Recensione
Batman 2: Il Cavaliere Oscuro

Batman 2: Il Cavaliere Oscuro: visiona la scheda del film Batman 2: Il Cavaliere Oscuro è il film da vedere se vedrete un solo film di genere fantastico nel 2008.

È un buon anno, il 2008.
Sembra profilarsi come l’anno in cui alcune persone di genio e talento, dalla capacità visionaria e immaginativa oltre i normali livelli umani hanno riunito le forze per contrastare un immaginario insipido, una dittatura etico-estetica imposta da una hollywoodcrazia sempre più slegata dal reale. Mentre invece, per costruire l’immaginario, bisognerebbe avere i piedi sempre ben piantati nel pantano della realtà.
E c’è bisogno di persone come Christopher Nolan (Batman begins, The Prestige, Memento, Insomnia) o Guillermo Del Toro (Il labirinto del fauno, Hellboy 2 - The Golden Army, La Spina del Diavolo) e di qualsiasi aiutante alla John Favreau (Iron Man) o Matt Reeves (Cloverfield), perché, non dubitate, la Dittatura Grigia risponderà con una controriforma dura.

Ma per ora festeggiamo e godiamoci un’annata splendida.

Nei confronti de Il Cavaliere Oscuro, una “devastante” pietra miliare del fantastico che pare in grado di fissare nuovi standard estetico-contenutistici per i film a venire, si deve parlare di epica e di mitopoiesi. Proprio come Blade Runner, Alien, Se7en, Matrix e pochi altri.

Nolan riesce nell’impresa inconcepibile di affermare la propria epica SOPRA quella di decenni di fumetti e film di uomini pipistrelli e a fine visioni si ha la sensazione che questo sia il vero e unico Batman, il solo Cavaliere Oscuro mai esistito, l’unico davvero possibile.
E lo fa immergendo, appunto, Bruce Wayne nel contemporaneo. Iniettando del sano Killing Joke nel cupo Dark Knight.
Cancellando la Bat-Caverna così pop e affollata di icone warholiane per sostituirla con un deserto supersaturo di neon e tecnologia.
Cancellando il perfetto trucco e i trucchi perfetti del Joker per sostituirli con un cerone messo da un cieco con problemi di delirium tremens, che ricorda più la lebbra che il volto di un clown.
E al posto del paraphernalia pittoresco del Joker spuntano benzina, dinamite e molotov, l’urlo illogico e spropositato di un Ravachol piuttosto che l’insegnamento di uno Stirner, insomma.

E Gotham diventa sorella di Hong Kong.
Via i cascami barocco dark di Tim Burton, belli quanto volete ma in-credibili, e spazio al Futurismo, alla locomotiva lanciata, al vetro e acciaio, spazio ai Nuovi Monoliti per le masse di Nuovi Primitivi.

E il processo di riscrittura diventa davvero mitopoiesi in grado di annullare le precedenti versioni in favore della versione attuale, con buona pace di Jack Nicholson, con buona pace di chiunque abbia vestito prima i panni del chirottero umanoide.
Panni che ora da stoffa sono ormai diventati kevlar, titanio e altro ancora.
Batman Begins (e a ripensarci ora, quanta lungimiranza di scrittura nei fratellini Nolan) era solo l’header del virus che ne Il Cavaliere Oscuro esplode con un crescendo tragico che non mi pare avere rivali nel panorama contemporaneo.

Se nella terra dei ciechi l’uomo con un occhio solo è re, figuratevi che razza di imperatore diventa Nolan che di occhi ne ha quanti Argo.
Più o meno trenta milioni, quanti sono i segnali inviati dai cellulari che conferiscono al Cavaliere Oscuro l’agognato sonar che lo lega per sempre alla figura del pipistrello per via di nanotecnologia invece che per residui di traumi.
La camera di Nolan non conosce un secondo di sosta, non possono esistere inquadrature fisse quando tutto cambia alla velocità dell’anarchia nichilistica. E che la macchina da presa vortichi vertiginosamente intorno ai personaggi durante i dialoghi, che carrelli lenta in cerca di prede e interessi durante feste e ricevimenti o che schizzi impazzita fra tunnel e strade per tentare di seguire il razzo dell’immaginazione del filmaker, tutto Il Cavaliere Oscuro è concepito sotto il segno del Movimento.

