Daniel Camargo Barbosa (pagina 3)

Daniel Camargo Barbosa: le parole del mostro

Nei resoconti resterà sempre un alone di mistero su una parte della vita di Camargo, quella che va dal suo rilascio dopo la prima condanna a quando viene arrestato per l’omicidio della bambina di Barranquilla.

Secondo gli psicologi, il mostro ha ucciso più di una volta in Colombia e in Brasile, paese dove si trovava nel 1973, e per questo il numero delle sue vittime potrebbe essere molto più alto. Alcuni inquirenti parlano di almeno 150 delitti.

Camargo, el monstruo de los manglares, però, non farà mai riferimento a quel periodo, lasciando in sospeso le domande su quel passato scomodo e terribile.

Camargo, intanto, non dimostra nessun pentimento. Quando parla lo fa senza dimostrare alcuna emozione che non siano rabbia e odio. Agli inquirenti dice di aver agito per vendetta contro la società e nel profilo psicologico che ne viene tracciato risulta chiara la sua personalità psicopatica caratterizzata da una totale mancanza di responsabilità morale.

Ai giornalisti o agli psicologi che gli chiedono un’intervista chiede a cambio cifre da capogiro e quando accetta di parlare dimostra il cinismo tipico di chi non si rende conto delle nefandezze che ha compiuto.

Guida gli inquirenti sui posti dove ha sotterrato le vittime e spiega la sua maniera di agire, del perché ha sempre preferito le bambine, senza rimorsi, raccontando gli omicidi in forma precisa e metodica.

Una foto di Daniel Camargo Barbosa circondato da poliziotti


Daniel Camargo Barbosa: confessioni e condanna

Daniel Camargo Barbosa mantiene il suo comportamento sfrontato anche durante il processo. Ha studiato il codice processuale ecuadoriano e sa che non lo possono condannare a più di sedici anni di carcere.

Lo dice anche ai giornalisti, come se gli anni che lo attendono in prigione non siano gran cosa perché alla fine tornerà libero.

Francisco Febres Cordero e Marco Jurado sono gli unici due reporter che, fingendosi psicologi, riescono a strappargli una lunga intervista. La loro testimonianza sarà una delle poche che viene consegnata all’opinione pubblica. Magro, di bassa statura, il volto scavato, perenne sigaretta tra le dita, Camargo risponde con sicurezza alle domande dei falsi psicologi. Questi, si trovano di fronte ad una persona che definiscono brillante, con una cultura al di sopra della media, che oltre allo spagnolo parla inglese e portoghese.

Con loro ripercorre le tappe della sua vita, dall’infanzia infelice al primo omicidio, dalla fuga dalla Gorgona alle decine di assassinii compiuti in Ecuador. Freddo, lucido, Camargo ha una risposta a tutto, anche su sè stesso. Al contrario di quanto ha dichiarato agli inquirenti, confessa di essere pentito dei suoi crimini, anche se, ammette, nella sua testa si agita qualcosa che non può controllare.

L’esperienza con il mostro lascerà i segni. Febres Cordero, dopo essere stato rinchiuso in cella con Camargo per scattargli le foto con cui accompagnare il servizio, chiederà ed otterrà al suo direttore di essere riassegnato ad un altro settore. Dopo quell’incontro non vorrà più saperne della cronaca nera.

Intanto, i giudici emettono la condanna, ma proprio come aveva predetto Camargo la pena è a sedici anni di carcere.

Elaborazione artistica di una foto di Daniel Camargo Barbosa

Daniel Camargo Barbosa: il carcere e la morte

Lo portano prima a Guayaquil e quindi viene trasferito nel carcere di Quito, il "García Moreno", dove viene rinchiuso nella stessa cella del Mostro delle Ande, il famigerato Pedro Alonso López.

Come nella sua adolescenza, come negli anni trascorsi alla Gorgona e nelle sue vicissitudini in Ecuador (al momento dell’arresto, nel suo borsone aveva con sé Delitto e castigo di Dostoevskij) Camargo legge molto, da García Márquez a Herman Hesse, da Vargas Llosa a Stendhal.

Le guardie mantengono lui e López isolati dal resto dei carcerati per il timore di rappresaglie. Sarà però una precauzione inutile.

Il 13 novembre 1994 è domenica di visite nel carcere. La cella di Camargo è aperta. In essa fa irruzione all’improvviso un altro detenuto, Luis Masache Narváez, un giovane di 29 anni, il cugino di una delle sue vittime. Prende Camargo per i capelli e lo costringe ad inginocchiarsi: ¨è l’ora della vendetta¨, lo avvisa, e gli sferra otto pugnalate mortali.

Masache, una volta consumato il delitto, si abbevera del sangue del mostro, convinto che solo in quella maniera riuscirà a liberarsi dall’essere perseguitato dallo spirito maledetto dello stupratore. Una precauzione che non sortirà effetto: Masache, infatti, continuerà nelle sue azioni delittive, uccidendo ed amputando, sempre all’interno di quello stesso carcere dal quale non è mai più uscito.

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