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Il rosso e l’oro sembravano
essersi impossessati della Terra, con le loro pacate o sferzanti
pennellate mosse dal vento d’autunno… Gli alberi dei parchi cittadini e
gli alti faggi che delimitavano i viali avevano ormai da qualche settimana
iniziato nuovamente il loro annuale rito di speciale policromia stagionale
inviando su tetti ed asfalti migliaia di loro "messaggere": passate
cantanti di primavera, foglie che, solo qualche mese prima, erano
rigogliose e verdi, nella danza armonica di fusione con il cielo, di
anelito alla stella della vita che gli uomini chiamano Sole……
Chi dice che l’autunno è una
stagione triste o malinconica non ha capito nulla della magia perennemente
vitale delle stagioni, che sono il respiro della natura. L’autunno è come
una musica barocca, ed i suoi florilegi di colori caldi - di foglie o
ricci di ippocastano che preludono a più intime introspezioni domestiche
che ben presto porteranno gli uomini a sentire il bene atavico della
dimora protettrice, cadendo a terra, o facendosi trasportare nell’aria,
lontano - mi ricordano le scale armoniche di Vivaldi, di Bach o di
Telemann… Susan Woodhouse era una bimba
che queste cose le aveva sempre sentite, fin da quando aveva pochi anni:
sembrava che, d’autunno, il suo giovane spirito si animasse di una strana
euforia e provasse un grande piacere nel tuffarsi nei cumuli di foglie
morte accatastate dagli spazzini o nel raccogliere ricci di ippocastano da
terra, incurante delle punture che spesso martoriavano le sue manine. La
sua cittadina era una tipica cittadina inglese, ordinata e borghese ma con
la fortuna di essere immersa in una natura dolce e bellissima, in una
terra che nasconde, forse, il mistero della vita intima, profonda, del
nostro intero pianeta; credo che questo mistero fosse conosciuto ed
onorato dai nostri progenitori, quando il tempo non era malato di
apparenza e l’uomo non aveva ancora abbruttito sé stesso con la schiavitù
del solo visibile. Dalle parti di Susan, la gente conservava ancora,
sepolto in qualche angolo delle memorie ataviche ereditate da generazioni
di uomini che, di quella terra, vivevano, una sorta di innata
consapevolezza, un discreto quanto spesso inconsapevole colloquio di
elezione con gli "spiriti delle lande", con le forze nascoste che ne
vivificavano la linfa. Susan sembrava essere venuta da
quell’imprecisabile passato e, crescendo, quella sua strana predilezione
per l’autunno, quella incontenibile euforia che la portava ad
intrattenersi per ore nei parchi cittadini o nei boschi delle immediate
vicinanze dell’agglomerato urbano, divenne sempre più una particolarità
irrinunciabile della sua vita. Quando, poi, il calendario
scandiva il trascorrere dei giorni in prossimità del fatidico 31 ottobre,
Susan avvertiva quasi una frenesia incontenibile. Mentre le sue amichette
ed i compagni di scuola si accontentavano di girare le strade bussando di
porta in porta per il tradizionale gioco del "TRICK-OR-TREATING", nel
rituale ricatto che perpetravano al distratto mondo degli adulti e si
mascheravano da streghe, folletti, spiriti e scheletri, Susan, che a volte
era stata quasi trascinata dai compagni in quella parodia che trovava
essenzialmente banale, faceva risuonare nella sua mente l’antica
cantilena:
"A soul cake! A soul
cake! Have mercy on all Christian souls, for A soul
cake!"
