Scrivere Storie che funzionano: lo schema a "tre-atti" (Parte I)

Consigli di scrittura creativa: la prima parte della lezione sullo Schema a Tre Atti.

Scrivere storie è un arte che qualcuno ha paragonato all’opera divina. Essere cioè in grado di creare un mondo nel quale situazioni e personaggi possono essere manovrati senza limiti di sorta, secondo solo la nostra volontà e i nostri desideri. Un mestiere affascinante, quindi, e proprio per questo estremamente difficile. E il rischio è quello di perdersi e di non trovare più la strada che conduce alla fine della storia. Che è quello poi che vogliamo raccontare.

Lo schema a tre atti nasce con la drammaturgia greca e si sviluppa soprattutto all’interno di opere letterarie che prevedono una rappresentazione drammatica della storia di cui si intende parlare (in particolare cinema e teatro). Tuttavia anche nella narrativa, specie nella letteratura moderna e in quella più propriamente d’azione, ha trovato ampia applicazione, fornendo uno strumento utile come linea guida per lo scrittore.

Se l’inserimento di una storia all’interno di una struttura fissa potrebbe risultare limitativa e riduttiva, è tuttavia importante conoscere almeno gli aspetti principali dello schema per due ragioni: la prima è che questo strumento collaudato può essere utile – specie per chi si avvicina alla scrittura creativa – come modello per evitare di perdersi lungo la via. In secondo luogo conoscerne la struttura e le regole può essere la base proprio per superare le regole stesse e andare oltre.

La creazione della storia, in effetti, nasce da un’idea centrale che può essere sviluppata in base a diverse modalità e che variano in base alla sensibilità di ogni singolo autore. Accanto a scrittori e sceneggiatori che lavorano d’impulso, ne esistono altri che schematizzano nel dettaglio le varie componenti e parti della storia prima di svilupparla.
Mentre il secondo metodo è estremamente utile specie per chi non ha molta confidenza con la scrittura creativa aiutando a non perdersi nella storia e a non ritrovarsi con situazioni stanche e che portano in stallo la storia stessa, il primo pur richiedendo una grande abilità e capacità di gestione dei personaggi e delle situazioni, è in grado di produrre le opere più originali e coinvolgenti.

Di seguito spiegherò le linee principali che permettono di costruire una struttura non rigida che possa essere utilizzata come impalcatura per qualunque storia. Esistono comunque diversi manuali e libri che spiegano a fondo il “three-act plot” o “three-act paradigm” specie nella bibliografia angloamericana (essendo il metodo normalmente insegnato nelle scuole di sceneggiatura statunitensi) ai quali rimando per una lettura più approfondita del problema.


(Gli esempi utilizzati per comprendere meglio i vari passaggi della struttura saranno tratti soprattutto da storie scritte per il cinema, in quanto più esplicativi e in linea di massima più noti)



Come nasce e si sviluppa una storia

Prima di cominciare è utile domandare a se stessi due cose:
1. “Perché sto scrivendo questa storia?”
2. “Perché a qualcuno dovrebbe leggere questa storia?”
Ricorda: tu non stai scrivendo a te stesso. Avrai un pubblico con le sue aspettative e le sue esigenze. L’idea in qualche modo è di scrivere qualche cosa che vorresti leggere anche tu.


Primo, lo “story concept”

Lo “story concept” è l’idea complessiva che sintetizza in poche parole la storia stessa. È lo scopo della storia, quello cioè che rende tale storia diversa da tutte le altre. Il tema della storia se vogliamo, che in genere viene sintetizzato in una sola linea di testo. Alcuni esempi molto semplici e banali per chiarire meglio il concetto:
Amleto – “Il futuro re di Danimarca cercando l’uomo che uccise suo padre, trovò se stesso.”
Jurassic Park – “Cosa succederebbe se i dinosauri tornassero nel XX secolo?”
Peter Pan – “Il ragazzo che volò via in un’isola fantastica, perché non voleva diventare uomo.”
Se ti stai accingendo a scrivere per il cinema questa parte è estremamente importante perché potrebbe essere anche l’unica cosa che il produttore leggerà prima di cestinarla.
Per questa ragione è importante trovare una frase che suoni molto bene: il lettore deve essere colpito da essa e stimolato ad andare avanti.
Quando si tratta di un romanzo o un racconto ad essere scritto, tuttavia, non è fondamentale tradurre in parole lo story concept, se non al momento in cui esso viene presentato a un editore.
In verità spesso l’idea attorno a cui si sviluppa un romanzo è un colpo di fulmine: citando Stephen King, l’idea per il suo “La Tempesta del Secolo” nacque dall’idea di un uomo con un berretto di lana seduto con le gambe al petto all’interno di una cella. O nel sul romanzo “Misery” lo scrittore Paul Sheldon trova l’idea per il suo ultimo romanzo nel vedere un ragazzino che esce da una via con un cane al guinzaglio.


