Archetipi: una domanda a Daniele Bonfanti

Libri > Notizie > Presentiamo uno degli autori della raccolta di racconti targata Edizioni XII

Archetipi: una domanda a Daniele Bonfanti Continuiamo oggi a presentarti uno degli autori presenti in Archetipi, la raccolta illustrata di racconti edita recentemente da Edizioni XII.

Dopo aver dato spazio a Danilo Arona oggi è il turno di Daniele Bonfanti.

Abbiamo intervistato tutti gli autori presenti nell'opera riguardo il loro racconto e l'archetipo cui si sono ispirati di volta in volta, nei prossimi giorni conoscerai anche Ian Delacroix, David Riva, Giuseppe Pastore, strumm, Samuel Marolla, Biancamaria Massaro, Alberto Priora, Elvezio Sciallis, J. Romano e Luigi Acerbi.


[La Tela Nera]: Come in Melodia, ti troviamo alle prese con una storia che scava nel passato dell’uomo, in una sorta di fanta-archeologia che tocca religioni e orrori sepolti, sempre in bilico tra elementi reali e fantastici. Ma quanto c’è di vero e quanto c’è di falso nel Diluvio, il tuo Archetipo? E quanto c’è di vero e quanto c’è di falso ne Il Diluvio, il tuo racconto?

[Daniele Bonfanti]: Impossibile risponderti in maniera precisa: io stesso non so quanto ci sia di vero. Perché molto potrebbe.
La fantarcheologia è una forma di fantascienza, e come tale ne possono esistere versioni più o meno “hard”. Ovvero, l’ago della bilancia può essere per così dire spostato verso la seconda metà della parola (-scienza, o -archeologia). Nel mio caso, che è il primo (più hard), quello della lancetta verso destra, come nella fantascienza hard diventa fondamentale che la base scientifica sia solida e rigorosa. Poi si tratta di inserire gli elementi di fiction badando a incastrarli in maniera quanto più coerente, facendo in modo che sfugga al lettore il momento in cui si supera quella linea che demarca ciò che è vero da ciò che è immaginato.

I presupposti debbono quindi essere veri. Quello che sta all’autore è creare i collegamenti fittizi, ma che siano comunque plausibili. Per fare questo occorre un pretesto: nel caso del mio racconto una scoperta archeologica – strana ma possibile – che fa da collante, da “anello mancante” se vogliamo, e che quindi permette di mettere a fuoco una serie di misteri reali, che al momento lasciano gli studiosi brancolanti.

Per risponderti in maniera meno fumosa – o almeno ci provo – nel mio racconto c’è insomma molto di vero. E molto altro che potrebbe benissimo essere.
Veri gli argomenti di cui parlano i personaggi nella tenda al campo-base di Ettore, riguardo i punti bui nella nostra conoscenza storico-archeologica delle prime civiltà mesopotamiche, della Giordania, della Turchia e dell’America centrale. Per capirci: Tell Ghassul è un sito reale, vicino a Gerico, e altrettanto vero è che fioriva tre millenni almeno prima dei Sumeri. Parliamo di un periodo di tempo enorme, anche se spesso quando si pensa al passato remoto si tende a non rendersi conto a quante cose possono succedere anche solo in una decina d’anni. O che un secolo fa la tecnologia di oggi sembrerebbe pura magia: pensa dunque a cosa può essere successo, a quanto possono essere cambiati il mondo e l’uomo in tremila anni...

