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Il subacqueo morto carbonizzato su un albero

Una leggenda metropolitana scottante che ha preso il volo ed è diventata virale negli ultimi 25 anni: sommozzatori, incendi e canadair non vanno d'accordo...

Il subacqueo morto carbonizzato su un albero Tra le tante e famose leggende metropolitane ce ne sono alcune cui è difficile non credere perché, a differenza di altre che appartengo al genere "soprannaturale", oppure sono ritenute troppo distanti dalla nostra "quotidianità", sono connotate da elementi assolutamente realistici.

Tra queste, di sicuro va annoverata la cosiddetta "leggenda del subacqueo trovato morto su un albero bruciato", conosciuta anche come la "leggenda del Canadair".

Chi, in una torrida giornata estiva, non si è mai lasciato andare a una bella nuotata rinfrescante in un limpido laghetto?
Di certo a molti, se non quasi a tutti, sarà capitato di immergersi in mare e di andare in profondità, anche senza bombole d'ossigeno, e anche solo per poche decine di secondi.

Si tratta di esperienze che molti di noi hanno vissuto da vicino.

È forse per questo che anche il più scettico, di fronte alla leggenda del Canadair, non può fare a meno di vedere le sue sicurezze vacillare...


La leggenda del sub trovato morto su un albero: la storia

Si narra che qualche tempo fa, non molto lontano da qui (dove "qui", naturalmente, lo si deve intendere con riferimento tanto al narratore quanto al lettore) scoppiò un violento incendio di dimensioni macroscopiche.

Allertate le guardie forestali, in direzione del disastro partirono immediatamente alcuni velivoli antincendio. Tra questi c'era anche un Canadair.

Raggiunto il mare, distante alcune centinaia di chilometri, il Canadair riempì i propri capienti serbatoi di grandi quantitativi di acqua che, successivamente, scaricò sulle fiamme. Ripeté il viaggio diverse volte finché l'incendio fu domato.

Scongiurato il disastro, gli uomini delle squadre antincendio perlustrarono la zona devastata dal fuoco e, con somma sorpresa mista a incredulo orrore, s'imbatterono in uno spettacolo agghiacciante: un cadavere umano carbonizzato e con indosso una muta da sub con tanto di fucile, pinne e occhiali.
Una visione al tempo stesso grottesca e inspiegabile.

Ma una spiegazione c'è.
Il Canadair aveva fatto rifornimento in un tratto di mare nel quale era immerso il povero e ignaro sub. Il velivolo dunque lo aveva risucchiato assieme a ettolitri di acqua marina.

Alcuni dicono che il sub fosse morto d'infarto durante il risucchio.
Altri credono che quando fu sganciato sull'incendio fosse ancora vivo e sia invece morto a causa dell'impatto o, peggio, bruciato vivo dalle fiamme.

Altri ancora semplicemente si rifiutano di credere a questa storia.

In effetti, dicono gli scettici, il Canadair fa rifornimento d'acqua mediante due imboccature dal diametro troppo esiguo, attraverso il quale un uomo non potrebbe mai passare. Sembra un'obiezione molto ragionevole.

O forse no. Fatto sta che la leggenda ha ispirato, col tempo, scrittori, registi, sceneggiatori...

La leggenda metropolitana del sub carbonizzato e del canadair assassino


Il sommozzatore carbonizzato e il canadair: la leggenda diventa virale

Ne La versione di Barney, opera dello scrittore canadese di origini ebree Mordechai Richler (poi ripresa nell'omonimo film), un uomo di nome Boogie, a un certo punto del romanzo, scompare. Barney viene accusato di omicidio. Molti anni dopo, però, sarà lui stesso a ricordare che il giorno della scomparsa dell'amico, sopra il lago dove questi si era tuffato, stava volando un Canadair chiamato a domare un incendio sviluppatosi nell'entroterra.

La leggenda metropolitana del sub carbonizzato e del canadair assassinoSuccessivamente, il regista Paul Thomas Andersson ha utilizzato un episodio simile come prologo del suo bellissimo film Magnolia (nello stesso film si raccontava anche della leggenda metropolitana del suicida ucciso dal padre già trattata sulle pagine di LaTelaNera.com).

Leggiamolo, raccontato dalla misteriosa voce fuori campo che apre il film:
"Sulla Reno Gazzette del giugno 1983 c'è un articolo che parla di un incendio, dell'immenso volume d'acqua che ci volle per spegnerlo, e di un sommozzatore che si chiamava Delmer Derion, impiegato al casino del Nagatome Hotel di Reno, Nevada, come croupier al tavolo del black jack. Tutti conoscevano l'amore che Delmer nutriva per le attività all'aria aperta e lo sport, ma la sua vera passione era il lago. Secondo il rapporto del Coroner Delmer morì per un attacco cardiaco a metà strada tra il lago e l'albero".

