Rasputin, il monaco pazzo alla corte dei Romanov

La depravazione, le guarigioni, gli intrighi politici, l'eresia, le profezie e la morte cruenta di uno dei personaggi più controversi della storia

Rasputin, il monaco pazzo alla corte dei Romanov Nella top ten dei nomi che fanno subito pensare al lato più oscuro della natura umana quello di Rasputin occupa sicuramente uno dei primi posti. È un nome indissolubilmente legato a un altro: Romanov. Tra coloro che gravitarono attorno alle corti imperiali di ogni tempo e nazione mai nessuno fu tanto abile nell’ammaliare uomini e donne di potere senza l’aiuto un titolo nobiliare e con una limitatissima istruzione. Grigorij Efimevič Rasputin nacque il 10 gennaio 1869 a Prokovskoe, un piccolo villaggio della Siberia, sulle rive del fiume Tara, presso Tobolsk, vicino ai Monti Urali. Crebbe nella cultura contadina e rimase fondamentalmente un semianalfabeta per tutta la vita. Si narra che da piccolo cadde nel fiume gelido con suo fratello e che riuscì a guarire da una grave polmonite, dopo giorni di deliri e strane visioni. Suo fratello, invece, morì, lasciando un vuoto incolmabile nella sua esistenza. Da bimbo turbolento si trasformò in fretta in un giovane uomo irrequieto che infilava un guaio dopo l’altro. Si ubriacava, rubava e correva dietro alle donne per soddisfare un appetito sessuale che sembrava non placarsi mai (Rasputin è il soprannome che si guadagnò proprio in quegli anni e, in russo, significa depravato). Durante una delle tante scorribande, finì al monastero di Verhoturje dove si imbatté nella setta Khlysty rinnegata dalla Chiesa ufficiale ortodossa. Gli adepti di tale setta sostenevano che per comprendere appieno l’essenza di Dio era necessario peccare. Tramite l’intima conoscenza del male il peccatore poteva pentirsi, confessare e infine ottenere il perdono. Un circolo vizioso, che aveva come obiettivo la catarsi, in cui l’uomo si macchiava di ogni tipo di colpa per continuare a godere della grazia divina.
Rasputin, allora diciottenne, abbracciò con entusiasmo la nuova religione: cominciò a vestirsi come un monaco, si attenne con costanza ai dogmi della setta, adattandoli però a suo piacimento a seconda delle occasioni, e si proclamò veggente e guaritore. Diceva di aver avuto delle visioni e di essere guidato dal volere di Dio. Ebbero inizio i suoi pellegrinaggi attraverso il paese, durante i quali attirò l’attenzione di chi vedeva in lui una piacevole novità in un impero incatenato ad antiche regole ferree.

A diciannove anni sposò Pra­škovia Ferodovna Duborvina ed ebbe tre figli: Dimitrij, Maria e Varvara. La creazione di una famiglia non interruppe il suo vagabondare. Arrivò fino in Grecia e a Gerusalemme. Alto, vestito di una lunga tonaca, lo sguardo penetrante, quasi da folle, un particolare carisma da santone in possesso di conoscenze da rivelare solo a pochi eletti, Rasputin riuscì a guadagnarsi la simpatia di molte persone, inclusi i religiosi della città di Kazan, vicino al fiume Volga, e fu da essi invitato a visitare la capitale di allora, San Pietroburgo.

Era il 1902, aveva poco più di trent’anni e con i suoi pellegrinaggi aveva coperto gran parte dell’impero. Con il suo aspetto e la parlantina sciolta non faticò molto a conquistare anche gli ecclesiastici che occupavano posti di prestigio nella Russia di Nicola II. Il giovane imperatore era salito al trono alla fine del 1894, dopo la morte improvvisa di suo padre, morto il 20 ottobre, a quarantanove anni. La prematura dipartita del sovrano aveva costretto un ragazzo di ventisei anni a prendere in mano le redini di un immenso paese. Sentendosi schiacciato dal peso di una corona che non si sentiva pronto a indossare, Nicola pregava da tempo affinché Dio inviasse una guida per aiutarlo ad affrontare tutte le responsabilità che stavano ricadendo sulle sue fragili spalle. Suo padre, Nicola III, lo aveva tenuto lontano dagli affari di stato, negandogli così la possibilità di imparare come pensa e agisce un imperatore. La consorte di Nicola III, Maria-Feodorovna era la tipica madre castrante e perciò ugualmente responsabile dell’immaturità del giovane sovrano. Il ragazzo aveva scelto di sposare la principessa di origini tedesche Alessandra di Hesse, cugina di terzo grado, contro il volere dei genitori. Le nozze erano state celebrate mentre l’intero paese piangeva ancora la scomparsa del vecchio sovrano. La coppia si allontanò sempre più dal resto della famiglia, isolandosi nel palazzo di Csarskoe Selo (l’attuale Puškin). Di lì a breve nacque una bambina, la Gran Duchessa Olga Nikolajevna. Seguirono altre tre figlie: Tatiana, Maria e Anastasia.