Oggi sappiamo che esistevano queste civiltà, progredite, circa diecimila anni fa. Qualche tempo fa questo sarebbe sembrato delirio; si parlava con certezza degli Egizi come della civiltà più antica, e ancora su tanti libri si possono trovare informazioni del genere. Perché – su questo si fonda l’elemento terrifico del mio Archetipo – fa paura rendersi conto che quello che credevi di sapere del tuo passato è diverso dalla realtà. Fa paura scoprire che ciò che si riteneva mito è Storia. Ti stanno sgretolando le fondamenta, le radici, delle tue certezze…

Tornando a noi, sono reali poi gli strani ritrovamenti relativi al popolo olmeco, che scolpiva in America teste dai tratti inconfondibilmente negroidi, un bel po’ di tempo prima dei Maya e di contatti “ufficiali” con persone di colore. Anche i ritrovamenti si basano su fatti reali: per esempio nella piramide di Cheope è stato trovato un cunicolo simile a quello descritto nel racconto. Due porticine una dopo l’altra (e forse ce n’è una terza) conducono a non si sa dove: una stanza mai esplorata – anche se si sbandiera bellamente da anni che “la grande piramide non ha più segreti!” – in cui potrebbe esserci qualunque cosa... (Voci di corridoio sostengono che ci sia chi ci ha spiato dentro, per la verità, e che non si sia voluto far trapelare cos’ha scorto). La stessa struttura che scopre Ettore è ispirata a un reale ritrovamento in Messico – meno spettacolare, magari, ma sicuramente intrigante. Anche l’impresa dalla quale è reduce Thor si ispira a reali avventure di Archeologia Sperimentale (il suo nome l’ha ereditato da Thor Heyerdahl).
E così via, tante altre cose che intersecano il racconto e nel racconto si intersecano fra loro...

Il fatto è che sappiamo pochissimo di quei tempi. Davvero poco. E più si scopre, più si realizza quanto poco sappiamo. Da qualche anno l’approccio archeologico, che storicamente è sempre stato un filino arrogante – si pensava, nel Novecento, di sapere ormai tutto del nostro passato – ha cominciato a cambiare profondamente. Siamo di fronte a una sorta di paradigm shift per molti versi simile a quello portato dalla Fisica Quantistica, che ha rimesso radicalmente in discussione il nostro posto nel mondo, e le cui scoperte straordinarie allo stesso tempo hanno mostrato quanto siamo ignoranti; ma tutto questo, in campo archeologico, fatica molto di più a divenire accettato.

Sappiamo bene che diecimila anni di vita della Terra possono cancellare letteralmente anche le tracce di una civiltà evoluta. L’approccio attualista – ovvero il pensare che la Terra si comporta necessariamente sempre come si comporta oggi – molto di moda un tempo, è decaduto definitivamente di fronte a scoperte geologiche recenti che dimostrano in maniera inappellabile che in passato sono avvenuti disastri in grado di causare estinzioni di massa.
E più spesso, molto più spesso di quanto si pensi.

Lo stesso Diluvio, per tornare a noi, ormai è qualcosa di cui poter parlare senza paura di essere presi in giro, anche in ambito accademico. Tutte le cronache degli antichi popoli – da ben prima della Bibbia – ne parlano, in modo concordante. Così come tutti fanno riferimento a civiltà precedenti cancellate dal Diluvio stesso, da cui avrebbero ereditato le proprie conoscenze (e qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul fatto che le loro conoscenze erano effettivamente spesso out-of-time, in apparenza decadenti, e pareva conoscessero le implicazioni ma non le basi: un po’ come una persona che sappia far funzionare una TV, ma non saprebbe costruirla).

Tornando al Diluvio e alle supposte civiltà precedenti. Si è sempre detto, con certezza, che si trattava di miti: oggi si comincia a rendersi conto e a trovare numerose prove che invece c’è moltissimo di vero, che il confine tra mito e Storia è labile. E, quasi sempre, viene stabilito in maniera arbitraria da noi, oggi, sulle basi delle nozioni di cui siamo in possesso oggi. Ma chiediamoci: un uomo di cent’anni fa avrebbe stabilito questo confine allo stesso modo? E quindi: un uomo tra cent’anni – con strumenti e tecnologie superiori, e nuove conoscenze – lo stabilirà allo stesso? E immaginiamo anche un uomo del futuro, che viva dopo una catastrofe che ha rigettato il mondo in uno stato di tecnologia meno sviluppata, e che legga su un giornale per lui “antico” ciò che noi narriamo di noi stessi: aerei, viaggi nello spazio, gente che si parla e si sorride da un capo all’altro del mondo... non penserebbe si tratti di miti?

