Keith Hunter Jesperson, la storia del serial killer

Nome completo: Keith Hunter Jesperson

Soprannome: Happy Face Killer

Nazionalità/Paese: Canada

Nato nel: 6 aprile 1956

Segno Zodiacale: Ariete

Arrestato il: 30 marzo 1995

Condannato il: 3 novembre 1995

Morto il: in vita

Vittime accertate: 8

Vittime presunte: 160

Modus operandi: strangolamento manuale. Faceva perdere i sensi alla vittima, poi la faceva rinvenire per quindi strangolarla definitivamente.


Per la sezione di LaTelaNera.com dedicata agli assassini seriali parliamo oggi di Keith Hunter Jesperson, il criminale di nazionalità canadese che tra il 1990 e il 1995 uccise per strangolamento negli Stati Uniti d'America non meno di 8 donne (anche se lui ha asserito più volte di averne uccise 160, ma le prove lo smentiscono).

Alto quasi due metri e pesante oltre i 110 chili, camionista di professione ai tempi delle sue uccisioni, Jesperson è l'ennesimo caso di killer seriale con un passato tragico alle spalle, una vita travagliata che lo ha lentamente portato sulla via dell'omicidio.

Passato alla storia come The Happy Face Killer, per la sua abitudine di firmare con uno smile sorridente le lettere che spediva alla stampa e a chi gli dava la caccia per rivendicare le sue gesta malate e spietate, Jesperson sta attualmente scontando tre ergastoli nel penitenziario statale Riverside di Salem (Oregon).

Nel 2015 alcune speculazioni lo hanno legato alla scomparsa di Ylenia Carrisi, la figlia di Al Bano Carrisi e Romina Power svanita nel nulla dal 6 gennaio 1994 mentre si trovava negli USA, ma le investigazioni successive hanno negato ogni suo coinvolgimento nel caso.

Una foto dell'assassino seriale canadese Keith Hunter Jesperson a processo


Keith Hunter Jesperson: l’infanzia e l’adolescenza

Keith Hunter Jesperson nasce il 6 aprile del 1956, a Chilliwack, nello stato canadese della British Columbia. La sua, come quella di altri assassini seriali, si rivela un’infanzia difficile e travagliata contraddistinta da segnali preoccupanti non colti dai genitori Les e Gladys.

All’età di sei anni, scopre di provare un intenso piacere nell’uccidere tartarughe colpendole alla testa con delle pietre. Nonostante gli episodi reiterati di crudeltà verso gli animali non passino inosservati ai suoi, il padre Les, che ha assistito ad alcuni di essi, non se ne preoccupa molto. Anzi, addirittura arriva a vantarsi con gli amici degli atti del figlio.

Trasferitosi assieme ai genitori nello stato di Washington, negli Stati Uniti, comincia a uccidere brutalmente cani e gatti randagi. Li porta in un campo nei pressi di un parco, e qui li uccide a colpi di pala, o sparandogli con il suo fucile ad aria compressa, o ancora strangolandoli a mani nude.

«Sentivo che cercavano di risucchiare aria» dirà anni dopo, in carcere. «Lottavano per la propria vita, proprio come avrebbero fatto gli uomini.»

Keith divenne presto "quello strano" della famiglia Jesperson: preso in giro dai coetanei e dai due fratelli e dalle due sorelle a causa della sua altezza, preso spesso a cinghiate dal padre alcolizzato (e a volte dal nonno), il ragazzino si chiuse in se stesso, isolandosi spesso dal mondo.

Trattato diversamente dagli altri in seno alla sua famiglia, negli anni dell'adolescenza divenne più volte violento e arrivò quasi a uccidere due coetanei. Non riuscì mai a instaurare una vera amicizia con qualcuno, nè ad avere una ragazza.

Una foto dell'assassino seriale canadese Keith Hunter Jesperson con la famiglia


Keith Jesperson: il matrimonio e il lavoro da camionista

Nonostante tutti questi problemi (anni dopò asserì anche di essere stato vittima di abusi famigliari quando aveva 14 anni), Keith riesce a diplomarsi nel 1973 e nel 1975 a sposarsi con una tal Rose Hucke, che lo rende padre tre volte.