Rasputin, il perverso monaco pazzo alla corte dei Romanov I due sovrani erano preoccupati dal mancato arrivo di un erede maschio e per sconfiggere quella che pensavano fosse una maledizione chiamarono a palazzo ogni sorta di guaritori, maghi e sensitivi, gente di dubbia fama ansiosa di ingraziarsi gli imperatori con ogni mezzo. Finalmente, il 30 luglio 1904, nacque Alessio. I genitori erano al settimo cielo e così il resto dei parenti, ma la felicità diventò ben presto disperazione quando si scoprì che il bimbo era emofiliaco. A un anno di vita rischiò di morire per un banale incidente. Alessandra incolpava se stessa e il sangue malato che scorreva nelle vene di molti membri della sua famiglia, afflitti dalla stessa malattia.
Nicola sfogava il suo dolore scrivendo nel diario: “È una cosa terribile dover vivere con questa ansia continua.”

Rasputin apparve nella vita dei Romanov nel 1907 e li colse in un momento di estrema fragilità psicologica ed emotiva. Terreno fertile per uno scaltro manipolatore d’anime come lui. A San Pietroburgo, in pochi mesi, aveva creato attorno a sé una rete di amicizie e conoscenze destinate a portarlo molto in alto. Si racconta di come il suo carisma riuscisse a conquistare il cuore di molte donne aristocratiche con le quali intratteneva relazioni non proprio platoniche. Tra coloro che si dichiaravano sue ammiratrici c’era anche Anna Vyrubova, una cara amica della Zarina. La strada era spianata e il palazzo imperiale aprì le porte al monaco misterioso. Gli affranti sovrani videro in lui il miracolo tanto invocato quando riuscì a bloccare l’ennesima emorragia del piccolo Alessio. Alcuni suppongono che ipnotizzò il bambino e lo guidò verso una sorta di autoguarigione (oggi è assodato che una forte emozione può dare un temporaneo sollievo a un emofiliaco) altri che utilizzò i suoi poteri soprannaturali per far coagulare il sangue. In ogni caso l’episodio fu sufficiente a trasformare un semplice ex contadino e pseudoprete in un membro della famiglia reale. Rasputin continuò la sua attività di guaritore e consigliere spirituale anche all’esterno della corte. Riceveva quotidianamente tutti coloro che chiedevano il suo aiuto. La Russia intera non sapeva spiegarsi come fosse possibile che gli imperatori accettassero un individuo così ambiguo a palazzo. Nessuno sapeva della malattia del piccolo Alessio e questo portò molte persone a dubitare dell’integrità morale dello Zar e della Zarina.

