lato quelli appartenenti all’universo in espansione del teen mumblecore tipico del già citato Super Dark Time, mentre per altri versi assistiamo alla genesi dei killer e, senza andare a scomodare l’ovvio riferimento a Elephant, piace ricordare il più recente My Friend Dahmer, a segnare un 2018 che già in due occasioni ci ha ricordato che razza d’inferno siano spesso scuola e adolescenza.

Penso che ognuno di voi abbia avuto a che fare con bulli e vittime o, per impiegare un termine meno problematico, con i target dei loro attacchi. Magari alcuni fra voi sono o sono stati bulli, altri bullizzati.
Scavando nel paleolitico dei ricordi di un classe 1970, ho sempre avuto a che fare con entrambi questi gruppi, pur non rientrando in nessuno dei due.

Dalle elementari fino al liceo scientifico (che, insieme al classico, è il tipo di istituto con la frequenza maggiore di bullismo) li ho frequentati anche di pomeriggio e sera, fuori dalla classe, talvolta sono riuscito a intervenire ed evitare qualche pestaggio, ma sono più i rimpianti per quel che avrei potuto fare di più e non ho fatto per menefreghismo e vigliaccheria.
Dovessi dire, quel che più mi ha colpito nella mia esperienza, che è ovviamente personale e probabilmente significa poco o nulla, è l’insieme di somiglianze fra bulli e bullizzati, in particolare se penso alle famiglie problematiche che entrambi questi gruppi avevano alle spalle.

Un fotogramma del film And Then I Go

Famiglie disfunzionali che sono ben rappresentate ma nemmeno troppo evidenziate (ovvero: in realtà ho visto ben di peggio) in And Then I Go: Justin Long e Melanie Lynskey brillano, sono completamente in parte e se non risaltano quanto dovuto è solo perché Arman Darbo e Sawyer Barth risultano ancora più efficaci e assorbiti nei loro panni, sulla scia di tanti bravi attori teen che stanno affollando il cinema americano, horror o meno, in questi anni.
A completare il reparto troviamo un efficacissimo Tony Hale a interpretare il preside, a ennesima, ormai consueta conferma del potenziale che hanno gli attori comici quando vengono chiamati per altri ruoli.

Tutto sommato parco, quasi latitante per quel che riguarda colonna sonora e sound design, il nuovo film di Grashaw esplode sonicamente in una sola, memorabile occasione, trovando nuovo e originale impiego all’ormai abusata Hurdy Gurdy Man che, per rimanere nel solo 2018, è già stata utilizzata sia nella serie Britannia che in American Animals, altra distribuzione The Orchard.

And Then I Go si chiude specchiandosi nell’inizio: troviamo nuovamente la camminata di Edwin ripreso da dietro, lungo i corridoi scolastici, e sentiamo in seguito un suo nuovo monologo, di ben altro tenore rispetto a quello iniziale.

Un fotogramma del film And Then I Go

La questione più importante del film la pone però un personaggio secondario, Herman, il ragazzino più piccolo rispetto ai protagonisti, anche lui bullizzato. Qualcuno deve fare qualcosa, afferma Herman.
Aldilà delle finte emergenze, rimangono i veri problemi, ormai storici. Problemi che non si risolvono con ciance da darwinismo sociale sul fatto che tutto passa, si deve sopportare, poi si cresce e i bulli in fondo, come il militare, ti preparano alla vita.
Problemi che non si risolvono con titoloni sui giornali e compulsivi (e complici) clic sadici sull’ennesimo video di pestaggi fra ragazzi o violenze sui professori. Altrimenti quel locker rimarrà sempre difficile da aprirsi.


Titolo: And Then I Go
Titolo originale: And Then I Go
Nazione: USA
Anno: 2017
Regia: Vincent Grashaw
Interpreti: Arman Darbo, Sawyer Barth, Melanie Lynskey, Justin Long, Tony Hale, Carrie Preston, Melonie Diaz, Royalty Hightower, Dallas Edwards

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Recensione del film And Then I Go
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 28/05/2018

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