La voce fuori campo accompagna, come in un telegiornale, la storia della morte di Delmer che ci scorre davanti per immagini. Lo vediamo al tavolo del black jack mentre dà le carte, poi mentre passeggia tra i corridoi del casino, infine mentre, con la muta da sub, si immerge nella pace del suo lago.

Subito dopo vediamo un velivolo antincendio planare verso il lago, rifornirsi di acqua e scaricarla sull'incendio. Ecco allora che vediamo il povero Delmer carbonizzato in cima a un albero.

Con questa storia si apre Magnolia.
Un prologo anomalo della durata di 5 minuti e 47 secondi, commentato da una voce fuori campo, la quale ne parla come di una "pura fatalità".

Tale curioso episodio sembra non avere alcuna attinenza con la storia di Magnolia, ma, per dirla con Antonio Monda, "lancia sul film una sensazione di assurdo che avvolge la vita umana e l'ombra di morte e disperazione che ne segue ogni passaggio".

L'impressione è che il regista abbia voluto mettere in guardia lo spettatore su una realtà che riguarda tutti, ovvero la casualità e l'assurdità che regolano gli accadimenti quotidiani, e lo abbia fatto con grande dovizia di particolari.
È questo il punto.

Un sommozzatore morto trovato su un albero bruciato, da CSI Las VegasQuella del Canadair è conosciuta come leggenda metropolitana, ma, a differenza di tante altre, ha una sua assurda "realità" tale da far tentennare anche il più incallito, incredulo e sbeffeggiante detrattore.

Ma v'è di più.
Persino la televisione ha dovuto confrontarsi con questa "leggenda".

In una puntata del serial televisivo CSI Las Vegas, sopra un albero viene trovato un uomo in muta da sub carbonizzato da un incendio. Alla fine si scopre che è finito lì proprio a causa di un Canadair.


Il Canadair, il "killer" della leggenda del sommozzatore su un albero

Il Canadair CL-415 è un aereo anfibio con due motori e due turbo eliche disposte sopra le ali.

Di produzione canadese (prima a opera dell'omonima azienda, e successivamente della "Bombardier Aerospace"), è nato come mezzo antincendio e opera soprattutto nelle regioni ricche di foreste e specchi d'acqua.

Il suo funzionamento è molto semplice.
Quando scoppia un incendio di vaste proporzioni, il velivolo raggiunge il più vicino specchio d'acqua e vi passa sopra a volo radente per riempire i propri serbatoi.

Quindi, raggiunge l'incendio e scarica il proprio carico sopra la vegetazione in fiamme. Il Canadair è in grado di rimanere in volo per tre ore, sganciando nove carichi d'acqua di cui può rifornirsi da fonti distanti anche una decina di chilometri.

La leggenda metropolitana del sub carbonizzato e del canadair assassino


Il pesce con le gambe di un uomo

Un racconto di Attilio Facchini ispirato alla leggenda metropolitana del sub carbonizzato su un albero

