Recensione
Antichrist

Antichrist: visiona la scheda del film Dileggiato dalla critica ufficiale, etichettato come film misogino, inutilmente provocatorio, se non addirittura prova di instabilità mentale di Lars Von Trier, Antichrist non solo è l’opera migliore del regista danese, ma contraddice su tutti i fronti i motivi della sua diffamazione.

Dopo aver letto criticamente un film, si può lecitamente stabilire il proprio personale livello di gradimento.

Von Trier è un regista che ha sempre scatenato reazioni forti, ma che con i suoi film è riuscito a raggiungere dei risultati che spesso l’arte si dimentica di perseguire perchè anestetizzata: turbare, emozionare, far pensare.

Quello a cui si è assistito sulla stampa è stato un gioco al massacro che ha stupito non tanto per i toni, ma per la superficialità borghese dei commenti e l’incapacità di discernere i vari piani di lettura, rivelando un vuoto culturale, persino cinematografico che, se non irritasse profondamente, non meriterebbe neanche di essere commentato. E ci si stupisce ancora di più pensando che questo è il suo film più cinefilo, meno innovativo, che si rifa a Bergman, cita Tarkovskij e chissà quanto involontariamente crea immagini, atmosfere e sequenze con forti eco di David Lynch.

Ironicamente descritto da Von Trier stesso come un horror-pornografico, il film è incentrato sul fallimento dell’elaborazione del dolore e del senso di colpa e basato su dinamiche psicologiche orchestrate in modo impeccabile e inserite in una cornice esoterica, anche troppo leggibile e polemica.

Era almeno dai tempi di Luna di fiele di Roman Polanski che non si assisteva all’autodistruzione reciproca di una coppia di tale violenza o da quelli di Bergman che i boschi non costituivano un microcosmo di morte e di riflessioni psicologiche e religiose. Ciò che differenzia Antichrist è che l’horror diventa la chiave moderna per rivestire e rinnovare lo psicodramma bergmaniano, strada che ha consentito a Von Trier di usare più che le parole la suggestione sensoriale.

Si passa così dal prologo da antologia, bianco e nero in super slow motion, erotico, esplicito, iperrealistico, estetizzante fino alla maniacalità, accompagnato dal Lascia ch’io pianga di Haendel, ai verdeggianti e lugubri boschi di Eden, in cui la musica scompare per far posto a un tappeto sonoro di suoni naturali e distorsioni che accompagna visioni raccapriccianti e immagini subliminali, che inquietano ed ipnotizzano, puntano all’angoscia o alla fascinazione maligna, ma mai al sussulto facile.

Von Trier, che ha rinnegato persino il suo stesso Dogma, sfrutta il mezzo cinema in ogni modo, curando ogni dettaglio, dalla splendida fotografia ai movimenti di macchina che da incalcolati come ne Il grande capo diventano calcolatissimi quanto il montaggio al fine di creare un contesto onirico.

Se Lynch con un bosco, animali parlanti e giochi di luci e suoni è capace di incantarci virtuosamente per ore, senza raccontarci assolutamente nulla, per Von Trier sono gli elementi adottati per rappresentare su schermo l’inconscio dei due protagonisti, conferendo loro una dimensione simbolica meno ermetica per chi ha familiarità con le dottrine gnostiche, ma non certo inaccessibile allo spettatore attento, a cui il regista offre tutti gli elementi utili alla comprensione, evitando di sacrificare l’aura di mistero e di perdersi in spiegazioni, risolvendo tutto su un piano visivo o con poche frasi.

La natura si raggiunge attraversando un ponte che conduce in un’altra dimensione, è il luogo dell’inconscio a cui ritornare per affrontare le proprie paure, e in cima alla piramide della paura disegnata dal protagonista c’è l’io stesso. La natura è una minaccia perché è amorale, senza pietà, perché ricorda costantemente la morte e la colpa (la cerbiatta che passeggia con un feto abortito ancora incastrato nel corpo della madre; il volatile appena nato che precipita dal nido e viene sbranato; le ghiande che cadono incessantemente sui tetti), ma soprattutto sfugge ad ogni controllo quanto la natura interiore.

Lui si ostina nel suo eccesso fastidioso di razionalità marziale di contrastare la femminina irrazionalità, viscerale e violenta, che invece di arginare provoca, scatenando una reazione da cui non c’è ritorno.

L’emotività e la sessualità di lei vengono ostacolate in ogni modo, represse, prima con gli psicofarmaci poi con i giochi psicologici del marito, che in parte si nega, in parte cede, accondiscendo alla coazione a ripetere e alle richieste masochistiche della moglie.

Ma il senso di colpa si autoalimenta ulteriormente, il processo di (auto)demonizzazione si completa e sarà proprio la sfera sessuale, primum movens della tragedia, quella su cui si scaglierà la furia della donna quando il marito, non rendendosene conto, la mette di fronte con una fotografia ad una imbarazzante e dolorosa cattiveria perpetrata involontariamente nei confronti del bambino.

I parallelismi storici con la persecuzione delle streghe (su cui lei stava scrivendo una tesi) sono usati prima di tutto per le potenzialità evocative, ma diventano anche l’archetipo del senso di colpa inflitto alla donna proprio per essere tale, una deleteria eredità della religione cattolica che ha indebolito psicologicamente le donne dopo aver ucciso coloro che si sono ribellate alle velleità di dominio maschile.

Eliminata ogni speranza di redenzione, non resta che infliggersi un castigo che addirittura si ritiene meritato.

Le scene in primo piano di mutilazione genitale che hanno suscitato tanto isterico disgusto non sono altro che la logica conclusione di un percorso psicologico, come un urlo per dichiarare la propria impotenza ed estirpare ciò che di più primitivo, colpevolizzato e fuori di ogni possibilità di controllo esista nell’essere umano.

Forse qualche critico dell’età di Otzi non si è ancora ripreso da analogo momento contenuto in “Sussurri e grida”, anche più sconvolgente perché accompagnato dal lussurioso gesto di cospargersi le labbra con sangue vaginale.

Raramente si è visto al cinema un film realizzato dal regista per necessità di catarsi che rappresentasse in modo così forte il legame fra follia e dolore, fra senso di colpa e sessualità, in cui i lati più rimossi dell’animo umano venissero esposti a nudo.

Antichrist: se questo film è solo una provocazione partorita sotto psicofarmaci, indico una petizione per distribuirne a tutti i registi.


Recensione originariamente apparsa su +LoveIsTheDevil+, il blog ufficiale di Lenny Nero.


Titolo: Antichrist
Titolo originale: Antichrist
Nazione: Danimarca, Germania, Francia, Svezia, Italia, Polonia
Anno: 2009
Regia: Lars von Trier
Interpreti: Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg, Storm Acheche Sahlstrøm

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Recensione del film Antichrist
Recensione scritta da: Lenny Nero
Pubblicata il 25/05/2009

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