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Vipera della Morte (Acanthophis antarcticus)

La vipera della morte (Death adder), il serpente spinoso antartico australiano

Vipera della Morte (Acanthophis antarcticus) Nome comune: Death adder (ENG)

Nome scientifico: Acanthophis antarcticus (ovvero "serpente spinoso antartico"; la spina in questione fa riferimento alla particolare terminazione della coda)

Classificazione: Vertebrato rettile, famiglia elapidi

Vipera della Morte: Distribuzione e habitat

Abita nel Sud dell'Australia e sulla costa dell'Est, inclusa buona parte del Queensland fino al Barkly Tableland nei Territori del Nord. Evita le zone più fredde (come tutta la Victoria, la Tasmania e le zone di quota del Sudest), preferendo foreste di eucalipti, sia umide che secche, così come brughiere costiere. Oppure praterie, distese di ciperacee (piante della stessa famiglia del papiro), boscaglie di cespugli, ma anche scarpate e scogliere. Lo troviamo anche nella parte sud della semiarida Nullabor Plain.
Quindi, in generale, ambienti non troppo chiusi e dal terreno brullo e ricco di nascondigli.
In Nuova Guinea lo possiamo trovare nella giungla monsonica, nella foresta pluviale, nelle praterie e nelle valli di quota. Soprattutto lo si può incontrare nelle piantagioni di caffè. Rare apparizioni anche in Indonesia.

È particolarmente sensibile all'antropizzazione degli ecosistemi, per cui sparisce del tutto, e rapidamente, dalle zone urbanizzate (infatti la popolazione è in calo); lo si può incontrare solo negli ambienti vergini, o al limite attraversati da strade di campagna scarsamente trafficate.

Un esemplare di vipera della morte (Death adder)
foto: la vipera della morte prospera nei terreni brulli e ricchi di nascondigli nel sud-est dell'Australia.

Vipera della Morte: Aspetto

La vipera della morte è un bizzarro, bizzarro serpente.
Innanzitutto, non è affatto una vipera.
Si tratta infatti di un elapide, e rappresenta un interessante caso di evoluzione convergente, che porta diversi rami evolutivi a ricongiungersi in fenotipi molto simili, producendo quindi animali che si assomigliano molto e hanno caratteristiche comuni, ma in realtà non sono cugini. E in effetti l'aspetto del volto di Acantophis ricorda proprio quello delle vipere: una testa grossa, appiattita, massiccia e triangolare, ben distinta dal collo più stretto, e con tanto di scaglia suboculare e – in particolare nella versione della Nuova Guinea – anche una scaglia sopraoculare sollevata e sporgente come un piccolo corno. Fronte e arco sopracciliare pronunciato, occhi di medie dimensioni con pupilla verticale ellittica.
Anche le loro zanne sono più sviluppate e più mobili rispetto a quelle degli altri elapidi, rendendo il loro morso il più efficiente all'interno della famiglia.

Quello che lo distingue dalle vipere – e da qualunque altro serpente s'immagini – è il corpo corto – attorno ai 60 cm – e tozzo. Molto corto, e molto tozzo. Estremamente tozzo.
Diciamoci la difficile verità: Acantophis sembra un cotechino.
Non è finita, perché invece di terminare come quella degli altri serpenti, la sua coda si trasforma in una sorta di codina di topo, che termina in una piccola spina soffice, tagliente e ricurva.
Le scaglie sul corpo sono lucide e liscie, con una piccola carenatura al centro. Le scaglie sono 19-23 dorsali, 110-170 ventrali, singola anale, e 35-65 sottocaudali. Le sottocaudali, dapprima disposte su di una sola serie, diventano poi coppie.
Il colore è variabile, spesso adattato al substrato dell'ambiente: può andare dal rossastro, al marrone o marrone verdastro, al grigio, all'ocra e al ruggine. Quasi sempre sono presenti bande trasversali chiare e scure sul dorso. I giovani hanno colori più vividi. Il codino è sempre di colore distinto dal corpo, crema oppure nero.

