Anneliese Michel: possessione, esorcismo e morte

Un lungo sguardo al vero caso di cronaca da cui è stato tratto The Exorcismo of Emily Rose

Anneliese Michel: possessione, esorcismo e morte Stiamo accontentandoci delle briciole.
Può sembrare un paradosso e non mi stancherò di ripeterlo: proprio in un momento di incredibile produzione e diffusione di pellicole horror in giro per il mondo, proprio durante gli anni di maggior successo del nostro genere preferito al botteghino, non possiamo far altro che chinare la testa e ammettere di trovarci di fronte a una qualità mediamente bassa quando non vergognosa.

Ecco perché finiamo con l’accontentarci delle briciole. Confrontando il recente The Exorcism of Emily Rose con il generico pattume di questi mesi (House of wax, Boogeyman e compagnia danzante) il lungometraggio di Scott Derrickson brilla di una luce intensa ma, ahimé, non è tutto oro quel che luccica. Sappiamo ormai fino alla nausea, grazie all’inevitabile tam tam mediatico che il film prende spunto da una storia vera e abbiamo potuto notare in molti critici l’altrettanto inevitabile tendenza a confrontare questo esorcismo con quello proposto dal dinamico duo Blatty-Friedkin nel lontano 1973, giochetto poco interessante e fine a se stesso tanta è la differenza di intenti, mezzi e sottotesti proposta dalle due opere.

Piuttosto che proporvi la solita, scontata sinossi, colgo l’occasione di inserire qui di seguito quanto scrissi qualche mese fa sulle pagine di un’altra testata al riguardo degli accadimenti reali che hanno fornito lo spunto alla sceneggiatura di Paul Harris Boardman e Scott Derrickson.

La tragedia prende il via nel 1968 quando l'allora sedicenne Anneliese Michel comincia a soffrire di attacchi di epilessia, correttamente diagnosticata dalla Psychiatric Clinic Würzburg. Purtroppo nessuno si occupa dei feroci periodi di depressione che seguono ogni attacco: la giovane passa un lungo periodo in ospedale e torna a frequentare la scuola solo nell'autunno del 1970 ma, causa anche una severa istruzione religiosa, si convince lentamente di essere posseduta.
Anneliese inizia a vedere volti demoniaci durante le sue preghiere quotidiane; seguono a ruota voci diaboliche che la perseguitano urlandole che brucerà all'Inferno. Gli psicologi consultati non riescono ad approdare a nulla e per tre anni la ragazza vive un calvario quotidiano alternando sprazzi di vita "normale" a momenti di sofferenza e disagio psichico.

Nel 1973 i genitori consultano alcuni Pastori per richiedere un esorcismo che viene sempre e comunque rifiutato: le prove della possessione (Infestatio) richieste per permettere un rituale di esorcismo sono molteplici e quasi impossibili da documentare con serietà e completezza (avversione ai simboli religiosi, poteri e comportamenti soprannaturali, il parlare in lingue sconosciute al soggetto...).

Nel frattempo le cose si aggravano e durante tutto il 1974 la povera ragazza assume comportamenti profondamente patologici: dorme sul pavimento, mangia insetti, beve la sua urina, distrugge dipinti a tema religioso, si lacera i vestiti, digiuna, morde i parenti e si automutila.

Nel settembre 1975 il vescovo di Würzburg, dopo attento esame, assegna ai pastori Arnold Renz ed Ernst Alt l'ordine di iniziare un Grande Esorcismo sulla ragazza secondo il Rituale Romano. Diversi "demoni" si manifestano nella posseduta (Lucifero, Giuda, Caino, Nero, Hitler fra i "maggiori") durante le sedute di esorcismo che spaziano in un lungo periodo di tempo, da settembre al luglio dell'anno seguente, il 1976.

Anneliese subisce fino a due rituali alla settimana durante i quali deve essere tenuta ferma da parecchi uomini adulti ma trova anche il modo di vivere sprazzi di vita normale (esami scolastici, messe in chiesa...) in una drammatica altalena psicofisica.
Mesi e mesi di interminabili litanie e preghiere, monotone e ripetitive. Le ginocchia distrutte dalla ripetute genuflessioni. Digiuno continuo. Non ci sono levitazioni, statuine di demoni o pappe di piselli. Non è un film. E quindi, come spesso accade nella vita vera che non copia Hollywood, non c'è lieto fine.

Anneliese muore il primo luglio 1976, a 23 anni. I genitori e i preti l'avevano forzata al rituale anche se ormai pesava poco più di trenta chili e afflitta da una grave polmonite. Le sue ultime frasi, registrate su nastro, sono state una richiesta di assoluzione e un "Mamma, ho paura" rivolto alla madre.
L'epilogo non riporta certo in vita la ragazza: vi è un processo in tribunale e i due preti più i familiari vengono condannati per omicidio dovuto a omissione di soccorso e negligenza: sarebbe stato sufficiente nutrire la paziente via flebo per permetterle di resistere al duro rituale e continuare a vivere. Sei mesi di carcere con la condizionale, questo il prezzo della vita di Anneliese.