Crescendo e Movimento, dunque.
Ogni istante, ogni volta che si pensa di essere arrivati al culmine dell’epos e della tragedia, oltre il quale potremo gustarci il riposo del guerriero o sedere su rovine fumanti, arriva un innalzamento di toni e di ritmo che ci fa capire che prima si era solo scherzato e seminato. Tutti, tutti sono asserviti a questi segni e ognuno apporta ogni fibra del proprio essere, ogni grammo di professionismo per la riuscita.

Dalle scenografie esterne (Londra e Chicago che si fondono in una Gotham da urlo, Hong Kong che subito risponde alzando la sfida e portandola dieci anni più avanti) a quelle interne con i vari nemici/amici che si fronteggiano dalle loro personali torri tolkeniane si è letteralmente storditi dall’aggressione di segni moltiplicati da superfici riflettenti e amplificati dalla luce.
Luce che, grazie a un Wally Pfister che ormai lavora di telepatia con Nolan, diventa giustamente la vera protagonista e strappa alle tenebre il controllo a centrocampo. Ma è un controllo fasullo, che non porta a vincere la partita e anzi fa il gioco dell’oscurità, rafforzandone segno e valore nei momenti in cui al Cavaliere serve il suo ambiente liquido preferito, per emergere o impastarsi sullo sfondo.

E Zimmer e Newton Howard annusano il sangue pre-ventennio, scrollano la ruggine di un sonno appannato che aveva infettato alcuni loro precedenti lavori e sfornano la sinfonia perfetta, la loro prova migliore da tempo e una delle colonne sonore più emozionanti degli ultimi decenni, avvisate il mulo e provate a orecchiare.
A miscelare il tutto ci pensa il montaggio di Lee Smith che se la prende comoda e mima in dolcezza i movimenti di camera di Nolan, evitando di aggiungere un caos fasullo al caos vero portato in scena.

Chiaramente è impossibile parlare in modo completo di questa sinfonia al maschile e maschilista (le poche donne fanno le infermiere, aspettano brave a casa, sculettano obbedienti e dicono sì al futuro marito oppure, se di nerbo, allora sono sporche messicane traditrici) senza nominare il cast.

Il puro star power da solo basterebbe a produrre per combustione spontanea un film importante, figuratevi se il cast diventa “solo” uno dei tanti elementi perfetti in una arancia a orologeria digitale come questa.

Togliamoci subito dalle spalle il fardello più grosso. Lascio ad altri le facili odi al fragile Heath Ledger, ci sarà una fioritura in rete nei prossimi giorni e potrete raccogliere mazzi di peonie-peana da poggiare sulla sua tomba virtuale, è pratica poco interessante e molto indiepocrita.
Ledger ha il ruolo più facile di tutto il film ma nonostante questo lavora in modo straordinario, senza approfittare più di tanto, e crea un Joker che impedirà a lungo a qualunque altro attore di confrontarsi sereneamente con questa figura.
Graziato da linee di dialogo acute e lasciato libero di inondare lo schermo di tic drogati e movimenti da ballerina meccanica, Ledger impressiona per il suo potenziale. Una grande prova per un attore che purtroppo non sapremo mai se era davvero grande.

Chi grande invece è e lo ha dimostrato ormai da tempo e ne offre riprova anche in questo caso è Gary "Transformer" Oldman che gioca di rimessa, muove poco corpo e volto, fa brillare gli occhi dietro le lenti e approfitta delle giuste pause dei compagni per inserirsi con tutto il mestiere possibile. Un’ala sinistra brasiliana condannata a lavorare da mediano che manda in castigo molti mediani di professione.
E di mediano ne abbiamo un altro in formazione, sempre prestato al lavoro oscuro, in questo caso un’ala destra britannica tutta cross, sorrisi e innuendo, un Michael Caine che sembra davvero fare poca fatica per il ruolo cui sembrava destinato da sempre.

