Serial Killer: definizioni, dinamiche, patologie, modelli (pagina 10)

Serial Killer e Fantasie Violente

Dei trentasei criminali studiati nella ricerca di Douglas e Ressler, ogni singolo soggetto ha ammesso di essere sempre stato cosciente di avere avuto una vita fantastica molto attiva e che all'interno di queste fantasie quelle più ricorrenti erano di violente situazioni sessuali. La maggior parte di queste fantasie prima del primo omicidio si concentrano sull'uccidere.
Questo contrasta con le fantasie post-omicidio, che nella maggior parte dei casi hanno per argomento una rivisitazione dei crimini commessi e soprattutto il come perfezionare i vari aspetti delle imprese criminali.

Il ruolo delle fantasie negli omicidi è un fattore che ha ricevuto attenzione solamente di recente. Negli ultimi vent'anni, il ruolo delle fantasie sadiche è stato esplorato in diversi studi (Brittain 1970; Reinhardt 1975; Revitch 1965, 1980; West et al, 1978), tutti concordi nell'affermare che gli atti sadici e le fantasie sono intimamente connessi fino ad annunciare la regola che "La fantasia guida il comportamento".

Da qui la regola aurea di Douglas che riassume in poche parole il senso dell'approccio comportamentista: "Il comportamento è lo specchio della personalità, la personalità è lo specchio delle fantasie".

Analizzando i dati ottenuti con le ricerche e le interviste, si sono notate le corrispondenze biunivoche e il legame inequivocabile fra fantasia e omicidio; queste fantasie nascono presto nella mente dei soggetti e si incanalano in un flusso di percorsi di pensieri che tendono a difenderle e privilegiarle fino a farle diventare l'unica cosa di valore dell'individuo, l'unica realtà "veramente propria".

I flussi di pensiero sono evidenziati da alcune dichiarazione rappresentative di un soggetto: "Per tutta la mia vita sapevo che avrei ucciso, e ogni mia energia si incanalava in quei pensieri che mi facevano sentire bene... sapevo che sarebbe successo, mi preparavo" o dalle dichiarazioni di una madre di un assassino che, dopo che suo figlio fu arrestato durante l'infanzia per il furto di materiali feticistici, disse che se non succedeva qualcosa temeva che gli sbalzi d'umore e la solitudine estrema in cui il figlio si era rinchiuso avrebbero portato a "qualcosa di terribile e tragico".

L'omicidio è un atto che dà soddisfazione nel mondo fantastico dell'assassino. Poiché questi criminali pensano di avere il potere di fare quello tutto ciò che vogliono e di vivere in un mondo ingiusto, la fantasia emerge come un importante luogo di fuga e un momento in cui esprimere liberamente le proprie sensazioni di ricerca di controllo su di sé e su altri esseri umani.

Ma quale è l'origine del pensiero di uccidere?
I pensieri sono definiti come idee che sono state elaborate da stimoli ricevuti attraverso il cervello (Gardner 1985). Il sogno a occhi aperti è stato definito come ogni attività cognitiva rappresentante uno spostamento di attenzione dal contesto di un pensiero (Singer 1966). Una fantasia, come Douglas e Ressler la definiscono, è un pensiero elaborato con molta accuratezza, ancorato nelle emozioni e che ha origine nei sogni a occhi aperti.
Le fantasie sono un normale mezzo attraverso il quale gli adulti e i bambini ottengono e mantengono il controllo su una situazione immaginata.

Comunque, il livello di sviluppo della capacità di avere fantasie può variare fra persone diverse e in base alla capacità di ogni individuo di individuare un pensiero come sogno a occhi aperti, articolarne il contenuto e retrospettivamente richiamarne il contenuto alla memoria.

Singer (1996) osserva che il 96 per cento degli adulti ammette di sognare a occhi aperti molte volte al giorno, mentre Beres (1961) fa invece notare una informazione molto importante: molto spesso la fantasia prepara all'azione. Molte persone possono avere fantasie sadiche. Non è noto come molte persone attivano le loro fantasie sadiche e in che contesto questo succede ma Sclesinger e Revitch (1980) fanno notare che una volta che la fantasia raggiunge il punto in cui lo stress interno è intollerabile, la via per l'azione è spianata.