Negli anni seguenti una Commissione dei vescovi giudicò la ragazza come "non posseduta" ma la poveretta dovette subire ulteriori pene: il cadavere venne riesumato per mostrarne la decomposizione in quanto molti la consideravano ormai miracolata e in grado di sconfiggere anche le normali leggi di decomposizione. Vi è un continuo pellegrinaggio di gente armata di rosario e fede alla tomba di Anneliese.
Esiste anche un libro sull'argomento: The Exorcism of Anneliese Michel di Felicitas D. Goodman. Garden City, NY: Doubleday and Company, 1981.
La commissione dei vescovi chiese esplicitamente al Vaticano di abolire la pratica dell'esorcismo ma la Santa Sede si limitò a rispondere con una nuova versione del rituale, la De exorcismis et supplicationibus quibusdam, nel 1999.

Anneliese Michel, 1952-1976 R.I.P.

Materiale scottante, dal quale è possibile trarre ottimi spunti per una pellicola. Derrickson (proveniente da mediocri episodi di Urban Legenda e Hellraiser) adatta il tutto insieme a Boardman cambiando tempi e luoghi e rifuggendo il confronto con L’Esorcista, spostando l’equilibrio dall’orrore allo psicodramma/courtroom movie di impianto (vagamente) realista. Decisione legittima che, purtroppo, comporta in fase di realizzazione una buona predisposizione alla cura dei particolari e alla documentazione, elementi clamorosamente assenti nel prodotto finale. A uno scarsissimo scavo psicologico dei personaggi si accoppia una totale implausibilità delle scene del processo con strafalcioni giuridici che farebbero impallidire anche uno studente al primo anno di Legge. Decidendo di dipingere Emily come una novella martire ma negandole qualsiasi approfondimento caratteriale, diventa impossibile per lo spettatore entrare in empatia con la sventurata e gli altri personaggi, tratteggiati come poco più che mere “funzioni” (l’accusatore credente ma duro e antipatico a prescindere, il difensore agnostico riboccante fede …) non colpiscono più di tanto l’audience. Si tratta, sia chiaro, di un problema di scrittura in quanto l’intero cast è su un ottimo livello di recitazione e mostra un professionismo raro a vedersi in un film di questo genere.

L’orrore fugge via dall’aula di tribunale e Derrickson annaspa cercando un equilibrio fra i momenti processuali e i flash back ma perde ben presto il controllo della situazione fra un primo tempo senza tensione e fin troppo sbrigativo nel far entrare i vari personaggi in aula e un secondo tempo che non riesce a mantenere quanto promesso e cade vittima di una fastidiosa apologia della religione tanto immotivata quanto maldestramente messa in scena. La fede può tentare di operare miracoli là dove la farmacologia e la scienza non possono nulla (anzi, i medicinali ostacolano pesantemente l’esorcismo!) sembra essere l’unico insegnamento ricavabile dalla pellicola. E così il tanto sbandierato realismo scompare sotto i reiterati colpi delle porte che si aprono e chiudono (diavoli o banali correnti d’aria?), dei serpenti agli ordini del demonio (o semplicemente spaventati dal maltempo?), delle stigmate-snuff che trasfigurano Emily in santa (o semplicemente troppo disturbata e malata per accorgersi di stringere con forza del filo spinato?)…

In mezzo a tale altalena di toni e registri, persi in questo mare di indecisioni e “vorrei-ma-non-posso” riusciamo ancora a provare orrore, inquietudine, paura? Per strano che possa sembrare, The Exorcism of Emily Rose riesce comunque a garantire una buona dose di brividi e atmosfere disturbanti facendo ricadere il peso di questo compito quasi tutto sulle spalle dell’ottima Jennifer Carpenter e del direttore della fotografia Tom Stern.

La prima regala una interpretazione straniante anche grazie a una intensa fisicità e un completo controllo dei muscoli facciali. Riporta Fangoria che in seguito ad alcuni suoi provini le società addette agli SFX e make up hanno deciso di ridurre drasticamente il trucco sull’attrice in quanto poco necessario rispetto alla sua già notevolissima espressività; ecco quindi che la Carpenter ci dona torsioni, smorfie, ghigni e urla quali raramente avevamo visto prima d’ora. Paradossalmente proprio il suo volto è anche il suo stesso limite: un po’ come successo con Jack Nicholson in Shining, non ci stupiamo molto nel vedere un viso già irregolare e vagamente alieno cadere preda della possessione mentre impatto differente aveva Linda Blair dopo le sessioni di make up.

Tom Stern lo conosciamo grazie al duraturo sodalizio che ha con Clint Eastwood (sua la fotografia in Million Dollar Baby, Mystic River e Debito di Sangue) e non delude nemmeno in questa occasione, regalandoci sprazzi di gelo nebbioso e bluastro nel quale la neve che cade sembra cenere da un’eruzione vulcanica e dando vita e risalto agli interni fino a trasformare gli oggetti più comuni in veicoli di inquietudine e disturbo.

Forse troppo poco per far passare questo lungometraggio alla storia della cinematografia horror ma indubbiamente molto se confrontato con il desolante deserto delle programmazioni attuale, affollate di fantasmi orientali sempre più sbiaditi e remake hollywoodiani sempre più inutili.


Articolo pubblicato originariamente il 18/10/2005.


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Anneliese Michel: possessione, esorcismo e morte
Articolo scritto da: Elvezio Sciallis
Pubblicato il 01/01/2009

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