Recensione
Funny Games - Possiamo iniziare?

Funny Games - Possiamo iniziare?: visiona la scheda del film Volete i voti? I voti piacerebbero un sacco al tipo di persone interpretate in Funny Games da Naomi Watts e Tim Roth. I voti mettono le cose a posto, come la classificazione per genere. I voti vi fanno sentire più sicuri. I voti sono razionali e determinano. Volete i voti? Ok, facile. 10/10

Ah, no, aspettate, vero, magari siete tipi più visivi, magari siete cresciuti a colpi di stellette. Ok eccovi le stellette, pronti, ai vostri ordini. *****/***** (cinque su cinque!)

O magari vi piace quella porcata di classificazione che usava quella porcata di rivista, Film TV, i pollici, come al Colosseo, how proper. Eccovi il pollice in su, anche se preferirei mostrare l’indice.

Ricordo ancora adesso il piacere provato la prima volta che vidi l’originale Funny Games, prima del nuovo millennio. E ricordo già allora le inconsistenti critiche rivolte al film e al suo regista. Inutile esercizio di sadismo, operazione priva di senso, messa in scena glaciale e lenta e tutto il resto del bla bla bla.
È stupendo, se ci si riflette un attimo, come la critica abbia sparato le sue bordate più violente proprio sull’aspetto reso più scoperto dal regista, ovvero la mancanza di senso del gesto. Deve essere dura, almeno pare a me, cercare sempre conforto nella razionalità invece di limitarsi a impiegarla quando opportuno, un utensile come tanti altri.
Lo scudo della ragione è una coperta così corta che provo viva simpatia e solidarietà per chi si ostina a usarlo anche al cesso.

Michael Haneke, uno dei pochissimi Maestri viventi, ci ricasca, filma inquadratura per inquadratura il suo stesso lungometraggio circa dieci anni dopo. E la critica replica anche lei, scrivendo le stesse cazzate parola per parola dieci anni dopo. Per fortuna, chiaramente, ci sono le dovute eccezioni da ambo le parti dell’oceano. Sia chiaro, non sono “cazzate” in quanto esprimono un giudizio totalmente contrapposto al mio bensì perché campate in aria, prive di collegamenti all’opera, mirate alla morale del film e della persona, basate su ragionamenti fallaci in un campo dove invece la razionalità servirebbe eccome.

Con questo nuovo Funny Games ci troviamo di fronte a un’opera e un’operazione così importante su così tanti livelli che diventa difficile anche solo iniziare a elencare i motivi che dovrebbero rendervi obbligatoria la visione di questo film, in uscita da noi a partire dall’11 luglio.
Funny Games completa, tanto per iniziare, il percorso in qualche modo iniziato da Gus Van Sant e in seguito sfruttato anche da Takashi Shimizu e manda a casa con un amichevole e mortale buffetto tonnellate di remake di oggi e di ieri.

La sceneggiatura come uno spartito di musica classica, come un libretto d’opera, un testo di teatro pronto a offrire l’ossatura per l’interpretazione di qualsiasi maestro d’orchestra. L’esito dipende quindi tanto dalla bontà dello spartito quanto dalla bravura e dalla sensibilità del maestro, dall’essere più o meno in forma del primo violino e così via.
Lezione che raramente, raramente è stata capita dagli yes man che hanno messo mano a film del passato per pasticciarli orribilmente e proporli al medio teenager bue a stelle e strisce o tricolore che dir si voglia. Rifare Giulietta e Romeo non significa trasformarlo in un 3 metri sopra Verona a uso e consumo di chi non ha voglia di sforzarsi nemmeno un po’.

Cosa succede quindi se lo stesso maestro che ha scritto e diretto un’opera torna sui suoi passi dieci anni dopo, con la dovuta maturazione della sensibilità, la migliorata perizia tecnica, violinisti più accordati e qualche soldo in più?
Esatto.
Una volta tanto si può affermare quasi oggettivamente che girerà un film migliore rispetto all’originale, cosa che non era già facile di partenza vista la qualità del film omonimo del 1997.

Funny Games è uno schiaffo in faccia alla borghesia come non si vedeva dai tempi di Luis Buñuel, è critica alla società dello spettacolo senza mai sdebordare, è l’urlo rumoristico che annulla l’uva passa di Vivaldi, Mascagni e compagnia danzante, è lo sbeffeggio al laser contrapposto all’impreciso rutto del punk, è il gesto violento infilato dentro il grazioso guanto bianco, è la bestemmia atea sussurrata con un sorriso e quindi ventimila volte più efficace dello sguaiato mugolio dell’insipido Odifreddi di turno.

E, come già detto quando si parlava di The Strangers, il cinema statunitense innesca in questi mesi la dinamite dell’home invasion attraverso la miccia più potente, quella della continua ricerca di un perché da parte delle vittime di turno.
E se i tre cattivoni del film di Bryan Bertino dicevano semplicemente “perché eravate in casa”, quelli di Haneke rispondono con la sola vera risposta che si può dare quando qualcuno chiede spiegazioni per il male gratuito, ovvero “perché no?”.

