Andrei Chikatilo (pagina 4)

Cattura del serial killer.
Fin dal principio il caso è affidato ai due detective Viktor Burakov e Colonel Fetisov. La serialità degli omicidi fa convergere i sospetti su un pregiudicato di nome Aleksandr Kravchenko, età venticinque anni, che in passato ha commesso reati simili. L’uomo è estraneo ai fatti, ma la polizia riesce comunque a estorcere una confessione per venti omicidi e nel settembre 1984 finisce davanti al plotone d’esecuzione. Ma è la mano di Chikatilo a premere il grilletto. Convinti che giustizia è fatta, la polizia archivia il caso fino a quando non vengono ritrovati i corpi mutilati di altri adolescenti.
A questo punto le autorità chiedono aiuto a un noto psicologo russo (quello che oggi chiameremmo profiler ossia uno psicologo specializzato nello studio e modalità dei crimini seriali nonché della psiche di chi li commette) Aleksandr Bukhanovsky che ne traccia un profilo definendolo il “cittadino X”. Proprio da quella “X” si deduce l’estrema difficoltà nell’individuare quello che risulta secondo il medico un uomo di mezza età, forse sposato e con figli, ma che ha subito un trauma nella sfera sessuale che lo porta a privare degli organi genitali i corpi delle sue vittime.
Sembra il ritratto di Andrei Chikatilo: un uomo dalla doppia vita. Da padre ideale di famiglia e insegnante di scuola a mostro spietato che nasconde sotto una maschera di gentilezza e affabilità la lama affilata della follia omicida scatenata dall’impulso sessuale e maniacale. Lungo una scia di morti innocenti la polizia intensifica i controlli, ha individuato quello che ritiene il campo d’azione del serial killer dei bambini e pattuglia l’area con decine di agenti in borghese.
Durante un controllo presso una stazione ferroviaria viene fermato un professore di scuola di mezza età. Nella borsa trovano un tubetto di vaselina, una corda, asciugamani sporchi e un coltello da cucina. È abbastanza per credere che sia lui la persona ricercata e poter mettere la parola fine dietro una vicenda drammatica, ma qualcosa va storto. Il test del DNA lo scagiona: non combacia con quello presente nello sperma trovato sui corpi delle vittime.
Tuttavia viene condannato per il furto della tela cerata a un anno di carcere che non farà mai, grazie alla clemenza del giudice. Chikatilo torna a piede libero.
Violenta e uccide ancora. Fino al novembre del 1990 quando le autorità riescono a incastrarlo: questa volta confessa tutti i 53 delitti e ammette l’eccitazione provata nell’uccidere, mutilare e cibarsi di alcune parti dei loro corpi, quasi tutti bambini. Addirittura porta la polizia sui luoghi del delitto e ricostruisce come su un set cinematografico i fatti con l’aiuto di manichini al posto delle vittime.
Più tardi dichiarerà: «Badate tutti a cose inutili. Che cosa pensate possa aver fatto?... Non sono un omosessuale... ho il latte nei mio petto e sto per partorire!»
Resta il mistero della differenza tra lo sperma ritrovato e il sangue che contiene le proteine geneticamente determinate e il DNA. Infatti al momento del primo arresto Chikatilo risultò appartenere al gruppo sanguigno A, mentre dalle analisi del seme maschile il ricercato doveva essere del gruppo AB. La scienza spiega la cosa come una rara mutazione genetica che può portare a una divergenza tra le proteine e il DNA stesso: Chikatilo era uno di questi casi.

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Dossier scritto da:
Fabio Marangoni

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