(Abbi pietà per tutte le anime
Cristiane/per una torta dell'anima)
A 11 anni, la bimba rispose al
"richiamo" di Samhain… Non sapeva cosa fosse ma sentiva che quel nome era
come una specie di chiave. L’aveva, forse, letto da qualche parte, in
qualche libro di leggende che il papà gli aveva regalato nel fugace tempo
dell’infanzia. Susan sembrava rapita, dai quei racconti. "Sei proprio una piccola
strega, come tua mamma!…" - si divertiva a dirle Dick Woodhouse
stuzzicandola giocherellando coi i suoi riccioli ramati incapace di non
pensare alla madre di Susan, che un giorno la foresta gli aveva portato
via… Quell’anno, la strana cantilena
dello "Samhain" cominciò a risuonare ossessivamente quanto delicatamente
nella testa della bambina tornando dal doposcuola, in quelle ore in cui il
Sole sta per farsi accogliere dal grembo mistico della figlia Terra ed il
vento fa danzare in muliebri mulinelli le foglie distese al suolo in
fittizi tappeti. "Samhain"…… Samhain!"….. udì
quell’anno nella mente allo scostare con i piedi dei cumuli di foglie. Era
la sera del 31 ottobre. La bambina portava in una mano la cartella e, con
l’ altra, sorreggeva una zucca contenente un cero acceso che le avevano
dato a scuola e che avrebbe dovuto portare così fino a casa pena
l’arrabbiatura degli spiriti malvagi… E la voglia di tornare a casa,
quella sera, era davvero poca… Poi, la bambina si fermò, i piedini
sommersi da onde screziate di rosso ed oro… Alzò lo sguardo alla sua
destra, oltre i bassi filari di case e villette del suo tempo distratto,
ed andò a perdersi nei boschi e nei declivi delle regioni a cavallo fra
Wiltshire e Somerset… Restò così, assorta, per minuti indefinibili… poi le
parve di vedere come delle lunghe mani protendersi da quegli alberi
lontani e vicini al tempo stesso, mani che facevano un gesto armonico,
sincronizzato ed inequivocabile: chiamavano Susan a sé… Chi era, ormai, in quel
momento, Susan?… Perché lasciò cadere a terra la cartella ed assunse
quella strana luce di sogno nei suoi grandi occhi verdi?… Non lo sapremo
mai. "Samhain"… "Samhain!"… sentiva
ripetutamente fuori e dentro di sé la bambina, come una cantilena che
l’attirava irresistibilmente… Attraversò cortiletti privati e
scavalcò piccoli muri di sassi antichi, posti su quei crinali chissà
quanti secoli prima da uomini che conoscevano, forse, il segreto di quella
voce. Attraversò campi di grano ormai
giunti da tempo al termine del loro ciclo annuale e… si sentì vitalizzata,
preda di un indescrivibile gioia, di un benessere tale da farla
piangere… "Ah, papà, papà!… Perché non
sei qui con me, ora?…", pensò Susan per un attimo. "Forse andiamo verso la casa di
mamma… Io è… *so* che lei è là, Papà…." Ma, poi, quello strano
salmodiare, quelle braccia magre, avvolte da panni sfrangiati, scuri,
lunghi, la chiamarono ancor più irresistibilmente verso la boscaglia,
sulle "Hill" che forse non avevano mai avuto niente a che fare con il
mondo degli uomini… "Samhain"… "Samhain!"… E Susan
alzò la zucca con il cero acceso al suo interno verso gli alti alberi che
non le avrebbero fatto, ne era certa, alcun male… "Samhain"… "Samhain!"… E il
sole calò dietro le "Hill"… Ogni anno, da allora, Dick
Woodhouse, che non era mai riuscito a piangere per la scomparsa della sua
unica figlia, si spinge fino ai limiti della cittadina in cui era nato e
vissuto. Gli occhi sono sempre lucidi, velati da un pianto nobile e
dolcissimo che nessuno poteva capire davvero. Ad un certo punto, l’uomo si
ferma e guarda lontano, oltre le "Hill"… E’ allora che le sue labbra si
piegano in un abbozzo di strano quanto sereno sorriso. "Samhain"… "Samhain!"… canta la
voce di Susan da qualche parte, laggiù… Un’eco più lontana, di voce
femminile, ripete le parole di Susan: "E’ Samhain, papà… Ti
aspettiamo…"
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