Molto spesso i motivi psicologici per il comportamento violento fanno capo a una serie di traumi e di episodi critici nella prima infanzia. La tesi di Douglas e Ressler per quanto riguarda il serial killer è che l'universo di fantasie del soggetto sia stimolato e incoraggiato dalle circostanze particolari in cui si trova a crescere.

Nel tempo gli schemi di pensiero si organizzano in modo tale che la fantasia assume un ruolo dominante sopperendo alle sofferenze o ai disagi che il soggetto prova nella vita.

Per esempio, un bambino picchiato da suo padre può iniziare a pensare e fantasticare che ogni adulto che gli viene incontro lo fa per picchiarlo. Può immaginare che qualcuno arriva a picchiare l'adulto stesso e questo schema può dargli sollievo e soddisfazione. In aggiunta, mentre è picchiato il bambino può rimuovere se stesso dal dolore attraverso la fantasia, per esempio durante gli episodi di violenza non dà segni di paura o sofferenza fisica. Più tardi può fantasticare di quanto sia stato bravo a controllare la situazione. Il bambino può diventare esperto a diminuire o aumentare il terrore a vari livelli sempre attraverso la fantasia, oppure può manifestare una progressiva perdita di aderenza alla realtà.

Come diretta conseguenza si verifica non solo un isolamento ancora maggiore ma un'altra caratteristica molto diffusa dei serial killers, il bisogno di alti livelli di stimolazione per essere capaci di provare un'emozione.

C'è uno sviluppo estremamente prematuro di queste fantasie sadiche e sessuali, alcune di queste sono realizzate in privato o nel gioco. Molte di queste fantasie costituiranno lo schema degli omicidi del criminale adulto.

Lo sviluppo di queste fantasie è documentato anche dai genitori dei soggetti. Una madre racconta di aver trovato una volta il figlio di appena tre anni con il pene legato con una corda a un cassetto. L'organizzazione dell'atto le fece presumere che quella non era la prima volta che lo faceva.

Le fantasie sono utili ai bambini, li aiutano a imparare attraverso il ripetersi e il prepararsi all'azione. Non è chiaro se queste fantasie positive erano presenti per i criminali o se non ne abbiano mai avute; il dato che emerge comunque è un attaccamento morboso a esse e una dipendenza totale.
L'estrinsecazione delle fantasie si nota anche nel gioco dei bambini, anzi si ritiene che alcuni schemi di gioco siano la messa in atto della scena immaginata numerose volte. Questo è confermato dai soggetti stessi che ricordano fin dalla tenera età di aver avuto schemi di gioco ripetitivi da soli o con altri coetanei.

Spesso l'atto è un rovesciamento, ottenuto attraverso la razionalizzazione della fantasia di una situazione in passato imposta al soggetto o di un episodio di cui è stato vittima. In questi casi il soggetto non è consapevole di agire in senso di rivalsa rovesciando i ruoli.

Un criminale racconta che era solito masturbarsi apertamente in famiglia, specialmente in presenza delle sue sorelle, usando il loro abbigliamento intimo come oggetto feticistico. Il soggetto voleva mostrare la sua superiorità verso la famiglia per rovesciare le situazioni di abuso che era stato costretto a subire dal padre quando era molto più piccolo. La famiglia lo derideva, e la sua reazione era di odio perché non riusciva a vedere il fatto che il rifiuto della famiglia per lui era basato sull'assurdità di questi atti. Era capace soltanto di percepire il risentimento e l'odio che provava per i suoi parenti.

Un altro elemento importante che affiora dall'analisi delle fantasie è che fin dall'inizio queste sono estremamente egocentriche, e che più tardi si traducono in un "acting-out" che non si preoccupa minimamente dell'effetto sugli altri di cosa succede.

Un soggetto racconta che costringeva sempre sua sorella a fare un gioco che si chiamava "camera a gas" nel quale lei lo doveva legare ad una sedia e poi tirare un immaginario interruttore, dopo un po' lui avrebbe iniziato ad agonizzare e poi sarebbe morto. Il gioco era molto scioccante per la sorella ma questo era di nessun interesse per il soggetto, preoccupato soltanto del fatto che la rappresentazione sesso-morte fosse il più fedele possibile all'immagine mentale che aveva di essa.

L'interesse per temi feticistici è molto comune nei soggetti, anche durante la prima infanzia ci sono testimonianze di interesse per tacchi a spillo, abbigliamento femminile intimo e non, corde e indumenti appartenenti ad altri.