Quello che dovremmo avere ormai imparato è che nella ricerca vanno evitati i dogmi e il ritenere incontestabile una certa convinzione, sembri anche la più evidente. Eppure, quello che sembrava impossibile dieci anni fa oggi è provato, ma si continua a dire che è impossibile molto altro raccontatoci sulla propria Storia dagli antichi popoli, invece di dire che non è provato. Il che, ne converrai, è un bel po’ diverso.

E se ipotizziamo di dare retta a quanto raccontano questi antichi popoli (e loro ne parlano come di fatti reali, non come leggende), ci rendiamo conto che ci sono inquietanti corrispondenze con quanto si scopre ogni giorno grazie alla ricerca scientifica. Ci si potrebbe stupire di come potessero loro sapere cos’era accaduto tanti millenni prima: ma non è forse vero che noi sappiamo cosa accadeva a Sumer seimila anni fa? Perché siamo convinti che la loro conoscenza del passato non potesse spingersi altrettanto nel tra-passato? Thor, nel mio racconto, a questo proposito dice: “Certe cose non si dimenticano. Mai”.

Un Diluvio Universale, dicevo, può esserci stato. Probabilmente c’è stato: quello che è certo è che l’ultima era glaciale terminò decisamente “di botto” circa dodicimila anni fa; non sappiamo perché, e ci sono miriadi di teorie, molte bizzarre e molte credibili; ma, su questo non si fatica a concordare, lo scioglimento “improvviso” di miliardi di tonnellate di ghiaccio deve avere causato più di un problema a chi c’era allora sulla Terra.
Chi c’era?
Non lo sappiamo: e diventa davvero difficile spingersi tanto indietro. Molto più di quanto si voglia far credere.

Il Sahara, di cui parlo nel mio racconto, per esempio, è un territorio che un tempo – ne abbiamo le prove – era rigoglioso e ospitale. È più grande di tutta l’Europa. E le dune sono alte. È esplorato in minima parte, sopra.
Cosa ci sia sotto la superficie, be’, possiamo solo provare a immaginarlo.


L'Autore: Daniele Bonfanti. Pianista e compositore, nonché ex campione di kayak e amante degli sport estremi, è autore dei romanzi L’Eterno Sogno (2006) e Melodia (2007, Edizioni XII, presto in riedizione); nel 2007 curatore – insieme a Luigi Acerbi – e coautore di TaroT - Ludus Hermeticus; presente nell’antologia Corti - Prima Stagione e ospite nella raccolta L’Altalena. La novella The Bard’s Hair, scritta con Kandido Burenson, ha partecipato alla rassegna artistica parigina Hair 140 ed è stata pubblicata in Francia nel 2009.
Collabora in qualità di articolista con i portali Cinemahorror.it, LaTelaNera.com, e vari altri; scrive sulla rivista Hera, storica testata da edicola dedicata a miti e civiltà perdute, dove cura le rubriche “Sala degli Archivi”, “Letteratura e Mistero” e alcuni focus; collabora con la rivista di fringe science e ufologia Area di confine e suoi racconti e articoli sono apparsi random su altre riviste.
In cantiere un graphic novel scritto con Samuel Marolla e illustrato da Diramazioni, il romanzo horror-fantascientifico Cenere, scritto con Luigi Acerbi, un altro romanzo a quattro mani con David Riva, e altre cose che vi risparmiamo.
Vive con la moglie e la figlia in una vecchia e strana casa, nei boschi sulle colline tra Lecco e Bergamo, infestata da gatti e fantasmi – due categorie di persone con cui va molto d’accordo.


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Archetipi: una domanda a Daniele Bonfanti
Notizia scritta da: Simone Corà
Pubblicata il 27/11/2009
Fonte: LaTelaNera.com

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