Per mantenere la famiglia Jesperson passa gran parte dei primi anni di matrimonio barcamenandosi tra lavoretti precari, salvo poi diventare un truck driver, un camionista di grossi camion.

Probabilmente si tratta del primo lavoro che gli piaccia. A bordo del suo camion visita un po’ tutti gli stati della nazione, spingendosi spesso anche sulla costa orientale, fino alla California.

È probabile che nel corso di queste lunghe trasferte Keith conosca molta gente e tante donne. Tanto che sul finire degli anni '80, in seguito alle troppe telefonate femminili che l'uomo riceveva a casa, schiacciata dai sospetti la moglie decide di lasciarlo. La donna scappa con l'intera prole da Selah, dove viveva col marito, e si rifugia a più di 300 chilometri di distanza, in casa dei sui genitori. I due non tornarono mai più insieme e divorziarono nel 1990. Ma a quei tempi le preoccupazioni del camionista gigante erano altre. Crescendo infatti, Keith aveva iniziato a coltivare un sogno: entrare nella Royal Canadian Mounted Police. Proverà a realizzarlo sul finire degli anni '80. Purtroppo, fallirà nel suo intento, e questo fallimento segnerà per sempre la sua esistenza, contribuendo in maniera decisiva alla sedimentazione di un risentimento rabbioso nei confronti della vita, quel risentimento che lo renderà poi un serial killer.

Dopo essere stato accettato nel programma di addestramento, Jesperson ha infatti un incidente durante un arrampicamento: le gravi ferite che riporta gli tolgono ogni possibilità di entrare a far parte dell’RCMP.

Senza moglie, lontano dai figli, e senza più un sogno da inseguire, si ritrova di colpo di fronte a un futuro privo di prospettive, e reagisce con rabbia via via crescente.

Una foto dell'assassino seriale canadese Keith Hunter Jesperson


Keith Hunter Jesperson: dagli animali agli uomini, il primo omicidio

«Mi stancai degli animali, iniziai a cercare uomini da uccidere. E lo feci. Ho ucciso finché non mi hanno preso». In queste parole dello stesso Jesperson è sintetizzato ciò che accade negli anni successivi.

La sua attività da camionista, forse, rappresenta per lui un incentivo a uccidere: potrebbe farlo lontano da casa, in posti in cui nessuno lo conosce. E così Jesperson inizia a pensare seriamente di soddisfare il pressante interrogativo che si porta dentro: che cosa si prova ad ammazzare un essere umano?

Il suo primo omicidio, o almeno quello che è stato riconosciuto come tale, avviene il 23 gennaio del 1990, a Portland, nell’Oregon. Nonostante tutto, la prima vittima Jesperson la miete nella stessa città in cui vive.
A morire è Taunja Bennett, una ventitreenne affetta da un lieve ritardo mentale.

Quella del 23 gennaio è una notte fredda e umida, come spesso accade a Portland, città particolarmente piovosa. Jesperson è al B&I Tavern. Qui nota una ragazza che sta bevendo un po’ troppo: prima birra, poi vino, infine superalcolici. Capisce che è ubriaca, oltre che piuttosto lenta mentalmente. Si dice che è l’occasione buona.

Le si fa vicino, si presenta con uno dei numerosi pseudonimi che utilizza e le offre un altro drink. La ragazza, per niente intimorita dai suoi due metri di altezza e oltre cento chili di peso, accetta. Jesperson, più o meno consciamente, sa che è il momento. È arrivato il tempo di cominciare a uccidere esseri umani.

Confessa a Taunja che vorrebbe invitarla a cena. Tuttavia, aggiunge, al momento non ha contanti con sé e deve per forza di cose tornare a casa per prenderne altri. Non vorrebbe per caso accompagnarlo un attimo?
Lei gli risponde di sì.

La conduce dunque a casa sua, e la ragazza si accorge dei propri errori solo quando si ritrova sul letto, schiacciata dal suo peso. Jesperson la obbliga a un rapporto sessuale, poi, mentre lei si riveste, comincia a coprirla di insulti, volontariamente, in modo che si ribelli e lui abbia un motivo per picchiarla.

