Recensione
The Eye

The Eye: visiona la scheda del film Il fatto che The Eye ci parli di premonizioni è divertente, se ci riflettiamo un attimo, visto che ogni maledetto minuto di questo tedioso remake di un tedioso originale è prevedibile e non bisogna essere dei sensitivi per sapere quello che accadrà di scena in scena, di sbadiglio in sbadiglio.

Non c’è niente di peggio, per un’opera d’arte , un saggio, un programma politico e tanto altro ancora che agire per vie consolatorie, dicendo alla gente quel che la gente vuol sentirsi dire, facendo loro provare le emozioni previste, senza mai scantonare o sorprendere per un singolo istante. E sotto questo punto di vista The Eye funziona in modo esemplare, trattandoci come piccoli bambini con difficoltà d’apprendimento che vanno guidati attraverso una trama inconsistente e statica dal prologo all’epilogo, se possibile con tanto di didascalie sparse.

La situazione descritta in questo film, già stuprata a dovere da tantissimo cinema e letteratura e occasionalmente visitata con dignità da opere superiori (penso a un Il sesto senso o, indietro nel tempo, a An occurence at Owl Creek) è il migliore canovaccio sul quale innestare il trucco supremo dell’horror contemporaneo, il rifugio sicuro per qualsiasi sceneggiatore o regista incapace di operare su altri livelli e di premere i giusti punti di pressione, ovvero l’apparizione improvvisa con tanto di sonoro adeguato.

E i poveri David Moreau e Xavier Palud (Them), ammaliati dalle sirene statunitensi e alle prese con l’insipidissima opera dei disastrosi fratelli Pang, si rifugiano appunto nelle visioni improvvise, nel fantasma che fa capolino cercando di spaventare ogni 5 minuti, in una reiterazione che stufa già prima di cominciare o che, tornando appunto al discorso delle opere consolatorie, potrebbe invece piacervi proprio perché vi fornisce su un piatto d’argento esattamente quello che vi aspettavate.

Io preferisco essere sorpreso, potete quindi immaginare come mi si sia slogata la mandibola al secondo fantasmino che faceva bu! alla povera Jessica Alba. Difficile fare peggio dell’originale, eppure i due francesi ci riescono grazie a una fotografia decisamente anonima (di un Jeff Jur ormai rassegnato alla televisione dopo aver tentato a lungo con il cinema) e a una colonna sonora disastrosa da parte di un irriconoscibile Marco Beltrami. Le cose non vanno meglio per Patrick Lussier al montaggio (si dice che abbia pasticciato anche con la regia), il cui lavoro è obbligato e incanalato da una serie di dissolvenze imbarazzanti per la loro ovvietà.

Instupidito dalla trama e annichilito dall’insipida veste grafica, l’occhio vaga in cerca di attrattive si posa inevitabilmente su una Jessica Alba che prova disperatamente da qualche anno a dimostrare di essere anche brava oltre che bella ma che qui più che in tanti altri film sembra un ciocco di legno scolpito da un artigiano particolarmente abile. Non ho mai capito perché, con l’abbondanza di attrici giovani, belle E brave, Hollywood insista a usare queste stupende ma inette ragazze. Il resto del cast, narcotizzato dalla recitazione di Alba, rallenta e si adegua, ed è un peccato per Alessandro Nivola che sappiamo poter fare assai meglio che vestire i panni di un dottorino catatonico.

Ovviamente nella “traduzione” dall’originale al downgrade americano (con il prefisso riferito alla famosa e brutta sindrome) si perdono alcune delle cose più decenti, come le ombre che scortano i morti, collegate lì al buddismo e qui a qualche scarto di Harry Potter o ancora come il viaggio al villaggio che qui diventa un’improbabile escursione in Messico. Per contro ci becchiamo il solito mumbo jumbo parascientifico con tanto di spiegone sulla memoria cellulare, roba da chiodi…

Lo schema tipico usato dai due registi almeno una decina di volte è facilmente riassumibile: inquadratura di una figura confusa in avvicinamento, stacco su un’Alba bovina, falso senso di tranquillità, improvvisa apparizione della precedente figura, ora in primo piano e follemente urlante. Se vi piace questo tipo di ripetizione andrete pazzi per The Eye e fiondatevi in sala, altrimenti così su due piedi ho almeno un centinaio di titoli da raccomandarvi in noleggio per quella sera.

Gli ultimi venti minuti sono dolorosamente insopportabili e offensivi sia per la mancanza di ogni senso logico che per l’azione che riesce a far rimpiangere i momenti in cui ciocco di legno Jessica stava ferma e stesa su un lettino di ospedale. Momento top del film quando la bambina malata di cancro o altra terribile malattia si gira verso la nostra eroina e le dice “Non avere paura, la vita è bella”: mi sono accucciato nella poltrona temendo di vedere spuntare il fantasma urlante di Benigni.

Era facile prevedere il disastro per i bravi ma sprovveduti Moreau e Palud, c’è solo da sperare che abbiano imparato a fondo la lezione e tornino a pensare e filmare vicende più adatte ai loro mezzi, magari attraversando nuovamente l’oceano, lontano dagli execs rampanti e invadenti.


Titolo: The Eye
Titolo originale: The Eye
Nazione: USA
Anno: 2008
Regia: David Moreau, Xavier Palud
Interpreti: Jessica Alba, Parker Posey, Alessandro Nivola, Francois Chau, Tamlyn Tomita, Rachel Ticotin, Rade Serbedzija

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Recensione del film The Eye
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 01/02/2009

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