Il corpo corto e tozzo di un Acanthophis antarcticus
foto: il corpo corpo e tozzo di un esemplare di vipera della morte (Acanthophis antarcticus).

Vipera della Morte: Dieta

Lo stile di caccia di Acanthophis antarcticus è peculiare: non va infatti alla ricerca delle sue prede, ma aspetta che queste vengano da lui.
La spina sulla coda entra qui in azione: Acanthophis si mimetizza perfettamente con il terreno circostante, seppellendosi in parte tra le foglie, la terra o le sterpaglie, e resta immobile agitando solo il codino. Il movimento produce un lieve rumore che attira l'attenzione.
Il piccolo predatore di turno non nota la bestia mimetizzata e immota e si concentra sul codino vivace e di diverso colore: sarà la coda di un gustoso topolino? O forse un verme grasso e appetitoso?
In sostanza, Acanthophis pesca.
Ha infatti una tipica posizione arrotolata, a U (la stazza e la brevità del suo corpo gli consentono un singolo giro su se stesso, spesso incompleto): tiene dunque il codino vicino alla testa. In questo modo, quando la preda è vicina, convinta di aver trovato cibo facile, può scattare. È più che veloce in questo attacco, e preciso al millimetro. Il suo attacco è con ogni probabilità il più rapido al mondo tra tutti i serpenti: è in grado di compiere il movimento dalla posizione base, mordere e avvelenare la preda, e tornare in posizione di attacco nel giro di 13 centesimi di secondo.
Il morso, tuttavia – specie nel caso sia offensivo e con lo scopo di procacciarsi cibo – non è in genere seguito da un ritorno alla posizione di base: è trattenuto e prolungato. Acanthophis stringe, ignorando la reazione della preda, finché questa non è morta.
Quindi la ingoia.
In un singolo caso, in cattività, è stato registrato un episodio di cannibalismo.

La vipera della morte non scappa quando incontra un uomo Un abbondante pasto per la vipera della morte
foto: l'acanthophis antarcticus si ciba di piccoli mammiferi e rettili, ma non scappa di fronte all'uomo.

Vipera della Morte: Come ti ammazza

Gli incontri con lui sono rari, anche a cercarlo apposta.
E per farti mordere devi, letteralmente, calpestarlo.
Tuttavia, calpestarlo non è affatto escluso.

Si sposta, e poco, di notte. È molto riservato e, come si diceva, non ama i luoghi con presenza umana.
Se ti capita di passeggiare di notte per un bosco australiano, potresti disturbarlo.
In questo caso, al contrario di quasi tutti i serpenti, non scapperà. Tiene invece il suo terreno e si appiattisce – mostrando i bordi delle scaglie, che sono di colore più chiaro – in posizione a U, contando sul suo eccellente mimetismo. Scorgerlo nel sottobosco è davvero difficile.
Se ti avvicini troppo la sua testa scatta di colpo. Prima che tu possa realizzare di aver intravisto qualcosa muoversi, arriva il dolore.
Le zanne sono le più lunghe tra tutti i serpenti australiani – più di 6 millimetri – e si aprono senza difficoltà la strada attraverso vestiti e anche scarpe. La bocca ha una forza spaventosa e si serra senza lasciare la presa.

Il morso fa male, ma quando finalmente sei libero – e lui scappa nel sottobosco soddisfatto – ti rendi conto che il dolore, per quanto intenso, non è insopportabile.
C'è una ferita abbastanza profonda, e presto comincia a gonfiarsi, ma l'impressione è che – forse – ti è andata tutto sommato bene. Passano i minuti e non registri altri sintomi.

Sono trascorse sei ore: cominci a sentire un nuovo dolore, diverso, che striscia su per il tuo braccio. Lo osservi e noti che le vene sono ben visibili e rosse. E disegnano con chiarezza il percorso su fino alla spalla, e verso il petto.

