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La bambina dei biscotti

Le storia della bambina dei biscotti è una leggenda metropolitana dal finale a sorpresa...

La bambina dei biscotti «Mi chiamo Dora, e tu?»
La bambina sorrise, le labbra sottili arricciate a scavarle due fossette sui lati della bocca.
«Virginia» rispose l’altra, tirando su col naso. Aveva tutta l’aria di essersi smarrita.
La strada era buia, affogata in una brughiera di pozzanghere divenute ricettacolo di moschini e zanzare. La luce intermittente di un lampione ronzava disegnando spaccati di neon bianchi sulla facciata di un vecchio edificio slabbrato, in decomposizione come una vecchia carcassa abbandonata.
Dora ciondolò nel suo vestitino bianco. Sebbene non fosse ancora piena estate, a quell’ora di notte l’umidità era pungente, e tuttavia lei pareva non accorgersene.
«Dì la verità, ti sei persa?»
Virginia scosse piano la testolina bruna. Gli occhi, chiari e assenti, fissavano l’altra da profondità insondabili.
«E allora che ci fai qui?»
Virginia si guardò attorno, spaesata, trovando la strada deserta.
«E tu?» domandò a sua volta, la voce arrochita da un lungo silenzio «Anche tu sei sola».
Dora rise, di una risata pura, cristallina, che avrebbe fatto sorridere Virginia, se solo non fosse stata così disperata.
«Vuoi fare un gioco?» chiese Dora, soffiando via una ciocca di capelli biondi dagli occhi.
Ancora, Virginia fece cenno di no.
«Peccato».
Rimasero per un po’ in silenzio, una di fronte all’altra, Virginia guardandosi le punte delle scarpe come se nascondessero chissà quale mistero, Dora dondolando sulle gambe in modo infantile, mal celando una certa trepidazione.
«Quale gioco?» domandò infine la ragazzina triste.
«Oh, è semplice» rispose Dora «si chiama gioco della verità e a ogni domanda bisogna rispondere la verità. Facciamo una domanda a testa, inizia tu se vuoi».
«Bene. Che ci fai qui, tu?»
«Aspettavo te».
«Me? Come sarebbe?»
«Ehi, non vale! Queste sono due domande! Ora tocca a me».
Fece una pausa. Virginia teneva di nuovo la testa bassa, i lunghi capelli neri a coprirle in parte gli occhi.
«Da dove vieni?»
«…»
«Allora?»
«Da casa di mio zio».
«Ma è notte fonda! Non ti ha accompagnato?»
«No» rispose Virginia, la voce che le tremava. «Si può sapere cosa vuoi da me?»
«I biscotti» rispose Dora «Cos’altro?»
Virginia si rabbuiò.
«Quali biscotti?»
Sempre sorridendo, Dora scese dal marciapiede e le fece cenno di seguirla.
Virginia, arrancando un poco, la seguì muta.
Di tanto in tanto l’altra si voltava, come ad accertarsi di essere seguita. Sembrò non dar peso all’andatura claudicante della sua nuova amica. La condusse dentro a un vicolo, appena illuminato da un vecchio neon che qualche negoziante aveva fatto installare sopra il suo locale per tenere alla larga i ladri.
Virginia le tenne dietro fin quando non la vide scomparire dietro a un cassonetto.
Avanzò sull’asfalto bagnato con passi incerti, quasi domandandosi che cosa ci facesse lì. Era tutto così vago, adesso. Tutto troppo lontano…
Quando sbucò oltre il cassonetto, quasi inciampò sul piccolo piede che sporgeva sotto di lei. Virginia indietreggiò, inorridita alla vista del corpicino steso a terra, l’abito strappato e sporco di sangue, il volto e le braccia coperti di schizzi di fango. Lì accanto, sparpagliati in strada, c’erano in gran quantità dei biscotti fatti in casa, fuoriusciti da un vassoio che giaceva riverso a terra.
Fece per urlare, quando vide Dora, in piedi davanti al cadavere, fissarla con aria triste.
«Che significa?»
Dora fece spallucce.
«Ho visto un brutto tipo, grosso e con la barba, scendere da un’auto e scaricarti qui. Mi dispiace.»
Virginia sgranò gli occhi.
Ripensò a suo zio Franco, alle sue mani così grosse, così ruvide, al dolore immenso provato in quei pochi secondi in cui lui si era lasciato andare, agli amaretti fatti dalla sua mamma per quel fratello sempre così buono con la sua bambina. Poi solo un mare di oscurità.
«Ricordi, ora?» chiese Dora, sorridendo angelica nel suo abitino bianco.
Virginia, una lacrima a storcerle la bocca, annuì.
«Ma tu chi sei?»
Con una grazia inaspettata, Dora si abbassò e afferrò un amaretto.
«Mi piacciono i biscotti» disse, addentandolo.


