I Malebranche

I diavoli alati della Quinta Bolga infernale della Divina Commedia Dante Alighieri

I Malebranche Per stilare un elenco dettagliato delle creature leggendarie della mitologia greca conosciute nel medioevo è sufficiente leggere la Divina Commedia di Dante Alighieri: in ogni canto si possono trovare numerosi accenni agli antichi miti, mescolati a personaggi contemporanei al poeta e alle concezioni filosofico-religiose della sua epoca.

Dante non si è limitato a utilizzare figure dalle caratteristiche consolidate, ma le ha piegate ai suoi scopi, alle sue invettive politiche, e le ha riadattate al modo di pensare del suo tempo. In effetti, ogni personaggio mitologico, immaginato secoli prima che la religione cristiana si diffondesse, non avrebbe avuto molto senso se non rivisto alla luce della dottrina che costituiva l’unico modo per interpretare la realtà del mondo trecentesco.

Il poeta, comunque, oltre a rivisitare certe figure del mito è andato ben oltre. Infatti ha anche ideato alcune creature che, al pari di mostri mitologici veri e propri, come le arpie, il minotauro, i centauri e i giganti, sono entrate a loro volta nell’immaginario collettivo.

I Malebranche, i demoni alati della quinta Bolgia, ne sono un famoso esempio.

Questi diavoli, introdotti nei canti XXI e XXII dell’Inferno, non sono descritti con pochi tratti confusi, ma sono caratterizzati in modo efficace. Dante presenta questi demoni come figure tragiche e comiche allo stesso tempo: una tecnica che utilizza spesso nella prima cantica, dove il registro drammatico si accompagna sovente a quello comico.

L’immagine del diavolo alato è a tutti ben nota. Si è sviluppata nel corso del medioevo grazie agli affreschi che costituivano, per il popolo analfabeta, un “Vangelo” figurato, una sorta di fumetti dell’epoca dove le immagini, prive dei testi, rendevano i concetti espressi di immediata comprensione.

In questo modo si diffondeva la conoscenza dei testi sacri, bagaglio culturale che al giorno d’oggi non è più così diffuso e condiviso. Infatti nel passato erano sufficienti pochi elementi grafici, oggetti o atteggiamenti particolari, perché tali figure venissero immediatamente riconosciute, mentre adesso molti tendono a confondere certi personaggi biblici con altri, se non addirittura a ignorarne l’esistenza.

Nelle raffigurazioni del medioevo gli affreschi mostravano un inferno dominato da fiamme inestinguibili dove i dannati erano tormentati da orribili demoni. Su questa tradizione si innesta l’immagine che ci viene data dei Malebranche.

Dante, personaggio della propria opera, li incontra quando, accompagnato da Virgilio nel suo viaggio verso il Paradiso, si trova costretto ad attraversare la quinta Bolgia dell’Inferno. In quella porzione dell’ottavo Cerchio sono puniti i “barattieri”, ovvero coloro che in vita hanno fatto mercato delle cose pubbliche. Utilizzando una definizione più moderna oggi li chiameremmo “concussori”.

Si tratta perciò di un tema, quello della corruzione, attuale nel trecento come ai giorni nostri.

Gustave Dorè: I Malebranche minacciano Dante e Virgilio
foto: Gustave Dorè: I Malebranche minacciano Dante e Virgilio

La pena immaginata da Dante per questi dannati è in linea con la legge del “contrappasso” utilizzata quasi costantemente per ideare nuovi tormenti da infliggere: i malcapitati sono condannati a essere immersi in un fiume di pece bollente. Questa scelta permette al poeta di descrivere un ambiente per certi versi simile all’Arsenale di Venezia, dove venivano costruite le navi della Repubblica.

La confusione che regnava durante i lavori e la pece bollente utilizzata per impermeabilizzare gli scafi rendono in modo efficace l’immagine che Dante voleva presentare al lettore. Inoltre, il richiamo ai cantieri ricorda quei lavori pubblici che i barattieri avevano gestito non per il bene della comunità, ma per i loro interessi.

I Malebranche si divertono a torturare i dannati
foto: Gustave Dorè: I Malebranche si divertono a torturare i dannati

Come se non bastasse il tormento della pece, il poeta immagina anche un schiera di diavoli che sorvegliano i dannati e fanno in modo che non possano risalire in superficie per rifiatare: i Malebranche, appunto.
Ecco rivelata quindi la loro ragione d’essere: sono aguzzini che apprezzano il loro compito con un evidente compiacimento.

Appena compare uno di essi nel XXI canto, Dante lo raffigura come un diavolo nero dall’aspetto fiero e con le ali aperte. Grazie a quelle, poteva risalire la riva del fiume con “piede leggero”. Il poeta lo immagina mentre trasporta un dannato artigliato sulle spalle fino alla sommità dall’argine: giunto in cima, lo getta nella pece, dopo averlo presentato e raccomandato ai propri compagni, che subito si apprestano a ricacciarlo sotto la superficie con i loro uncini, non appena tenta di riemergere.

Ecco quindi l’immagine che abbiamo dei Malebranche: neri demoni alati dotati di picche terminanti in un uncino, i loro ferri del mestiere.

Gustave Dorè: Ciampolo sfugge ad Alichino
foto: Gustave Dorè: Ciampolo sfugge ad Alichino

Lo stesso Virgilio si trova in difficoltà di fronte a queste creature infernali. Riesce però a trattare con un loro portavoce incaricato per acclamazione, Malacoda. Anche il nome che Dante ha scelto per il loro capo, così come per gli altri a cui accenna nel seguito, ha lo scopo di creare un’immagine spaventosa, ma allo stesso tempo comica.