La famiglia reale aveva scelto il silenzio per non distruggere l’ottimismo che si era diffuso tra la popolazione dopo la tanto sospirata nascita di un erede al trono. Questo fu il motivo principale della profonda incomprensione tra i regnanti e i sudditi che fomentò maldicenze, dubbi, odi, e portò alle tragiche conseguenze storiche che tutti conosciamo. Dal canto suo, Rasputin non si adoperò certo per mettere a tacere i pettegolezzi, anzi. Tra le varie testimonianze dell’epoca ci sono quelle di chi parla di banchetti durante i quali il monaco si ubriacava regolarmente, mangiava con le mani e poi si faceva leccare le dita dalle sue devote commensali. È leggendaria la sua avversione per l’acqua e il modo in cui si svolgevano i suoi rari bagni. Preferiva quelli collettivi, ovvero amava immergersi in grandi vasche con altre donne per farsi lavare in una sorta di cerimonia di purificazione molto alternativa. Questo comportamento, giudicato immorale, trascinò nel fango la reputazione di numerose nobili signore e della Zarina, una donna che, fino ad allora, aveva mantenuto una condotta irreprensibile. Le malignità investirono anche le quattro figlie che si pensava fossero ben disposte a soddisfare le perversioni del monaco. Sembra che fosse lui stesso, ubriaco fradicio a ogni festa, ad affermare che lo Zar era un fantoccio nelle sue mani e a raccontare degli incontri a sfondo sessuale tra lui, la Zarina e le figlie. Le maldicenze arrivarono all’orecchio dell’imperatore che, in preda all’ira, lo allontanò dalla corte. Quando il piccolo Alessio fu sull’orlo di un altro dissanguamento, Rasputin fu richiamato a palazzo e arrestò l’emorragia. Il ritorno del monaco convinse una volta per tutte gli ex sostenitori dello Zar che la Russia non aveva più bisogno di un imperatore che stimava un uomo così discutibile. Nicola II aveva firmato la propria condanna a morte. Rasputin occupava adesso una posizione di prestigio e molti dei suoi simpatizzanti si erano trasformati in acerrimi nemici. I monaci e i vescovi che si opponevano a lui o discutevano il suo operato presso la famiglia dello Zar venivano prontamente spediti in qualche remoto monastero.

Rasputin, il perverso monaco pazzo alla corte dei Romanov Il 28 giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo fu assassinato a Sarajevo e la prima guerra mondiale ebbe inizio. Lo Zar dichiarò guerra alla Germania e all’Austria, spalleggiato dagli alleati francesi, inglesi, italiani e statunitensi. Il conflitto trovò completamente impreparato l’esercito russo. Nicola continuava a essere un sovrano pieno di insicurezze e spesso si appoggiava alla Zarina per un consiglio. Sapendo che Alessandra a sua volta si appoggiava all’onnipresente Rasputin, tutti pensarono che il monaco fosse arrivato ad avere il controllo totale su ogni questione concernente l’impero. Le ingenti perdite umane tra le truppe russe si dovevano alla scarsità di armi e addirittura all’inadeguatezza dei vestiti per i soldati, due gravissime carenze alle quali Nicola non riusciva a porre rimedio per la sua incapacità decisionale. Aveva paura di allontanare Rasputin e di mettere a repentaglio la vita di Alessio. Rifiutò di ascoltare i consigli dei parenti che continuavano a ripetergli di cacciare il monaco. Chi cacciò fu il capitano dell’esercito russo, Nicola Nikolajevič, perché aveva dimostrato una profonda avversione per Rasputin e di conseguenza per la stessa Zarina. Si narra che il monaco si fosse offerto di benedire i militari e che il capitano gli avesse risposto con il seguente messaggio: “Vieni pure. Ti farò impiccare”. L’imperatore fece un altro passo fatale verso la fine: lasciò la capitale per prendere il comando dell’esercito e, in pratica, abbandonò l’impero in balia della sua consorte e di Rasputin. Alessandra era ormai morbosamente legata al monaco e seguì alla lettera ogni suo consiglio. I licenziamenti all’interno del governo si susseguirono copiosi e le cariche, ovviamente, furono ricoperte da fedeli sostenitori di Rasputin. Chi già da tempo non vedeva di buon occhio la Zarina di origini tedesche pensò che la sovrana stesse facendo gli interessi della Germania. Bisogna ammetterlo: i veri responsabili della tragica fine dei Romanov sono i Romanov stessi. Rasputin fu solo molto abile ad approfittare di persone deboli e di una situazione già di per sé traballante.
Dopo questa veloce analisi dei fatti storici è facile comprendere perché i membri della famiglia reale vicini alla coppia Alessandra-Nicola decisero che il monaco doveva essere eliminato. Ancora oggi non è chiaro chi effettivamente progettò e prese parte al complotto, ma si conoscono con certezza gli esecutori materiali. La morte di Rasputin è celebre perché è una delle più cruente e macchinose che la storia ricordi. Infatti il monaco, protetto da forze oscure o semplicemente dotato di una fibra molto forte, mise in seria difficoltà i suoi assassini.