Spesso le fantasie si concretizzano in modo embrionale ma evidente subito nei primi crimini commessi dai soggetti, che troppo frequentemente sono sottovalutati come bravate di adolescenti bizzarri.
Sarebbe invece opportuno che psicologi e forze dell'ordine si rendessero conto della pericolosità che alcuni crimini minori manifestano a livello di potenziale.

Esempio di questa ultima affermazione è il caso sopra analizzato del bimbo trovato dalla madre col pene legato con una corda ad un cassetto.
Da adolescente è stato trovato sotto la doccia che praticava asfissia autoerotica con una corda. A quattordici anni i suoi genitori lo portarono da uno psichiatra dopo aver notato delle evidenti bruciature sul collo. A diciassette anni ha rapito una ragazza più giovane di lui di qualche anno e con l'auto l'ha trascinata nel deserto e l'ha tenuta con sé per tutta la notte.
La denuncia è arrivata da parte della ragazza il giorno seguente e la polizia lo ha arrestato però senza grandi conseguenze.

A questo punto si doveva capire che la situazione stava sfuggendo di mano. L'acting-out delle fantasie aveva preso una direzione fin troppo evidente, il soggetto era passato da se stesso come unico protagonista a una vittima, certo facile, più giovane di lui, e all'uso di un'arma per assicurarsi che tutto andasse come lui aveva immaginato.


Serial Killer: Fantasie e Controllo

È molto interessante il fatto che queste prime manifestazioni delle fantasie che si concretizzano siano gli argomenti più difficili da affrontare con i soggetti.
Sono estremamente riluttanti a parlarne e cercano in continuazione di trovare giustificazioni di fronte all'intervistatore. È come se fossero coscienti che quello è stato il momento in cui hanno deliberatamente e coscientemente passato la linea, il momento in cui esisteva il controllo su questi comportamenti, il momento in cui doveva scattare una massiccia razionalizzazione.
Non è successo niente di tutto questo, piuttosto quegli avvenimenti sono ragionevolmente una delle poche cose di cui i soggetti si vergognano a parlare. Anzi, questo è verosimilmente il momento in cui i soggetti imparano che possono uscire inintaccati dalle loro azioni criminose.
Gli atti subiranno un'escalation e se si arriverà all'omicidio con una sensazione di impunità il destino di questi soggetti sarà segnato.

Il potere di vita e di morte e la realizzazione che un individuo decide se ferire, uccidere ed esercitare dominio e violenza indiscriminata su altri secondo il proprio piacere è un'esperienza molto precoce nella vita di questi uomini.

Douglas e Ressler sono molto chiari su questo punto: la parola chiave qui è controllo.
La disintegrazione della personalità dovuta ai traumi e la solitudine causata da bizzarri comportamenti e convinzioni fanno sì che il soggetto non si senta minimamente in controllo di quello che gli succede. Questa sensazione di controllo viene recuperata all'interno delle fantasie in modo esagerato e paradossale. La mancanza di piaceri derivati dalla vita comune spinge i soggetti a fare sempre più affidamento a queste fantasie, che durante la crescita diventano sempre più pericolose.

Presto il confine crolla e l'individuo classifica gli episodi fantastici come unico elemento di valore della propria vita. Quando lo stress e la frustrazione aumentano fino a divenire intollerabili, le fantasie saranno vissute fino all'ultimo dettaglio.
È questa la ragione, forse, per la totale mancanza di rimorso a fronte di crimini di inaudita ferocia. All'interno delle proprie fantasie tutto è lecito.

Chi non ha mai immaginato di soffocare il proprio capo nel sonno con un cuscino?
Ebbene i serial killer arrivano a credere, tanta è l'abitudine a vivere di fantasie, che non ci sia differenza con la realtà.
Tanto è il loro rancore per il mondo e tale è la loro forza interiore che al momento dell'esplosione si trasformano negli assassini più temibili del mondo.

Alcuni riescono a convivere con le proprie azioni, altri le dislocano, cercando di spostarle da sé, altri sperimentano stati di dissociazione.

Ted Bundy ha parlato dei propri crimini in terza persona fino all'ultimo, facendo finta che si trattasse di narrazioni di azioni altrui.

Jeffrey Dahmer ha probabilmente sperimentato forti dissociazioni e delle specie di trance quando compiva certi atti. Il giorno che è stato arrestato, a seguito della denuncia di una vittima che era riuscita a scappare, è stato trovato dagli agenti nella stessa posizione in cui l'aveva lasciato la scampata vittima: a sedere sul letto che ondulava in su e in giù con gli occhi sbarrati.

