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Intervista a Ian Delacroix

Abbiamo chiacchierato con uno degli autori di punta della casa editrice XII

Intervista a Ian Delacroix La porta si apre cigolando, vengo investito da odore di incensi e effluvi misteriosi. Dentro è penombra, mi avvicino alla luce tremolante delle candele. Dietro un velo che ondeggia stancamente siede una figura scura. Pare indossare una maschera grottesca.
Resta in silenzio.
Prendo posto su di una poltrona di velluto nero, e comincio con le mie domande.

[La Tela Nera]: Ian, della tua ultima opera, Abattoir, s’è detto che, pur mantenendo l’inconfondibile cifra stilistica delle precedenti, ha un approccio più fisico, più materiale, meno sfumato. È stata una tua decisione volontaria prendere questa direzione?
[Ian Delacroix]: No.
Credo sia stato un processo naturale, influenzato più da situazioni personali, che letterarie.
Un’evoluzione, se vogliamo, o involuzione per altri.

Mi sono limitato ad assecondare questa pulsione, nient’altro.

[LTN]: Per il futuro dobbiamo aspettarci opere sull’onda di Abattoir?
[ID]: Decisamente sì. Più che altro perché nell’ultimo periodo ho scritto diverse opere che presentano atmosfere e caratteristiche analoghe alla scrittura di Abattoir.
Conclusa questa fase, probabilmente Ian vivrà un’altra maturazione – o decomposizione – e la crisalide diverrà qualcos’altro, pur conservando intatta la sua essenza.

[LTN]: Dai tuoi racconti traspare spesso un legame empatico molto forte con i personaggi. Ci parli del tuo rapporto con loro?
[ID]: Questa è sempre una domanda delicata, alla quale spesso mi sottraggo. È la cosa più intima che mi si possa chiedere, anche perché se rispondessi sinceramente, nella migliore delle ipotesi rischierei di non venir creduto.
Loro sono i miei figli. Mi parlano e pretendono spazio e attenzione, come ogni figlio che si rispetti.
Per come tratto alcuni di loro nei miei libri non si direbbe io sia un padre amorevole, ma anche per questo esiste una spiegazione: permettimi di non svelarla. Non oggi per lo meno.
Li immagino costantemente su un palco, come attori bellissimi e orrendi al contempo – assolutamente sublimi –, e mi limito a osservarli recitare una recita eterna.

[LTN]: Dove sei quando scrivi? Qual è l’atmosfera che ti circonda?
[ID]: Per scrivere devo necessariamente essere in completa solitudine, nella mia alcova.
L’atmosfera che prediligo è quella intima e soffusa: penombra e musica in sottofondo. Se adesso ti dico che adoro rimanere a lume di candela rischio di passare per eccessivamente cinematografico o kitsch, per cui te lo dico…

[LTN]: Nei tuoi racconti spesso ci sono riferimenti alla musica, e la forma stessa di essi ha una grande cura per armonie e melodie linguistiche e strutturali. Ascolti musica mentre scrivi? Che tipo di musica?
[ID]: Nel profondo sono un musicista mancato. Me l’hanno detto ed è vero.
Musica e letteratura sono le mie ossessioni. A casa ho una collezione composta da più di tremila dischi, e il loro numero è in continuo aumento. Mi hanno ripetuto che sono un maniaco musicale, e anche questo è vero. Le pareti della mia stanza grondano di cd e libri (anche di questi alcune migliaia), che un giorno mi crolleranno addosso e sommergeranno. Sarebbe una morte bellissima.
Ascolto musica sempre. Non riesco a scrivere senza.
Musica cupa e malinconica, che su di me ha il potere di infondere serenità. Il gruppo più scanzonato che amo sono i Cure.
Darkwave in tutte le sue sfumature e metal estremo (death e black) principalmente. Ma anche musica classica.
Passo allegramente dai Bauhaus ai Darkthrone secondo le mie esigenze emotive.
Nella mia scrittura credo – anzi, ne sono certo – di non avere debiti nei confronti di nessun autore del passato, mentre ne ho nei confronti della musica che ho vissuto.