Ormai è quasi un giorno che ti ha morso. Circa venti ore: non puoi muoverti; se cerchi di parlare, senti la tua voce articolare mugugni e un balbettio incomprensibile. Le parole non prendono forma. Eppure sei del tutto conscio di ciò che ti sta attorno, di quello che ti sta accadendo.
Le palpebre sono diventate pesanti, e si chiudono. Pesano troppo per risollevarle.
Non hai più forze, il corpo non risponde e giace molle e inutile. Le pulsazioni sono scese, e i respiri si fanno più radi e brevi. Dieci volte meno frequenti del normale.
Vorresti più aria, ma non riesci. È troppo faticoso.
E adesso, potresti smettere di respirare del tutto.

Se invece riesci a passare la notte, il recupero è graduale e continuo. Dopo un paio di giorni, sei fuori pericolo e sei tornato quasi al 100%. Solo la ferita ti farà ancora male qualche giorno, e causa ancora un fastidioso prurito che si protrarrà per due o tre settimane.

Il tozzo muso di una vipera della morte
foto: incontrare una Death adder è raro, spera di non vederne mai una da così vicino.

Vipera della Morte: Consigli di sopravvivenza

Prima di tutto, prevenire di essere morsi è una buona strada per restare in piedi. Teniamo presente quindi in primo luogo che gli Acanthophis si muovono soprattutto con l'arrivo dei fronti freddi, perché cercano un riparo caldo. In questi momenti è facile imbattersi in loro.
Non si muovono invece con la luna piena o quasi, perché questa li renderebbe facilmente visibili ai loro predatori.

Si muovono molto lentamente, e – come si diceva – in caso di incontro restano immobili e aspettano. Quindi se li vediamo a una certa distanza restiamo calmi: non verranno a ucciderci. Quindi, se li abbiamo individuati a distanza di qualche metro, non c'è alcun pericolo: basta voltare i tacchi e lasciarli tranquilli.
Il caso opposto – ovvero accorgersi della loro presenza quando siamo troppo vicini – non si pone: se siamo davvero troppo vicini, ci hanno già morsi.
Questo significa che se uno vede e riconosce un death adder e viene morso, in sostanza se l'è cercata.

Ci ha morsi.
Bene (be', relativamente): stiamo calmi. Davvero, ci sono ottime possibilità di uscirne come nuovi (anche se l'esperienza non sarà delle migliori).
L'antidoto esiste, ha un'efficacia quasi del 100%, l'avvelenamento è "semplice" (ha in sostanza un singolo effetto), e gli ospedali australiani conoscono bene il Nostro. Basta raggiungere presto un punto di soccorso, quindi. In Nuova Guinea invece la situazione è più grama, perché raggiungere un ospedale potrebbe non essere una passeggiata.
In caso non sia possibile, per qualunque ragione, raggiungere un ospedale, prendiamo una monetina e scegliamo testa o croce: la probabilità di sopravvivenza è del 50%. Un po' meno, a dire la verità.

Va anche detto, tanto per consolarci, che non è detto che Acanthophis ci abbia avvelenati sul serio. Anche in questo caso, c'è circa un 50% (abbondante) che lo abbia fatto; ma è in grado – come tutti i serpenti – di decidere quanto veleno iniettare. Possiamo anche quindi sperare senza troppo illuderci che il nostro Acanthophis fosse un tipo gentile.

Ma ciò su cui dobbiamo concentrarci è un'altra cosa: l'effetto del veleno è lento.
Abbiamo almeno 6 ore di relativa libertà di movimento, che ci permettono – anche fossimo soli – di raggiungere agevolmente un punto di soccorso (se siamo in Australia).