Nel 1916, in una fredda notte di dicembre, il principe Felix Felixovič Jusupov lo invitò a cena nel suo palazzo per fargli incontrare la bellissima moglie Irina, nipote dello Zar. Rasputin accettò con entusiasmo, anche se era già stato vittima di un paio di attentati e più di una persona gli aveva consigliato di uscire il meno possibile. Irina era una delle poche donne che ancora mancavano alla sua personale collezione di dongiovanni impenitente e non poteva lasciarsi sfuggire una simile occasione. Non sapeva che Irina si era rifiutata di prendere parte al complotto e si trovava molto lontano dal suo palazzo. Felix spiegò in seguito che aveva ucciso Rasputin per salvare la Russia, ma il fatto che non si fosse mai dichiarato apertamente un fanatico sostenitore della famiglia reale e che fosse un bisessuale ci porta a concludere che i motivi furono ben altri. La paura che il monaco potesse rivelare particolari piccanti sugli incontri avvenuti tra loro si unì all’invidia per un sempliciotto che era entrato nelle grazie dei sovrani. Il gruppo formatosi per portare a termine l’operazione comprendeva, oltre a Felix, il cugino dello Zar Gran Duca Dimitrij Pavlovič Romanov, Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, il luogotenente Sukotin e il dottor Lazavert. Il piano era semplice: l’avrebbero avvelenato. Per essere sicuro del risultato Felix aggiunse cianuro ai dolci, al tè e al vino (il madera che il monaco adorava). Rasputin arrivò verso le undici e si tuffò sull’alcol e sul cibo, ingurgitando abbastanza veleno da uccidere sei uomini. Felix mentì dicendo che Irina sarebbe arrivata molto presto e attese accanto a lui che il cianuro facesse effetto, mentre i suoi complici aspettavano al piano di sopra. Accadde invece che Rasputin, mezzo ubriaco, chiese a Felix di suonare la chitarra per lui fino alle due del mattino, ora in cui propose di andare a fare un giro in città. Sgomento, Felix si scusò e salì al piano di sopra dove trovò Dimitrij e Vladimir con gli occhi fuori dalle orbite per lo stupore e soprattutto per il terrore di trovarsi di fronte a un essere soprannaturale capace di cenare a base di veleno e accusare poi un semplice bruciore di stomaco. I tre decisero di passare alle maniere forti. Felix scese con una pistola e (si dice) vide il monaco che pregava ai piedi di un crocefisso. Gli sparò nella schiena. Arrivarono i due complici che aiutarono Felix a spostare il monaco dal prezioso tappeto di pelliccia sul quale era caduto. Rasputin era ancora vivo, ma pensarono che sarebbe morto per dissanguamento entro pochi minuti. Spensero la luce, chiusero la porta e salirono al piano di sopra per discutere su come liberarsi del corpo. Un’ora dopo Felix scese a controllare. Sembrava che Rasputin fosse morto, ma quando tentò di muoverlo il monaco aprì gli occhi e cominciò a chiamarlo per nome: “Felix… Felix… Felix…”. Rasputin era stato avvelenato, trafitto da una pallottola, lasciato a dissanguarsi per un’ora, eppure il suo cuore continuava a battere. Il principe terrorizzato scappò di sopra e riferì ai complici che il monaco era ancora vivo. Vladimir capì che Felix era fuori di sé e ormai incapace di gestire la situazione, perciò prese il revolver e si accinse a occuparsi personalmente della cosa. Mentre scendeva le scale fu costretto a soffocare un urlo di orrore. Rasputin stava barcollando verso la porta, tra gemiti e parole sconnesse. Riuscì ad arrivare in giardino e quindi nei pressi del cancello prima che Vladimir gli sparasse quattro volte. Uno proiettile lo colpì alla spalla e un altro alla testa. Cadde a terra dove continuò a gemere e a strisciare verso il cancello. Vladimir lo raggiunse e prese a sferrare calci furiosi alla testa del monaco con i robusti stivali finché non smise di muoversi. Non è chiaro se sia stato anche ripetutamente pugnalato e preso a randellate, ma sta di fatto che a quel punto respirava ancora. Fu avvolto in una coperta pesante, legato con una corda e quindi gettato in uno dei pochi punti non congelati del fiume Neva nel quale infine morì annegato.