Secondo. Categoria.

Che genere di opera stai andando a scrivere? umoristica, una tragedia, un mystery, una storia di fantasia? In linea di massima si ha già un’idea di massima quando si inizia a lavorare a un progetto e già all’interno dello story concept è implicita la direzione che la storia dovrà prendere. In ogni caso un romanzo può cambiare molte volte prima di arrivare alla fine, e una storia che nasce drammatica, per esempio, potrebbe avere dei risvolti comici al suo interno.
Per questa ragione una buona regola sarebbe chiedersi: cosa sta per accadere? Ci sarà un lieto fine? O tutti sono destinati a morire?
Sapere in anticipo il genere è chiaramente d’aiuto ma, ovviamente non esistono storie che sono o bianche o nere. Sono le sfumature che rendono interessante la storia stessa (pensare alla scena degli elmetti in “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg, in cui viene inserito un momento decisamente comico all’interno di una sequenza fortemente drammatica).


Terzo. Personaggi e ambientazione.

Come ho accennato prima sono persuaso che gli autori di maggior talento non seguono mai un vero e proprio schema quando lavorano. L’idea è quella che se sei in grado di creare dei buoni personaggi di cui devi però conoscere tutto (così come conosci te stesso o il tuo migliore amico), comprese le piccole sfumature del carattere o i suoi piccoli difetti, la storia verrebbe da sé senza che insorgano problemi.
Ci sono autori che cominciano con un’idea generale, quindi inseriscono i loro personaggi in un ambiente fisso e poi semplicemente si limitano ad osservare quello che loro fanno. Tali autori non usano mai un schema. Chiaramente se questo potrebbe essere il modo migliore per creare un romanzo buono e originale, il rischio che si corre è quello di scrivere centinaia di pagine nelle quali di fatto non accade niente. Come in una lista di eventi che non conducono da nessuna parte.
Per questa ragione, intraprendere questa strada è pericoloso e bisogna essere molto abili per fare questo.
Ad ogni buon conto i personaggi sono forse la parte più importante della storia. Loro hanno una propria personalità, i loro sentimenti, il loro modo essere e di porsi nei confronti del mondo. Come autore devi pensare a loro come a persone reali. E come ho detto, è importante che tu conosca pressoché tutto di loro.
Esistono autori, soprattutto nel cinema che non scrivono una singola parola prima di sapere precisamente quello che i loro personaggi fanno, quello che loro pensano, e ogni dettaglio della loro personalità o del loro passato. Anche quello che il lettore o lo spettatore non saprà mai perché non gli verrà mai detto: quale era la loro media quando andavano a scuola, per quale partito hanno votato durante le ultime elezioni, il loro piatto favorito, quando è stata la prima volta hanno baciato una ragazza, o quante volte si lavano le loro mani durante il giorno.
Si può scrivere un profilo del personaggio, la sua ragione d’essere e gli obiettivi che il personaggio si pone nella vita. I suoi sentimenti, le sue ambizioni, quello che lui teme e quello che gli porta gioia. Chiaramente tutte queste informazioni devono rimanere solo nella tua testa, ed evitare per una questione di stile di dichiararle apertamente (devono intuirsi al massimo, ma non essere spiegate. Così come nessuna voce fuori campo ci spiega se le perone che conosciamo nella nostra vita reale sono fatte in un modo piuttosto che in un altro). Ma possedere questa conoscenze è estremamente utile nello svolgersi della storia, in quanto aiutano a prendere decisioni su ciò che il personaggio farebbe se posto davanti a un dato ostacolo o a una particolare situazione. Come un buon regista devi sapere precisamente quello che il tuo personaggio sta per fare, o che scelta lui prenderebbe se si trovasse nella necessità di doverne prendere una.
Allo stesso tempo dovresti considerare l’ambientazione, il set, come se fosse anch’esso un personaggio. Devi essere in grado di “dipingere” atmosfere, inserire i tuoi personaggi in un ambiente reale e dettagliato nel quale loro agiranno. Proprio come farebbe un attore sul palcoscenico.