In ogni caso: prima di tutto assicuriamoci che il serpente se ne sia andato. Poi, cerchiamo di convincere il ferito a sdraiarsi e restare immobile. Ovviamente, se siamo noi il ferito e siamo soli, non è il caso. Evitiamo a tutti i costi che la vittima si lasci prendere dal panico: questo velocizzerebbe l'effetto del veleno.
Assicuriamoci che il serpente se ne sia andato davvero, in modo che non possa attaccare di nuovo. Cercare di abbatterlo può essere un'idea – per successiva identificazione –, ma solo se sappiamo come affrontarlo, perché questo è uno che non scherza. È massiccio e potente, e ucciderlo senza un'arma è in pratica impossibile. E il rischio di finire con due avvelenati è molto alto.
Se abbattuto, facciamo attenzione a maneggiarlo, perché può avvelenare anche da morto, basta sfiorare i denti. Portiamo l'animale con noi perché venga identificato e si possa subito, una volta raggiunto l'ospedale, somministrare il giusto antiveleno – ogni serpente ha il suo.
Se scappa, lasciamolo scappare: inseguirlo sarebbe inutile.

La ferita non va manipolata. Si può al limite pulire con un tessuto inumidito eventuali residui di veleno sulla pelle. È importante però non massaggiare o premere sulla ferita. Non bisogna lavarla né pulirla: questo potrebbe rendere più difficile identificare il veleno una volta raggiunto l'ospedale. Quindi questo va fatto solo nel caso siamo sicuri di non poterne raggiungere uno.

Rimuoviamo anelli e bracciali. Se la ferita è su un arto, è opportuno praticare una fasciatura larga sul punto della ferita, utilizzando anche un brandello di vestito o simili, evitando di stringere troppo in modo da non impedire la circolazione. Estendiamo la fasciatura in modo che copra quanta più superficie dell'arto, comprese le dita. Il tutto evitando di muovere troppo l'arto stesso – eventualmente va bene fasciare anche sopra i vestiti.
A questo punto, utilizzando qualunque oggetto dritto e rigido, immobilizziamo l'arto.

Se ci sono problemi respiratori – che possono cominciare a presentarsi anche abbastanza presto – a questi va data assoluta precedenza, eventualmente intervenendo con la respirazione artificiale, ma prima di tutto badando che le vie respiratorie siano libere.

Non usiamo lacci emostatici, non tagliamo, non succhiamo il veleno né cauterizziamo la ferita con fiamme. Niente sostanze chimiche e niente scosse elettriche, niente incisioni o amputazioni o ghiaccio.
Evitiamo qualunque tipo di assunzione orale, in particolare se beviamo alcolici è un grosso errore.
L'unico liquido ammesso è acqua pulita, solo nel caso sappiamo già che passeranno diverse ore prima di raggiungere l'ospedale.

La vittima va trasportata in modo che stia più immobile possible. Una barella d'emergenza può essere costruita, oppure mettiamocela in spalla. L'importante è che non contragga i muscoli della parte ferita, perché questo aiuta il veleno nel suo lavoro.
Se siamo noi i feriti, prima di tutto se possibile chiamiamo soccorso e aspettiamo senza muoverci. Altrimenti, muoviamoci con la massima calma e cercando di muovere meno possibile l'arto o la parte colpita.

Una vipera della morte apparentemente innocua
foto:qui la vipera della morte sembra quasi innocua, in realtà dispone di 180 mg di veleno.

Vipera della Morte: Veleno

Un Acanthophis antarcticus in buona salute e di buona taglia è in grado, con un singolo morso, di iniettare veleno sufficiente a uccidere 18 uomini adulti.

Il valore di LD50 sottocutaneo è pari a 0,4, ovvero il 30% più potente rispetto a quello del cobra indiano (Naja naja). Nel caso di Acanthophis, a differenza della maggior parte dei serpenti, le lunghe zanne e la potenza del morso non escludono un avvelenamento intravenoso, nel qual caso il valore di LD50 dimezza 0,25 – ovvero raddoppia la potenza del veleno, indicando LD50 la dose letale minima (per saperne di più sull'LD50 leggiti l'introduzione alla nostra classifica dei 10 animali più velenosi del mondo).
Ma ciò che rende tanto temibile il morso è anche la combinazione della potenza del veleno con la massiccia dose che Acanthophis è in grado di iniettare. Mediamente inietterà tra i 50 e i 100 mg (peso a secco) di veleno con un morso, ma dispone di una quantità di veleno fino a ben 180 mg (peso a secco), e nulla gli vieta di iniettarlo tutto in una volta.