Malacoda, in apparenza, si lascia convincere e accondiscende agli ordini divini che richiedono il passaggio di Dante. Per tutto il tempo, però, i demoni non resistono alla tentazione di saggiare con i loro uncini la consistenza delle carni del poeta, tanto che Malacoda deve tenere a freno Scarmiglione, un secondo Malebranche di cui ci è rivelato il buffo nome.

Giunti a quel punto della narrazione, si scopre che i ponti che attraversano a raggiera l’ottavo Cerchio sono interrotti a causa del terremoto che scosse Gerusalemme quando Gesù Cristo morì sulla croce. Per mostrare una via alternativa, Malacoda offre una scorta che accompagni i due poeti, i quali accettano a malincuore.

Viene scelto un manipolo davvero poco rassicurante, infatti vengono chiamati nell’ordine: Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, che sarà il capo della decina, poi si aggiungono Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto zannuto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo. Alcuni di loro vengono definiti con aggettivi inquietanti e l’elenco dei nomi li caratterizza in modo mirabile, rendendo evidenti le loro fattezze senza in realtà descrivere nulla del loro aspetto.

Così si chiude il canto XXI, con Dante e Virgilio che vengono accompagnati attraverso la Bolgia da dieci Malebranche.
Gli ultimi tre versi sono tra quelli che si ricordano più facilmente: “ma prima avea ciascun la lingua stretta / coi denti verso lor duca per cenno / ed elli avea del cul fatto trombetta”.
Davvero un bello scambio di saluti tra il capo e i suoi sottoposti, adatto a quel gruppo di sguaiati commilitoni.

Gustave Dorè: Alichino e Calcabrina si azzuffano
foto: Gustave Dorè: Alichino e Calcabrina si azzuffano

Nel canto XXII Dante ci presenta in modo più dettagliato i Malebranche, i rapporti con i dannati e la loro vita nella Bolgia. Il quadro che se ne ricava è decisamente pittoresco.

I barattieri vengono descritti come delfini quando mostrano il dorso al di sopra della pece tentando di emergere almeno per poco tempo, o come ranocchi che prendono fiato lungo le rive, o ancora come lontre quando, poco lesti a immergersi, vengono uncinati e tratti fuori dalla pece per essere scuoiati, e i Malebranche diventano “male gatte” che si radunano intorno a un sorcio.

Tale sventura capita anche un tal Ciampolo al quale viene concesso, su richiesta di un Dante spinto dalla sua solita curiosità, di rispondere ad alcune domande. Durante il colloquio i diavoli si trattengono a stento: sono impazienti di smembrare il dannato, tanto che tra una battuta e l’altra non disdegnano di allungare gli uncini e di strapparne dei brani.

Si delinea quindi una nuova brillante invenzione dantesca che rende il quadro della quinta Bolgia ancora più colorito.
Infatti si viene a sapere che tra i dannati e i Malebranche esiste una gara d’astuzia nella quale, sorprendentemente, i primi hanno spesso la meglio.

Infatti Ciampolo, per ridurre la punizione che gli sarà inflitta per essere riemerso, si offre di fischiare per attirare, con un segnale di scampato pericolo, altri suoi compagni di sventura, affinché possano a loro volta rispondere alle domande di Dante, ma esponendoli anche alla cattura e a indicibili sofferenze. Con questa proposta, il lettore scopre che i dannati si fanno gioco dei Malebranche avvisandosi a vicenda con un sistema di segnali.

I diavoli però sono diffidenti e temono di essere raggirati, così Alichino minaccia Ciampolo dicendogli che, se fosse fuggito, lo avrebbe fatto pentire amaramente di quel tentativo, ma il dannato coglie di sorpresa i demoni e si tuffa nella pece con un balzo inaspettato. Ad Alichino e Calcabrina non resta niente di meglio da fare che azzuffarsi tra di loro per la rabbia di esserselo fatto sfuggire, finendo a loro volta nella pece.

Barbariccia, furioso con i suoi, interviene e tenta di dividere i due litiganti ormai cotti. Così, Dante e Virgilio, non più al centro dell’attenzione, si allontanano indisturbati approfittando della confusione.

Con questo breve riassunto, risulta evidente come i Malebranche siano perfettamente delineati nella loro realtà tragicomica: creature infernali terribili, ma allo stesso tempo parti di un meccanismo e di un modo di vita che, nell’atmosfera cupa dell’Inferno, acquista una sua logica e una sua quotidianità. Come si suol dire: “Il diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge”.

Dopo i versi di Dante, solo Giacomo Leopardi ha pensato di utilizzare queste figure demoniache in un suo scritto. Infatti nelle Operette morali ricorre a uno dei Malebranche per condurre il Dialogo di Malambruno e di Farfarello sul tema dell’infelicità umana.

Anche altre forme d’arte si sono cimentate nel rappresentare questi diavoli. Il testo è corredato da alcune tavole che Gustave Dorè ha tracciato a metà dell’ottocento per illustrare un’edizione della Divina Commedia.

William Blake: Ciampolo e i Malebranche
foto: William Blake: Ciampolo e i Malebranche

Esiste anche una tavola di William Blake, realizzata ancor prima delle incisioni di Dorè, e un dipinto del fiammingo Giovanni Stradano dedicato al canto XXI dell'Inferno.

In attesa che altri autori prendano spunto per qualche opera significativa, non ci resta che sorridere ripensando all’autorevolezza triviale di Malacoda e Barbariccia, e alla ridicola zuffa di Alichino e Calcabrina, alcuni rappresentanti di queste creature “inventate” da Dante: i Malebranche, i diavoli alati della quinta Bolgia.

Giovanni Stradani, la Quinta Bolgia infernale
foto: Giovanni Stradani: la Quinta Bolgia infernale

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I Malebranche
Articolo scritto da:
Pubblicato il 04/04/2011

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