Non era la prima volta che i due si aggiravano per un bosco.
Quella notte, poi, c'era una splendida luna piena che sembrava ergersi poco sopra le chiome delle querce secolari, colorandone di argento le fronde.
Faceva caldo, era una delle estati più torride degli ultimi anni.
La civetta cantava e l'aria era pregna dell'odore del muschio.
«Grazia', Graziano».
Uno dei due ragazzi, magro, capelli rasati, jeans e maglietta, cercava di richiamare l'attenzione dell'altro che era invece assorto nei suoi pensieri.
«Graziano», ripeté alzando la voce.
«Oh, che c'è?»
«E rispondi, no?»
«Che vuoi?»
«Stasera sto proprio bene, Grazia'. Sento che potrei sradicare con le mani uno di questi alberi», disse con voce impastata e tirando su con il naso.
«Claudio, tu sniffi troppo, te l'ho già detto. Un giorno o l'altro ci rimani secco».
Graziano era più robusto dell'amico. Aveva anche lui i capelli rasati e portava un piccolo orecchino all'orecchio sinistro. Aveva con sé un contenitore di plastica.
Claudio continuava a tirare su con il naso. Le narici gli pizzicavano e non poteva fare a meno di grattarsi con la punta delle dita o con il dorso della mano.
«Ne vuoi un po'?», chiese a Graziano. «Eh? Me n'è rimasto ancora qualche grammo».
«No».
«E dai, non fare lo stronzo».
«Ti ho detto di no, hai capito brutto deficiente?»
Claudio si zittì e per un po' i due camminarono in silenzio.
«Dove stiamo andando?», chiese poi Claudio. «Mi sono stancato».
L'amico continuò a camminare senza rispondergli.
«Perché non ci fermiamo qui? Tanto è la stessa cosa, no?»
Graziano si girò di scatto verso di lui e lo prese per la maglietta: «Ascoltami, coglione. Se non ti sta bene, puoi tornartene indietro. Non ho bisogno di te».
«Ehi», fece Claudio alzando le mani. «Va bene, va bene. Stai calmo, però».
«Deficiente», disse Graziano prima di lasciare la presa.
Camminarono ancora per qualche minuto.
Poi, di fronte alla quercia più grande che si ergeva imponente proprio nel cuore del bosco, si fermarono.
Graziano poggiò per terra il contenitore e allargò le braccia quasi volesse abbracciare l'albero.
Era maestoso, un prodigio della natura, talmente grande che la sua chioma riusciva a nascondere la luna.
Graziano svitò il tappo del contenitore e bagnò il tronco di benzina. Quindi innaffiò anche l'erba e i cespugli circostanti.
Mentre lo faceva, una luce sinistra brillava nei suoi occhi che erano diventati lucidi, febbrili.
Rideva a singhiozzi, con affanno. Dense gocce di sudore crearono una patina lucida sulla sua fronte.
Claudio guardava e non osava fiatare.
Dalla tasca prese della cocaina e la sniffò.
«Adesso devo andare a pisciare», gli disse Graziano. «Pensaci tu. Quando torno voglio vedere l'inferno».
Claudio annuì e intanto digrignava i denti.
Dall'altra tasca prese una scatola di cerini, ne afferrò uno tra l'indice e il pollice e lo fissò girandolo da ogni lato.
La sua bocca si allargò in un sorriso distorto.
Accese il fiammifero e alzò la mano per lanciarlo sulla benzina.
Quando lo gettò, era spento.
Bestemmiò.
Quindi, strabuzzando gli occhi, accese un altro fiammifero.
Fece per lanciarlo, ma sentì alle sue spalle qualcuno soffiare sul cerino che si spense di nuovo.
Si voltò di scatto.
«Chi cazzo sei?», disse.
C'era un uomo, completamente nascosto dal buio. Alzò leggermente la testa, quel tanto che bastava perché il suo viso fosse bagnato dalla luce della luna.
Claudio sgranò gli occhi e avvertì una tremenda fitta al cuore.
Si strinse le mani al petto.
Provò a dire qualcosa, ma stramazzò a terra, morto stecchito.

«Claudio! A Cla'! Allora 'sto fuoco?».
Quando Graziano vide l'amico per terra, corse verso di lui.
«Cos'è successo?»
Claudio non respirava.
«Cazzo», imprecò Graziano. «Porco cazzo».
Sentì un rumore e si girò di scatto.
Vide un'ombra passare dietro il tronco dell'albero.
«Chi è?», gridò. «Chi cazzo è? Fatti vedere, esci fuori».
Uscì.
Graziano lo guardò e cercò di indietreggiare. Inciampò sul cadavere di Claudio e cadde a terra,
«Chi... chi sei?»
Quell'essere si avvicinava.
Era un uomo, questo era evidente.
O forse, era stato un uomo.
Il viso carbonizzato, la pelle come cera di candela.
Ma la cosa più bizzarra era il suo abbigliamento.
Aveva una maschera, di quelle che si usano al mare. Ai piedi portava un paio di pinne e in mano aveva un fucile dalla cui canna spuntavano le alette di un arpione.
Indossava una muta da sub.
Sembrava un grosso pesce preistorico a cui fossero state attaccate un paio di gambe umane.
«Chi cazzo sei?», balbettò Graziano. «Chi cazzo sei?», urlò disperato.
L'essere si limitò a scuotere la testa.
Graziano riuscì a mettersi in piedi e cominciò a correre.
Ansimava e si guardava indietro per vedere se l'essere lo stesse inseguendo.
I rami degli alberi gli graffiavano la faccia; le querce e i laceri allungavano le fronde come se volessero trattenerlo. Graziano cercò di liberarsi ma gli sembrò che quegli alberi si fossero animati: lo tiravano per la maglietta, gli afferravano le gambe, gli strappavano i capelli.
Inciampò su radici emerse d'improvviso dal terreno e rotolò per terra.
Si afferrò con le mani il ginocchio ferito.
Provò a rimettersi in piedi, ma il dolore era troppo forte.
Da lontano vide l'essere che si avvicinava con molta calma. Con uno sforzo notevole riuscì ad alzarsi. Zoppicava. Ogni passo gli procurava tremende fitte che lo facevano strillare .
Cadde di nuovo.
L'essere ormai gli era addosso. Si fermò ad alcuni metri di distanza.
Il sub alzò il fucile contro Graziano che aveva cominciato a strisciare. Piegò leggermente la testa sulla spalla sinistra e sparò.
L'arpione si conficcò nel collo di Graziano.
Il suo corpo vibrò per alcuni secondi.
Quindi si accasciò.



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Il subacqueo morto carbonizzato su un albero
Articolo scritto da: Attilio Facchini
Pubblicato il 12/08/2014

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