La percentuale di avvelenamento è tra il 50% e il 60%; la letalità (senza trattamento) si aggira sulle stesse percentuali (50-60%).
Ha un effetto piuttosto lento – anche qui a differenza degli altri elapidi e similmente alle vipere: i casi più rapidi di effetto mortale si sono registrati nell'ordine delle 6 ore, mentre il picco degli effetti si presenta tra le 20 e le 30 ore dopo il morso.

Il veleno è di tipo esclusivamente neurotossico postsinaptico; non contiene né componenti emotossiche né miotossiche. C'è una leggera presenza di anticoagulanti, ma non è clinicamente significativa. Agisce bloccando i processi sinaptici, rendendo l'acetilcolina non più disponibile al sistema nervoso parasimpatico, e causando una parestesia che si evolve in paralisi flaccida e che può portare a un blocco respiratorio totale.
La sua tossina più dirompente e più interessante si chiama Aa b. (Acanthophis antarcticus b), è una neurotossina a catena lunga, con 73 residui aminoacidici e 10 emicisteniaci. Ha un peso molecolare di 8300-8500 e, essendo priva di istidina e metionina, ricorda da vicino quella di Ophiophagus hannah a (cobra reale) e quelle di Dendroapsis polyepis Vn1 e Vn2 (mamba nero). Differisce per un residuo di valina alla terminazione-N che lo distingue dagli altri veleni conosciuti, così come un residuo arginina nella posizione-23, dove in tutte le altre neurotossine conosciute si trova invece un residuo lisina.
Questa tossina ha, isolata dalle altre, un valore di LD50 intramuscolare impressionante: 0,13.

La potenza del veleno, l'estrema virulenza della tossina Aa b, la ponderosa dose iniettabile e la straordinaria efficacia e profondità del morso: tutto questo piazza di diritto Acanthophis antarcticus all'ottavo posto nella nostra Classifica dei 10 animali più velenosi del mondo.

Vipera della Morte: Body count

Prima dell'introduzione dell'antidoto (negli anni Cinquanta del secolo scorso), i casi di morte in Australia ammontavano al 50-60% dei morsi, e Acanthophis era estremamente temuto – da qui il suo nome tutt'altro che confortante di "vipera della morte". Difficile, in mancanza di dati certi, una stima dei morti effettivi.
Via via che l'urbanizzazione aumentava, a causa della scarsissima capacità di adattamento di questi serpenti alla presenza dell'uomo, i morsi diminuivano nettamente.
Tra il 1981 e il 1991 (quindi a antidoto introdotto) il Commonwealth Serum Laboratory (CSL) australiano documenta due vittime. Questo non significa, com'è ovvio, che non ce ne siano state altre in quel periodo, in quanto non è sempre possibile una corretta diagnosi, non sempre gli incidenti avvengono in presenza di testimoni o, comunque, vengono documentati.
In Nuova Guinea e Indonesia – aree molto meno urbanizzate, con ospedali più radi e molto più scarse le possibilità di raggiungerli, specialmente dalle aree rurali (ovvero la massima parte del territorio) – si continuano a registrare alcuni casi ogni anno. I dati da qui provenienti sono assai carenti, e risulta impossibile una stima meno che approssimativa; ma si può ipotizzare siano non oltre la decina di casi annui, grazie alla fattiva difficoltà di essere morsi da Acanthophis e alla scarsa popolazione.


Il web propone pochi filmati pubblici legati alla vipera della morte, eccotene qualcuno:












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Vipera della Morte (Acanthophis antarcticus)
Articolo scritto da: Daniele Bonfanti
Pubblicato il 28/03/2010

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