Donato Bilancia (pagina 5)

La cattura e la confessione.
L’impressionante numero di omicidi compiuti in pochissimi giorni allarma l’intera popolazione genovese, molte persone che conoscono Bilancia iniziano a sospettare di lui dopo aver visto gli identikit tracciati sulla base delle testimonianze di Juli Castro e Luisa Cimminelli. In particolare, a portare gli inquirenti sulle tracce del killer è l’uomo che gli ha venduto la Mercedes. Non essendo stato formalizzato il passaggio di proprietà, le multe comminate a Bilancia continuano ad arrivare al vecchio proprietario, il quale nota un’allarmante coincidenza: molte contravvenzioni sono state prese in posti in cui sono avvenuti i delitti. I Carabinieri hanno così un nome su cui indagare.
Il 6 maggio arriva l’arresto: tracce di saliva prelevate da una tazzina in un bar presentano lo stesso DNA rinvenuto sulla scena del crimine dell’omicidio Asodo.
Bilancia confessa immediatamente ogni delitto, anche quelli di cui non è sospettato e che nessuno aveva pensato di collegare. La molla che lo ha spinto a uccidere, spiega, è stato il tradimento di Maurizio Parenti. «Quando nella bisca ho colto la frase di Maurizio che diceva "hai visto che sono riuscito ad agganciare Walter", nella mia testa è successo un macello e ho subito pensato: questi qui ora li debbo uccidere... sono sempre stato un lupo solitario, non mi sono mai iscritto a niente. Ma credevo nell'amicizia. Con quella frase pronunciata da Maurizio per l'ennesima volta mi sono sentito pugnalato alla schiena... Mi dispiace solo di aver ucciso Carla. Centenaro invece è sempre stato un viscido e lo trattavo come tale. Questo è stato il motivo che ha fatto esplodere in me una cosa di incredibile violenza. Perché io ho sempre vissuto tranquillamente per quarantasette anni, poi qualcosa è successo da un momento all'altro, non è che uno si sveglia alla mattina e dice: "va be’, oggi mi cerco un'arma e vado ad ammazzare qui e là".»
Raccontando con precisione ogni delitto, illustra poi i propri piani futuri: avrebbe smesso di uccidere per un po’, voleva “lasciar riposare Genova, perché era una città un po' scossa”. Poi sarebbe stato il turno dei conduttori di bische.
Ma è stato fermato, e forse è un bene. Bilancia ha sempre sperato “che la cosa fosse finita al più presto, magari a seguito di una sparatoria con la polizia”. In lui, l’idea del suicidio era sempre presente, è stato solo per vigliaccheria che non è riuscito a puntarsi la pistola alla tempia e fare fuoco. E ora che è in prigione quest’idea continua a tormentarlo.

I processi.
Il primo processo a suo carico si apre il 13 maggio 1999. Bilancia sceglie di non essere presente in aula: ormai ha confessato e preferisce stare lontano dai riflettori. Sono così PM e avvocati difensori a dividersi la scena, assieme ai periti incaricati di stabilire l’eventuale incapacità di intendere e volere.
Le conclusioni a cui giungono gli psichiatri dell’accusa, Rossi, Ragazzo e De Fazio, sono chiare: esiste in Bilancia un disturbo del comportamento, ma esso “non ha inciso sulla capacità di intendere la realtà dei delitti che andava consumando.”
Di diverso parere i consulenti della difesa, i quali puntano il dito sulla difficile infanzia dell’imputato, sulla tragica scomparsa del fratello, cui era molto legato, e sugli incidenti che hanno minato la sua integrità fisica e mentale. Secondo Di Marco e Canepa, “la capacità di intendere era gravemente lesa, inficiata, come dimostra la sproporzione totale tra causa ed effetto fin dai primi omicidi. Però quello che importa è che la capacità di volere lo era totalmente”.
Sono allora le testimonianze dei periti nominati dalla corte, il professor Fornari, il professor Ponti e il dottor Mongoli, a decretare le sorti di Bilancia. Essi dichiarano: «Siamo giunti alla conclusione che Bilancia era al momento dei fatti, come nell'attualità, pienamente capace di intendere e di volere.»
La corte d’Assise, in una lunga e dettagliata sentenza, dichiara dunque Bilancia colpevole e lo condanna all’ergastolo, con isolamento diurno per tre anni.
Il processo d’Appello e quello dinanzi alla Corte di Cassazione si svolgono in tempi brevi ed entrambi confermano le condanne di primo grado.
Attualmente, Donato Bilancia è detenuto nel carcere di Padova.

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Dossier scritto da:
Giuseppe Pastore

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