Articolo originale pubblicato in data 24 novembre 2004 sulla Rivista multimediale "Scienza e Psicoanalisi", che ne ha gentilmente concesso l'autorizzazione.
Quando parliamo di omicidi e di anime che uccidono altre anime, stiamo parlando di uno degli argomenti più complessi su cui uno studioso possa cimentarsi. La sua complessità però non riguarda una elevata difficoltà concettuale intrinseca, quanto una difficoltà legata alle emozioni, alle speranze e alle aspettative che un argomento come questo inevitabilmente porta con sé. Non possiamo quindi parlare di omicidi né tanto meno di serial killer, senza fare i conti con questi aspetti e con il nostro colludere con questo tipo di emozioni. Questo colludere viene spiegato dal fatto che l’idea di uccidere un altro essere umano può essere una soluzione a un problema proprio della persona. Tuttavia il fatto che possa essere una soluzione, non vuole dire che sia una buona soluzione, così come il fatto che non sia una buona soluzione non vuole dire che sia un pensiero che non ci appartiene. “Se i desideri fossero cavalli, tirerebbero i carri funebri dei nostri più cari amici e dei nostri parenti più stretti. Tutti gli uomini in fondo all’anima sono assassini.” (1).
Anche Freud sapeva che nel profondo del nostro inconscio vi è una forza la cui energia è orientata verso l’omicidio che può o meno rimanere fantasmatico: “Il nostro inconscio non attua l’uccisione, si accontenta di pensarla e di augurarla. Sarebbe tuttavia erroneo sottovalutare del tutto questa realtà psichica nei confronti della realtà di fatto. Essa è sufficientemente importante e gravida di conseguenza. Nei nostri moti inconsci noi sopprimiamo ogni giorno e ogni ora tutti coloro che ci sbarrano la via, che ci hanno offeso e danneggiato. «Che il diavolo li porti!» ci vien spesso detto, volgendo in scherzo il nostro intimo malumore; ma ciò in realtà significa semplicemente: «Che la morte lo colga», e si tratta, nel nostro inconscio, di un desiderio di morte ben effettivo e serio” (2).
Questo ci fa capire che se parliamo di omicidio, stiamo anche parlando di morte, e la morte porta sempre con sé paure, crisi di coscienza, e aspettative escatologiche. Tuttavia la forza che proviene dall’idea di morte non deriva solamente dalla contestualità della persona che viene a mancare, poiché questo concetto ha una energia a sé che deriva da come i popoli passati lo hanno sperimentato: è anche questa la forza che passa dall’idea astratta della morte alla morte fenomenologica. Possiamo così capire perchè ogni volta che veniamo a conoscenza della morte di qualcuno siamo spiazzati, non sappiamo cosa dire, o rimaniamo del tutto indifferenti e “Assumiamo un atteggiamento del tutto particolare, manifestandogli una specie di ammirazione, come per uno che abbia compiuto qualche cosa di assai difficile” (3).
Questo atteggiamento viene motivato dalla consapevolezza che la persona venuta a mancare ha ora risolto dentro di sé l’eterno problema della morte. Un problema che seppure con i dovuti cambiamenti è stato presente in ogni epoca storica fino a giungere a noi. Tuttavia oggi l’idea di morte è profondamente diversa rispetto al passato, infatti ci troviamo in un periodo storico in cui nelle nazioni più ricche regna la “pace”, e la guerra sembra essere così lontana dalle nostre case; oggi inoltre siamo riusciti con la medicina a sconfiggere molte malattie ed epidemie che prima mietevano migliaia di vittime. Tutto ciò ci dà in qualche modo l’illusione di essere artefici e responsabili della nostra vita, ed è proprio per questo che mai come in questo periodo la morte è stata interpretata come una sconfitta, mai come oggi l’idea di morte si è riversata sull’Io, facendo sentire le persone responsabili e colpevoli della propria morte. Oggi quindi il trasformarsi da vittima della morte in carnefice può rappresentare una soluzione che è in grado di mitigare i sentimenti negativi causati dal nostro senso di colpa. Infatti in questo ruolo potremmo assumere una posizione dominante all’interno di quella paura e all’interno di quel senso di colpa, una posizione che ci permetterà di gestirli: ora l’omicida può affrontare l’idea della morte senza esserne sopraffatto. Senza questa premessa, non possiamo avvicinarci all’ottica dei serial killer, così come lo psicologo che non provi, sebbene solamente in alcuni casi, sentimenti psicotici difficilmente potrà curare questo tipo di patologia. La letteratura ci ha insegnato che esistono varie categorie di serial killer: chi uccide per gelosia, chi per vendetta simbolica, chi perché motivato da una volontà di potere e molti altri ancora sono i moventi che li spingono a uccidere (4).
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