Ai primi colpi, Taunja tenta di opporre resistenza, ma la differenza di stazza le lascia ben poche speranze. Jesperson prova a strangolarla con una mano sola, mentre con l’altra afferra una corda. Senza eccessivi sforzi, gliela fa passare attorno al collo e stringe, finché lei non muore. Nel sentire il suo corpo ormai privo di vita, lo lascia andare sul pavimento.

A seguito dell’omicidio, agisce in maniera perfettamente controllata: lascia il cadavere in casa e si reca nuovamente al B&I Tavern. Qui cerca di farsi notare da quanta più gente possibile, beve e si trattiene per parecchio tempo. Rientra a casa solo quando crede di essersi costruito un alibi sufficientemente solido.

A questo punto, non gli resta che sbarazzarsi del cadavere. Carica il corpo di Taunja in macchina e guida fuori città, abbandonando l’autostrada in favore di remote viuzze di campagna. Infine, si ferma in un posto piuttosto isolato e si libera del corpo.

Finora è andato tutto liscio, ma Jesperson non vuole lasciare niente al caso. Per strada, butta dal finestrino il walkman che la giovane aveva lasciato nell’auto, quindi si ferma in una stazione di servizio per camionisti e beve caffè per tutta la notte, in modo che possano esserci più persone in grado di fornirgli un alibi nel caso venga accusato dell’omicidio.

È già spuntata l’alba quando si rimette in macchina. Lungo la Sandy River Highway getta anche la borsa di Taunja, in cui erano contenuti i suoi documenti. Ora, non c’è davvero più nulla che debba fare.

Il cadavere della ragazza viene trovato qualche giorno dopo, ma non c’è modo di identificarlo: non ci sono state segnalazioni di donne scomparse nei giorni precedenti, e nella zona del ritrovamento del corpo non c’è traccia dei suoi effetti personali.

Pure i giornali locali danno poco spazio alla notizia, in breve tempo per Jesperson le acque si calmano, mentre l’idea di uccidere di nuovo si fa sempre più eccitante.


Keith Hunter Jesperson: innocenti in galera al suo posto

Prima che Keith Jesperson colpisca di nuovo, in realtà, passa un anno e mezzo. Nel frattempo, due innocenti finiscono in carcere al posto suo, in un modo che ha quasi dell’incredibile.

Protagonisti della vicenda sono una donna di nome Laverne Pavlinac, cinquantasettenne appassionata di letteratura "true crime", e il suo amante John Sosnovske, alcolizzato di quarantatré anni con alcuni precedenti penali e in libertà vigilata per guida in stato di ebbrezza e con patente scaduta.

Tutto nasce perché la storia tra i due non funziona più da tempo e lei è stufa di lui. Nonostante ci abbia provato in varie occasioni, cercando di farlo arrestare ogni volta che litigano, la Pavlinac non riesce a sbarazzarsi di Sosnovske. Addirittura, una volta ha telefonato all’F.B.I. accusando l’uomo di aver rapinato delle banche, ma gli agenti lo hanno scagionato quasi immediatamente.

L’omicidio di Taunja Bennett però le fa venire in mente un piano veramente diabolico: si informa più che può sul caso, poi si mette in contatto con la polizia di stato dell’Oregon e rivela di avere dei sospetti molto forti sul suo amante: ritiene che possa essere lui l’assassino.

Riferisce che John Sosnovske si è vantato di avere ucciso una ragazza in un bar per camionisti, in seguito però cambia versione: per risultare più convincente, arriva a dire che l’uomo ha ucciso la Bennet sotto i suoi occhi e l’ha costretta ad aiutarlo a occultarne il cadavere. Pur essendoci molte lacune nel racconto, i poliziotti prendono per buona la sua versione: i due vengono entrambi processati.

La Pavlinac è condannata a dieci anni di reclusione, e l’innocente Sosnovske, non creduto, è costretto a patteggiare la pena accettando di dichiararsi colpevole: gli tocca l’ergastolo, con la possibilità di uscire sulla parola dopo quindici anni. A nulla servono le successive ritrattazioni della donna, resasi conto della propria follia.


...dossier da completare nei prossimi giorni.

Capitoli: 1

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Dossier scritto da:
Giuseppe Pastore

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