Le leggenda metropolitana della bambina dei biscotti è una delle tante storie di paura che ha per oggetto la situazione standard del fantasma che non sembrava tale, come quelle del fantasma del ballo (un giovane balla per tutta la sera con una ragazza scoprendo solo l'indomani che era morto tempo prima), dell'autostoppista fantasma (un giovane dà un passaggio a una bella ragazza di notte e la porta a casa; accorgendosi che ha dimenticato in auto la giacca, il giorno dopo torna a portargliela, restando sconvolto nell'apprendere da una signora anziana che la figlia è morta dieci anni prima) o della Ghost Road, la A75 Kinmont Straight in Scozia (in cui, tra le tante apparizioni, un camionista convinto di aver investito una giovane coppia, si è poi reso conto che sulla strada, dove avrebbero dovuto essere i corpi, non c'era nessuno).

Anche il cinema si è avvalso di questo escamotage per mettere in piedi dei noti coupe de théatre di alcuni film, basti pensare a veri e propri cult come Il Sesto Senso e The Others, nei quali soltanto alla fine lo spettatore si rende conto che i protagonisti sono dei fantasmi.

In letteratura le storie di fantasmi sono state per lungo tempo il perno delle prime sperimentazioni del genere horror, basti citare, uno su tutti, il disturbante Giro di vite, di Henry James (nel caso specifico, la giovane istitutrice dei due bambini protagonisti della vicenda, vede aggirarsi fuori dalla casa un sinistro individuo, che scoprirà poi essere il fantasma di un inserviente scomparso tempo addietro).

In questo caso, la vicenda si svolge in un campo Scout, non si sa bene dove, dove per diversi giorni, una bambina abitante nei dintorni, andava a trovare i ragazzi dell'accampamento, chiedendo con gentilezza dei biscotti.

Col tempo, fece amicizia con tutti i giovani, che non potevano non adorarla. La piccola, di bianco abbigliata, con una capigliatura bionda e fluente e il sorriso dolce di un angelo, aveva fatto breccia nei loro cuori.
Arrivarono addirittura a metterle da parte i biscotti, aspettando il suo arrivo.

Certo era una bambina timida, che non parlava molto, e appariva insolitamente triste, ma dopotutto, forse era questo a colpirli maggiormente.

Trascorsa una settimana, i capi scout scesero in paese per rifornirsi di cibo e bevande. Mentre si trovavano in un supermercato, al momento di accingersi a pagare, notarono dietro al bancone una foto, affissa a una parete. Era la bambina dei biscotti.

La curiosità e anche un minimo di apprensione li spinsero a domandare all'uomo che li serviva se quella ragazzina fosse sua figlia. "Sa, viene sempre da noi a mangiare biscotti!". Il negoziante, di colpo pallido e rabbuiandosi un poco – pensando a uno scherzo – rispose deciso: "È impossibile, mia figlia è morta sette anni fa!"

Ovviamente, la bambina non fece più ritorno al campo.



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La bambina dei biscotti
Articolo scritto da: Daniele Picciuti
Pubblicato il 16/06/2013

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