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Non sono mai stato un estimatore della filmografia di Peter Jackson, con l’eccezione sottovalutata di Creature del cielo, un piccolo miracolo di inventiva allucinata, cronaca nera e finezza psicologica.
Era logico aspettarsi che Amabili Resti (Lovely Bones), la trasposizione dell’omonimo romanzo di Alice Sebold, avrebbe rappresentato un ritorno a una dimensione più intimista, ma sempre venata di crudeltà, come nel film sopracitato, eppure il film, dopo 45 minuti praticamente perfetti, deraglia rovinosamente rivelando i limiti di Jackson: ritmo farraginoso, impostazione concettuale profondamente errata della prospettiva narrativa, un utilizzo impacciato degli effetti speciali, una dicotomia marcata tra mondo e altromondo che annulla ogni compenetrazione dei due con il risultato di una visione schizofrenica.
Jackson si rivela un ottimo regista per quanto riguarda la componente thriller (la fotografia livida, la claustrofobia infernale della location dell’omicidio, la visionaria e agghiacciante rappresentazione della morte della bambina), e anche se l’identità dell’assassino è nota sa creare tensione, grazie anche alla performance luciferina di Stanley Tucci.
E anche la ricostruzione d’epoca gioca la sua parte.
A metà pellicola, inebetiti dalla voce narrante, onnipresente per l’incapacità di Jackson di trovare soluzioni adeguate che seguano lo schema della narrazione originaria (tutto è osservato attraverso gli occhi di Susie, ma la rappresentazione è sempre voyeuristica, ponendo lo spettatore all’esterno), gli effetti speciali compiono il loro ingresso e dall’orrore si passa, con uno scarto brusco, al limbo.
Un limbo indubbiamente immaginato da una ragazzina degli anni ‘70, ma talmente privo di inventiva, kitsch, abbozzato, e a volte persino dalla discutibile realizzazione, che il film sarebbe risultato più efficace senza alcune di quelle sequenze inutili e prolisse.
Non vivendo le vicende dal punto di vista dell’innocenza, Amabili Resti inevitabilmente perde coesione e a seconda dei vostri gusti o della vostra età considerete una buona percentuale delle scene una sorta di fastidioso intervallo pubblicitario.
Eppure sembra quasi il risultato di una scelta consapevole dato che l’unico personaggio intrigante, oltre a quell’omicida, è quello di Ruth, dai poteri medianici; ma anche quel filo rosso tra le due dimensioni viene accorciato, riducendosi a blande sovrimpressioni del volto di Susie sulle finestre.
Per fortuna gli scialbi e bellocci Mark Whalberg e Rachel Weisz sono controbilanciati dalla giovane Saoirse Ronan (strepitosa) e dalla stereotipata e sopra le righe Susan Sarandon, interprete di una nonna libertina e svagata che appare come eccessiva proprio perchè allo spettatore non viene offerta la corretta visuale di partenza.
E un elemento di entropica gioia casalinga si trasforma in una becera, ma simpatica alcolizzata.
A peggiorare la situazione di scarsa compenetrazione fra le parti, il livello di emotività è tenuto a freno.
La storia di ciò che resta di una famiglia dopo l’omicidio brutale di una bambina non interessa a Jackson, troppo tecnico e affabulatore superficiale, e si opta persino per un finale diabetico, traditore, ridicolo, inserito in modo così maldestro proprio all’apice di una lunga scena di suspense da lasciare increduli.
Amabili Resti è un film sul dolore e la morte ridotto al rango di medio intrattenimento famigliare. Il problema non è la tecnica, ma l’assenza di anima.
Recensione originariamente apparsa il 22/01/2010 su +LoveIsTheDevil+, il blog ufficiale di Lenny Nero.
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