I Romanov Si pensa che fosse sopravvissuto all’avvelenamento per via della gastrite cronica causata dall’alcolismo. I succhi gastrici avrebbero attenuato gli effetti del veleno. I sicari avevano dimenticato di appesantire il cadavere con delle pietre, perciò fu presto ripescato (o meglio, tirato fuori dal ghiaccio) il 19 dicembre. Già poche ore dopo Felix e Vladimir venivano interrogati dalla polizia. Gli inesperti assassini avevano lasciato tracce evidenti del loro crimine dappertutto, sia nel palazzo sia nel giardino. Prima dell’incontro fatale avevano ordinato al monaco di non rivelare a nessuno la sua destinazione, ma questi aveva invece avvertito parecchie persone, incluse le due figlie che da qualche tempo vivevano con lui. Furono proprio queste a guidare la polizia alla casa di Felix. Il principe aveva nel frattempo sparato al suo cane per deporlo in giardino e confondere le tracce di sangue lasciate da Rasputin. Gli investigatori non si lasciarono ingannare: c’era troppo sangue per un cane e molte persone avevano udito gli spari. Nicola II fece ritorno nella capitale e decise di mandare in esilio i due colpevoli. Ironia della sorte, questo li salvò dalla rivoluzione bolscevica che di lì a poco avrebbe rovesciato il trono e mietuto un mare di vittime. La nobiltà vedeva in Felix e Vladimir due eroi che li avevano liberati dall’ingombrante presenza di Rasputin. Invece i contadini considerarono l’omicidio del monaco come l’ennesimo sopruso ai danni del popolo da parte degli aristocratici. La sua morte fu quindi la goccia che fece traboccare il vaso. Come scrisse più tardi la Grand Duchessa Maria Pavlova: “… I partecipanti al complotto compresero in seguito che agendo con l’intento di preservare l’antico regime gli avevano invece dato il colpo di grazia.”

A soli tre mesi dalla morte di Rasputin, la famiglia reale fu imprigionata, molti membri furono arrestati e almeno venti fucilati sul posto. Meno di due anni dopo la morte del monaco pazzo, la famiglia reale veniva annientata nel più barbaro dei modi. Nelle foto scattate all’epoca la stanza in cui avvenne il massacro si presenta come un mattatoio. Nicola, Alessandra, Maria, Olga, Tatiana, Anastasia e Alessio furono crivellati dai proiettili che devastarono un’intera parete. Il sangue finì praticamente ovunque. Poi i corpi furono infilzati con le baionette, portati all’aperto, denudati, fatti a pezzi con seghe e asce, e infine bruciati. Le ossa che sopravvissero alle fiamme furono gettate in una miniera che fu poi fatta saltare in aria. In seguito a questo inumano trattamento inflitto ai cadaveri nacque il mistero di Anastasia. I resti recuperati non permettono di stabilire se effettivamente tutti i membri della famiglia fossero presenti il giorno del massacro.

Di Rasputin non è rimasto nulla se non l’indelebile ricordo. Durante le sommosse bolsceviche la sua tomba fu violata, il corpo bruciato e le ceneri disperse. C’è un museo russo che si vanta di conservare in un barattolo il suo pene, ma non ci sono prove che si tratti di un reperto genuino.
Il monaco aveva previsto la sua morte con largo anticipo. Lo scrisse chiaramente nei suoi diari, ricchi, tra l’altro, di profezie alla Nostradamus che prospettano per l’umanità un futuro di morte e disperazione. Ecco cosa scrive riguardo la propria fine e quella dei Romanov: “... Sento che devo morire prima dell’anno nuovo. Voglio fare presente però al popolo russo, al Babbo, alla Madre della Russia ed ai Ragazzi, che se io sarò ucciso da comuni assassini, e specialmente dai miei fratelli contadini russi, tu, Zar di Russia, non avere paura, resta sul tuo trono e governa e non avere paura per i tuoi Figli perché regneranno per altri cento e più anni. Ma se io verrò ucciso dai nobili, le loro mani resteranno macchiate del mio sangue e per venticinque anni non potranno togliersi dalla pelle questo sangue. Essi dovranno lasciare la Russia. I fratelli uccideranno i fratelli, ed essi si uccideranno l'un l'altro. E per venticinque anni non ci saranno nobili nel Paese. Zar della terra di Russia, se tu odi il suono delle campane che ti dice che Grigorij è stato ucciso, devi sapere questo. Se sono stati i tuoi parenti che hanno provocato la mia morte, allora nessuno della tua famiglia, cioè nessuno dei tuoi figli o dei tuoi parenti rimarrà vivo per più di due anni. Essi saranno uccisi dal popolo russo... Pregate, pregate, siate forti, pensate alla vostra benedetta famiglia.”