Aaron Eckhart tira fuori le palle dove quasi tutti sarebbero stati stritolati dall’egotismo degli altri attori e regge la pressione fino a tre quarti della partita. Poi il trucco lo affatica e lo penalizza e cade nello stereotipo. Ma Nolan è saggio e sa bene cosa fare con i cavalli zoppi che potrebbero ostacolargli il prossimo episodio.
Persino un noiosone come Morgan Freeman si scuote un po’ e lavora di farfallino e sorrisetti in modo più convincente rispetto alla sua media.

Ma, naturalmente, il film si chiama Il Cavaliere Oscuro.
E ce ne può essere soltanto uno.
Christian Bale è con ogni probabilità l’attore migliore della sua leva e il lavoro compiuto in un film come questo dovrebbe consacrarlo ai giusti livelli.
Bale è capace di lavorare coscientemente alterando la postura delle labbra e l’apertura della bocca a seconda se sia Wayne o Batman, riesce a comunicare la tensione drammatica semplicemente con alcuni muscoli della schiena, e questo quando lavora con il motore al minimo.
Se innesta poi le varie marce del suo corpo-lamborghini allora non c’è più spazio per altro e la sua capacità di passare da calma a furia controllata in pochi microsecondi è inarrivabile oltre che straniante.

Molti possono fare il botto con qualche episodio nella loro vita, ma reggere la pressione e costruirsi una carriera è tutta altra cosa, riservata ai veri talenti, a fottersi le meteore.
E Bale tirerà avanti a lungo e ci regalerà tante altre prove straordinarie, il corpo al suo servizio tanto quanto il volto, entrambi plasmabili dalla pura volontà di un attore che ancora giovane (34 anni!) è riuscito con vari trucchi da prestigiatore a dimagrire o metter su massa muscolare senza mai permettere che questo dato definisse in maniera univoca le sue capacità.
Si veda la grande prova in Harsh Times, si ripassi il suo trasformismo in Io non sono qui.
Quello che per me rimarrà sempre Patrick Bateman è cresciuto a dismisura e domina un film pieno di squali pronti a sbranarlo con indifferenza.
Il cielo è il limite, Patrick.

E quindi, dai, sforziamoci a trovare il difetto del film.
Al massimo se non c’è possiamo sempre tirargli una martellata sul suo ginocchio di celluloide.
Ma difetti per fortuna ce ne sono.
Alcuni dialoghi sbavano infodump, in particolare una superflua spiegazione da parte del Giuda di turno.
Alcuni passaggi fanno innervosire per mancanza di logica.
E Maggie Gyllenhaal in questo film è brutta e incapace. Inguardabile, fa rimpiangere un robot come Katie Holmes che proprio in Batman Begins aveva sfornato la sua prova migliore, ‘nuff said.

Ma il vero, insopportabile difetto di questo film non è da cercarsi nell’opera originale.
Mi sono rassegnato da tempo al fatto che in Italia siamo troppo ignoranti e pigri e abbiamo bisogno del doppiaggio. Ma in questo caso si è passato il segno.
Certo, arriverà il DVD con la versione originale e sottotitoli e bla bla bla, ma avrei voluto ascoltare la voce di Bale al cinema, avrei voluto un film integro e puro...

Il Cavaliere Oscuro è il tunnel di tenebra dove nessuno vince mai e dove i pochi momenti di fiducia nell’esser umano suonano forzosi e appiccicaticci, quasi inseriti come ripensamento per alleggerire il peso di una condizione di lupi in lotta, dominati dalle leggi del caos e del caso, e vi è ben più di un semplice spostamento di lettera fra i due poli.
È l’inno al bombarolo con la mantellina nera contrapposto al gendarme che ha barattato da tempo le magnifiche sorti e progressive in cambio di un bat-manganello.

Da vedere ora e poi rivedere fra un due settimane, a sale vuote.


Titolo: Batman 2: Il Cavaliere Oscuro
Titolo originale: The Dark Knight
Nazione: USA
Anno: 2008
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Christian Bale, Maggie Gyllenhaal, Morgan Freeman, Heath Ledger, Aaron Eckhart, Michael Caine, Gary Oldman, Eric Roberts, Cillian Murphy, Anthony Michael Hall

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Recensione del film Batman 2: Il Cavaliere Oscuro
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 24/07/2008

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