Jeffrey Dahmer (pagina 5)

Per poter effettuare il processo a Dahmer si dovettero configurare un enormità di misure di sicurezza, non tanto per la pericolosità del serial killer, quanto più per quella dei parenti delle vittime. Effettivamente, Damher, dal momento dell’arresto alla sua morte, non diede nessun segno di pericolosità, bensì assistette passivo a tutto quello che la macchina della giustizia aveva in serbo per lui. Seduto nelle aule di tribunale, mentre venivano elencati i sui crimini senza tralasciare nessun particolare sul suo operato, Jeffrey risultò quasi assente e non fece mai trasparire nessuna emozione, nemmeno di fronte allo strazio dei parenti: nemmeno quando cercarono di aggredirlo davanti al giudice.

Parlò un’unica volta in tribunale, poco prima che la giuria si riunisse per decidere la sentenza, dicendo: «Vostro Onore, è finita. Non ho mai cercato di essere liberato. Francamente volevo la morte per me stesso. Voglio dire al mondo che non l'ho fatto per odio. Non ho mai odiato nessuno. Sapevo di essere malato, cattivo o entrambe le cose. Adesso credo d'essere veramente malato. Il dottore mi ha parlato della mia malattia e di quanto male ho causato. Ho fatto del mio meglio per fare ammenda dopo il mio arresto, ma non importa, non posso eliminare così il terribile male che ho causato. Vi ringrazio Vostro Onore, sono pronto per la vostra sentenza, che sono sicuro sarà il massimo. Non chiedo attenuanti, ma per piacere dite al mondo che mi dispiace per quello che ho fatto.»

Venne condannato a 15 ergastoli perché nello stato del Wisconsin non vige la pena capitale, ma la sua condanna a morte venne comunque eseguita due anni più tardi. Nel novembre del 1994, venne ucciso in prigione da Christopher Scarver, uno psicotico in carcere per aver ucciso la moglie, che gli fracassò il cranio perché convinto che Dio gli avesse dato il compito di punirlo.

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Dossier scritto da:
Emiliano Maiolo

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