I dati comuni parlano da soli a proposito della precocità e della potenza di queste fantasie; per diciannove dei trentasei assassini che hanno risposto alla domanda: "A che età sono iniziate le fantasie di stupro e violenza?" la risposta è stata: dai cinque ai venticinque anni.

I desideri di esercitare sadismo sugli altri possono manifestarsi, in una serie di schemi molto diffusi fra questo tipo di criminale, anche sugli animali.
Uno degli intervistati, Ed Kemper, era famoso per essere soprannominato "Doc" per la sua mania di uccidere e sezionare gatti. Interessante come spesso la colpa viene spostata sull'animale stesso e non sulla crudità del proprio gesto.

Un soggetto riferisce di aver iniziato a torturare gatti dopo che la casa si era riempita di pulci per averne portato a casa uno. Iniziò a legare petardi ed esplosivi agli animali, per primo al suo, ed è fiero di aver prodotto molti gatti zoppi a una gamba. Ogni atto o pensiero che si avvicina all'espressione di sentimenti violenti diventa un elemento ricorrente delle fantasie e dei desideri dell'individuo. Quello che dall'esterno percepiamo come una drammatica escalation che porta all'uccisione di un animale o di un uomo è in realtà una lenta progressione di elementi che ha origine nelle fantasie.

Questo ci porta ad un altro assunto fondamentale della genesi del serial killer: i pensieri creano un cosiddetto "Feedback loop", un circolo vizioso in cui inquietudini, fantasie e convinzioni si sostengono rinforzandosi e giustificandosi a vicenda. Questo processo fa sì che durante la sua formazione un futuro assassino seriale realizzi molto presto che l'uccidere è un fatto assolutamente normale e giustificato nella sua vita.

Sempre Ed Kemper è tristemente famoso di come con il fucile di suo nonno dava la caccia ai pavoni e agli struzzi dei vicini. Quando il nonno lo rimproverava per il suo cattivo uso del fucile dallo stesso affidatogli, Ed non pensava di aver esagerato ma che il nonno si sbagliasse.

Per quanto lo riguardava stava facendo cose normalissime: erano gli altri che non capivano.
All'età di quattordici anni il nonno gli tolse l'uso del fucile perché diceva che esagerava nelle cose che faceva e lo metteva in imbarazzo con i vicini. Anche la nonna, la persona della famiglia forse più vicina al giovane Edmund, lo sgridava spesso per questi problemi. Più tardi Ed trovò naturale uccidere entrambi "per vedere che effetto fa sparare al nonno".

Per i serial killers l'esperienza ha un valore supremo e senza prezzo: concretizzare i sogni di una vita. Provare tutte le sensazioni.
Sappiamo che il basso livello di eccitazione li spinge a cercare stimoli sempre più nuovi e sempre più estremi.
Famosa è la frase di Albert Fish, forse uno degli assassini sessuali più infami e privi di rimorso mai visti dall'America, che prima di sedersi sulla sedia elettrica per essere giustiziato disse: "Sarà il brivido supremo, l'unico che non ho ancora provato".

Oppure quella di Peter Kurten, il famoso "mostro di Dusserdolf", che non vedeva l'ora di essere decapitato. Il suono della testa che cade e la sensazione del suo stesso sangue che scorre sarebbero stati il suo ultimo, intenso, piacere.

Per quanto riguarda i modi in cui l'aggressività si esprime da adulto, l'indagine svela che la corrispondenza fra le fantasie infantili e il loro acting-out adolescenziale e le caratteristiche dei crimini da adulto è diretta.

Il legame qui è in modo più specifico tra fantasia e "Firma". La firma, quello che il criminale deve fare per appagare la sua ansia, è solamente un obbedire cieco alle fantasie. "Il demone" che molti criminali indicano come il vero colpevole degli atti è semplicemente quello: il mondo fantastico del soggetto.

In conclusione di questa parentesi, possiamo dire che le fantasie giocano un ruolo essenziale nella costituzione della psiche di un assassino seriale e che è importante conoscere i meccanismi attraverso i quali le stesse funzionano per poter capire come si concretizzano nei crimini e a che personalità possono appartenere.

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Articolo scritto da:
David Papini

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