Nella maggior parte delle storie scritte con la tecnica dei tre-atti, si può identificare a questo proposito un mondo definito “ordinario”, – il luogo dove normalmente il personaggio vive, lavora e ha la sua vita normale –, e un mondo “straordinario” – il luogo dove egli agirà, che generalmente è lontano miglia dalla sua vita normale. Un mondo che non è necessariamente un luogo fisico. Nel “Signore degli Anelli”, per esempio Bilbo Baggins deve abbandonare il suo villaggio per cominciare un lungo viaggio: Hobbiville (che pure sarebbe un mondo fantastico di per sé) e la vita normale che conduceva là sono il suo mondo ordinario. Viceversa il viaggio stesso e la sua missione alla ricerca del drago e del tesoro costituiscono il mondo straordinario.
Allo stesso tempo in “Indiana Jones” il mondo ordinario potrebbero essere l’università e la stanza dove lui istruisce ai suoi studenti, mentre tutta la sua avventura è il mondo straordinario. Situazione particolare, in verità che potrebbe essere letta anche al contrario: l’università potrebbe essere il suo mondo straordinario, la situazione in cui meno riusciamo a figurarcelo, mentre è l’avventura la vita normale di questo personaggio, all’interno della quale esso ci appare più naturale (non a caso il contrasto tra queste due situazioni viene fortemente marcato sia nel primo che nel terzo episodio della saga, con uno stacco improvviso tra un momento di azione frenetica in cui Jones è apertamente a suo agio, contro uno di staticità, all’università, dove il professore appare in franco imbarazzo).
In ogni caso, prima di iniziare a scrivere dovresti sapere almeno chi sono il tuo o i tuoi personaggi principali, dove si trovano all’inizio della storia e cosa sono essi in procinto di fare successivamente. Buona norma è porre un obiettivo da raggiungere che spesso si rivela la vera sfida del personaggio con il mondo che si oppone ad esso. In buona parte questo vuol dire che il protagonista, là dove esiste, risolverà positivamente o negativamente la situazione di “conflitto” che generalmente è il pretesto stesso della storia, stravolgendo sostanzialmente la condizione di partenza e crescendo egli stesso come persona. A questo proposito la trattazione diventa complessa, e per tale ragione rimando a testi specializzati coloro che volessero approfondire l’argomento.
Molte storie inoltre identificano alcuni personaggi cardine: un Eroe, cioè il protagonista della storia e quello con il quale ci si identifica, gli aiutanti dell’eroe, un Antagonista, gli aiutanti dell'antagonista, e degli altri personaggi che hanno un peso specifico nell’economia della storia e che sono stati nominati via via come il “riflesso”, l’“innamorato”, e così via…
Non tutti questo personaggi sono necessari comunque e spesso – specie in un testo di narrativa – non è importante né utile la creazione di figure fortemente stereotipate quali quelle elencate. Così come la stessa figura del protagonista può, se si è in grado di gestire la storia, essere messa in discussione .
Quello che è importante è che ogni personaggio abbia una sua funzione e un suo peso nella storia nella necessità di creare un equilibrio (o uno squilibrio, se questo è quanto si vuole realizzare).
Soprattutto non si possono usare i personaggi indiscriminatamente e quando ci si ricorda di loro. Ognuno, infatti, fa le cose che lui può fare o che farebbe in quella determinata situazione, seguendo il suo comportamento e il suo istinto naturale. E ognuno vede il mondo dal suo punto di vista, naturalmente, e anche di questo bisogna tenere conto.
È anche importante, a questo riguardo, come si decide di narrare la storia: prima, secondo, terza persona e la forma verbale che si decide di usare: presente, passato, futuro. (le sceneggiature sono sempre scritte al presente e in terza persona).
Fondamentale è inoltre la decisione di cosa mostrare al pubblico o al lettore e cosa no, e soprattutto da che punto di vista viene rivisitata la storia: quello dell’eroe, del suo aiutante, dal punto di vista del narratore che a sua volta può essere onnisciente oppure no. Anche perché non tutto quello che accade può essere realmente utile all’economia della storia, mente altre situazioni hanno bisogno di essere enfatizzate in maniera calcata.
E chiaramente di tutto ciò bisogna tenere conto nel momento in cui si passa dall’ideazione della storia e dalla delineazione della sua struttura, alla stesura finale della stessa.

Scrivere Storie che funzionano: lo schema a 'tre-atti'
Copyright © 2004 by Fabio Capello

Articolo scritto da:
Fabio Capello

Scrivere Storie che funzionano: lo schema a "tre-atti" (Parte I)
Articolo pubblicato il 01/10/2004

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