In un altro punto dei suoi scritti dichiara: “… Ogni qual volta abbraccio lo Zar e la Mamma (Rasputin chiamava così la Zarina) e le ragazze e lo Zarevič (il piccolo Alessio) la mia schiena è percorsa da un brivido di terrore. È come se tra le braccia stringessi dei cadaveri... E allora prego per questa gente perché sento che in questa nostra Russia è quella che ne ha più bisogno. E prego per tutta la famiglia Romanov perché su di lei sta calando l’ombra di una lunga eclissi.”
Leggendo le sue parole non possiamo fare a meno di rabbrividire quando predice il futuro inquinamento delle acque: “... I veleni abbracceranno la Terra come un focoso amante. E nel mortale abbraccio, i cieli avranno l’alito della morte e le fonti non daranno più che acque amare e molte di queste acque saranno più tossiche del sangue marcio del serpente. Gli uomini moriranno di acqua e di aria, ma si dirà che sono morti di cuore e di reni...”
Parla anche dell’inquinamento atmosferico: “... L’aria che oggi scende nei nostri polmoni per portare la vita, porterà un giorno la Morte. E verrà giorno in cui non ci sarà monte e non ci sarà colle; non ci sarà mare e non ci sarà lago che non siano avvolti dall’alito fetido della Morte. E tutti gli uomini respireranno la Morte, e tutti gli uomini moriranno per i veleni sospesi nell’aria.”
Delle piogge acide: “... Si ammaleranno le piante e moriranno una ad una. Le foreste diventeranno un enorme cimitero e tra gli alberi secchi vagheranno senza meta uomini storditi e avvelenati dalle piogge velenose.” Di profezie agghiaccianti come questa: “... Quando Sodoma e Gomorra saranno riportate sulla terra e gli uomini vestiranno da donna e le donne vestiranno da uomini vedrete passare la Morte cavalcando la peste bianca. E le antiche pestilenze saranno come un goccia d’acqua nel mare, rispetto alla peste bianca. Montagne di cadaveri verranno ammassate nelle piazze e milioni di uomini porteranno la morte senza volto... Città con milioni di abitanti non troveranno le braccia sufficienti per seppellire i morti e molti paesi di campagna saranno cancellati con un’unica croce... Nessuna medicina riuscirà a frenare la peste bianca perché questa è l’anticamera della purificazione. E quando nove uomini su dieci avranno il sangue marcio verrà gettata sulla terra la falce perché sarà giunto il tempo di ritornare a casa.”
Non molto incoraggiante, eh?

Siamo giunti alla fine e ancora le nebbie non si sono diradate. La nera figura del monaco aleggia come uno spettro sugli eventi, ricca di contraddizioni. Eccessivamente mitizzato o ingiustamente demonizzato? Consumato attore lussurioso pieno di ambizioni o convinto sostenitore del binomio peccato-redenzione? Abile manipolatore o vittima egli stesso del proprio carisma? Travolto dagli eventi storici o potente mago capace di scatenare volutamente l’inferno in terra e di lanciare maledizioni che sarebbero perdurate anche dopo la sua morte? Qualsiasi etichetta si voglia applicare è destinata a scolorire in breve tempo. Parole di storia e di leggenda scorrono sotto gli occhi del lettore, indubbiamente unite da un filo di anomala attrazione per un uomo che seppe muoversi disinvolto tra i suoi simili, sbandierando il vessillo di una religione tutta particolare, con l’aureola sulla testa e luciferino rumor di zoccoli.


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Rasputin, il monaco pazzo alla corte dei Romanov
Articolo scritto da: Laura Cherri
Pubblicato il 28/11/2009

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