Siamo di fronte a uno dei pochi registi che ha capito davvero la profondità di pensiero di un De Sade (e infatti non si parla di sesso in Funny Games, per fortuna), ha saputo rinfrescarla con Nietzsche, passarla attraverso Camus (e quindi anche, ovviamente, Johnny Cash) e infine attualizzarla con Bret Easton Ellis.
Con buona pace sia dei “benpensanti” che parleranno di torture porn sia degli indie fighetti che magari tenteranno la carta della noia, del non sorprendersi, del cinismo, del già visto, dello sbadiglio artefatto.
Contromosse prevedibili e già viste. Qualcuno potrebbe addirittura attaccare la solfa di qualche tipo di morale o addirittura rispolverare banalità arendtiane ma diventa ormai difficile persino distinguere il linguaggio di certe persone: somiglia sempre più al borbottio dei dinosauri mentre i mammiferi gli fottevano le uova da sotto il culo.
Non è con le lenti d’ingrandimento di ieri che potrete capire e studiare gli atomi di oggi e i neutrini di domani.

Siamo a un livello di cinema talmente alto che sarebbe impossibile e implausibile un forte consenso di pubblico e critica.
Haneke mette spalle al muro lo spettatore con il trucco spietato dello sguardo in camera. Già da sempre complici e colpevoli, quando Michael Pitt si volta a parlarci non possiamo più far gli gnorri e dobbiamo decidere se continuare a guardare o meno.
Ammiro molto di più chi eventualmente in quel momento si è alzato ed è andato via dal cinema piuttosto che l’ipocrita di turno che è rimasto fino alla fine a masturbarsi per poi frignare sui cattivi film che spingono alla masturbazione.

E di più e ancora più a fondo. L’arte libera a molti livelli e ringrazio Haneke per avermi dato l’opportunità di fare tutte le cose che avrei sempre voluto fare a livello di fantasia e di ideologia e non mi sognerei mai di fare in realtà.
Grazie Haneke per avermi permesso di entrare nelle case che ho sempre odiato, grazie per avermi permesso di spaccare le ginocchia a uno stile di vita che mi ha sempre messo i brividi, grazie per avermi dato l’opportunità di sfracellare crani odiosi e umiliare persone che considero nemiche.
Grazie per avermi permesso di vomitare il tacchino, di sputare sul miglior amico dell’uomo e di essere crudele e tiranno con la sacra prole, ormai ricercata affannosamente da tutti come unico senso fondante della vita.
Grazie Haneke.

È solo un film.
This is only a movie. Repeat it to yourself e non permettete a quel che regola la realtà di regolare anche le vostre fantasie, altrimenti saranno sempre più cazzi. E psicosomatizzazioni a palla e a nastro.

Haneke riesce a fare tutto questo con pochissimo sangue, spesso tenendo la violenza fisica fuori dall’inquadratura. Mantiene le (perfette, incorniciate in porte, ingressi, corridoi) inquadrature fisse per tempi così lunghi che ai drogati del montaggio verranno pericolose crisi d’astinenza. E non offre scampo.
È materiale che non è adatto a tutti e penso che sia la prima volta che mi sento di sconsigliare un’opera a chi non è capace di gestire le emozioni e tenere fuori l’utile e utilitarista morale quotidiana. Siete avvisati.

Non potendo spoilerare non parlerò poi di un certo colpo di scena che arriva quasi alla fine del film ma vi assicuro che vi colpirà comunque, nel bene o nel male.

Parlavamo qualche pagina fa dei violinisti e compagnia varia. E l’aggiornamento 2.0 porta migliorie determinanti che sono da cercarsi proprio in questi elementi.
Naomi Watts è attrice stupenda e bravissima, in grado di essere sexy a livelli intollerabili anche quando tende muscoli e nervi del collo a gridare tutto il suo dolore e capace di reggere la scena a ogni inquadratura passando con ottimo, stupefacente mestiere dalla sorpresa iniziale alla rabbia, al dolore e quant’altro seguirà.
Tim Roth ci mette ogni grammo di professionalità e in definitiva riesce bene nel vestire i panni del marito debole e meschino, ma non è il suo ruolo e lo si avverte in alcune pieghe beffarde di troppo.
Ma chi brilla oltre il possibile è Michael Pitt nella parte della sua vita. Beffardo, sarcastico, crudele, sgradevole, in tutto e per tutto aiutato da un perfetto Brady Corbet.
Aggiungete all’insieme la fortuna di avere un certo Darius Khondji a giocare con luci, colori e tenebre e avrete il quadro completo delle potenzialità di questo remake.
Segnatevi sulle vostre smemorande, palmari e google planner la data dell’11 luglio e cercate di assaltare le sale cinematografiche, c’è Bianconiglio Pitt che vi farà da tutor per Nichilismo 101, non potete mancare.
Dinocritico: Mister Haneke, perché ha diretto un remake di un suo stesso film, uguale inquadratura per inquadratura?
Haneke (estraendo una mazza da golf): E perché no?

Titolo: Funny Games - Possiamo iniziare?
Titolo originale: Funny Games U.S.
Nazione: Gran Bretagna, Italia, Austria, Germania, USA, Francia
Anno: 2007
Regia: Michael Haneke
Interpreti: Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, Brady Corbet, Devon Gearhart

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Recensione del film Funny Games - Possiamo iniziare?
Recensione scritta da: Elvezio Sciallis
Pubblicata il 30/06/2008

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