[LTN]: I tuoi racconti spesso sono giocati attorno a una immagine molto iconografica, una scena cristallizzata alla quale la storia porta nel suo climax. Ti capita che i tuoi racconti nascano da una di queste immagini?
[ID]: Spesso.
Io i racconti li vedo. Come immagini nella mia testa. Ho un approccio molto visivo alla storia, che poi naturalmente viene trasposta su carta.
D’altronde il racconto per sua natura si deve basare su un’idea forte e totalizzante, a differenza del romanzo.

[LTN]: A cosa stai lavorando ora? Dacci qualche anticipazione…
[ID]: Ho quasi terminato il mio terzo romanzo, quello che più mi ha logorato. Più che altro perché nel frattempo sono sorte le idee per altre due storie lunghe, sulle quali non posso mettere mano sino a quando non si sarà concluso questo.
Il romanzo ruota attorno a una libreria nella quale comincia a manifestarsi (o meglio, a intuirsi) una “presenza”. L’attenzione maggiore è concentrata sui personaggi che lavorano in questo luogo: i loro problemi, i segreti, i lati oscuri della loro vita e soprattutto il loro modo di rapportarsi al sovrannaturale e al mondo creato dalla fantasia, che molti nella realtà in cui viviamo tendono a dimenticare o non coltivare.
La libreria da cui ho preso spunto esiste realmente a Milano, e ci ho lavorato per diverso tempo. Ma ho conservato solo la struttura in cui ambientare la storia, purtroppo non ho mai visto né percepito fantasmi là dentro.
Poi, nel romanzo, esistono diverse sottostorie collaterali e mondi che si intrecciano: sono presenti zombie, cadaveri, ombre, teppisti, baristi, scrittrici, vecchiette e tante altre figure inquietanti.

[LTN]: Ultimamente nel panorama horror troviamo diversi nomi validi italiani. Credi che il mercato finalmente stia “svecchiandosi”? Cosa ne pensi in generale dell’horror italiano?
[ID]: Lo spero. In realtà percepisco – negli editori ma soprattutto nei lettori – un approccio molto conservatore e legato al nome, più che alla qualità. È una cosa che purtroppo ho notato da diversi anni, avendo lavorato per molto tempo in libreria.
Meglio leggersi l’ennesimo noiosissimo clone-di-chi-vuoi-tu americano, piuttosto che sfogliare il libro di un autore che non si conosce, per giudicare se la sua scrittura merita e i mondi che ci offre sono personali.
Da lettore io ho un approccio molto differente. Per mia natura anche in questo caso sono maniaco. Se un libro è horror o legato al fantastico devo leggerlo, che ci sia scritto King o pinco-pallino in copertina mi è indifferente. Se l’autore mi è sconosciuto tanto meglio.
Sogno di poter trovare sugli scaffali autori italiani ma non solo, anche portoghesi, norvegesi, francesi e via dicendo… e non sempre e solo autori anglosassoni.
Ma sinceramente credo che la strada in Italia da percorrere sia ancora lunga.
Sulla scena horror italiana ci sarebbe un discorso lunghissimo da fare. Più che altro non credo si possa parlare propriamente di ‘scena’, non nel senso in cui la intendo io. Mi piacerebbe si creasse qualcosa di simile a quello che avviene nel mondo anglosassone, in cui esiste davvero collaborazione tra autori e le varie associazioni di genere (create quasi sempre dagli stessi autori e addetti ai lavori) spingono, sostengono e cercano i narratori meritevoli.
Le premesse e la passione ci sono. Si possono respirare se si frequenta un po’ l’underground.
Credo si sia arrivati a un livello di consapevolezza nell’ambiente in cui ci vorrebbe ancora più severità nella critica e nell’autocritica, oltre che sostegno.

[LTN]: Qual è il tuo piatto preferito?
[ID]: Era questa la domanda di gossip spinto?
Ho gusti molto da bambino: gnocchi (rigorosamente fatti a mano) e patatine fritte.
Certo che anche la pastasciutta, la pizza e i calamari…



Intervista realizzata da Daniele Bonfanti e pubblicata il 02/02/2008