Jeffrey Mailhot, la storia del serial killer

Nome completo: Jeffrey S. Mailhot

Soprannome: The Sopranos Killer, Lo Squartatore del Rhode Island

Nazionalità/Paese: Americana

Razza: Caucasica

Sesso: Maschio

Data di Nascita: 9 novembre 1970

Segno Zodiacale: Scorpione

Arrestato il: 17 luglio 2004

Condannato definitivamente il: 15 febbraio 2006

Data di Morte: ancora in vita

Arco degli omicidi: 2003/2004

Vittime accertate: Tre, più un altro paio di aggressioni andate a vuoto

Vittime presunte: Tre

Modus operandi: Mailhot abbordava prostitute e, una volta portate le donne a casa propria, strangolava le sue vittime facendone poi a pezzi i corpi con l’aiuto di una sega. Nascondeva nei sacchi della spazzatura i resti e li gettava nei cassonetti dell’immondizia di Woonsocket e dintorni. L’uomo ha dichiarato di aver preso spunto da un episodio della serie I Soprano in cui un cadavere veniva smembrato con una sega dentro a una vasca da bagno, da lì l’appellativo di "Sopranos killer".

Ultimo aggiornamento: 3 settembre 2023


Quando si prende in considerazione la biografia di Jeffrey Mailhot, ci si trova di fronte a un cliché: quello dell’insospettabile bravo ragazzo, educato, tranquillo, in apparenza del tutto estraneo ad anomalie di comportamento o stranezze in grado di attirare l’attenzione. Neppure il suo aspetto fisico è degno di nota; sarà proprio per il fatto di non saltare all’occhio e di poter essere scambiato per qualcun altro che riuscirà a rimandare la sua cattura.

"An ordinary guy" lo definiscono le testimonianze più rilevanti. La sua specialità parrebbe proprio il non essere in alcun modo speciale, anzi, del tutto anonimo e insignificante. Un po’ strano per certi versi, ma non cattivo né tantomeno violento.

Il bravo ragazzo per cinque volte, di cui tre andate a segno, di punto in bianco si è trasformato in un assassino. Questo tipo del tutto normale, incensurato e mai neppure multato in vita sua, una volta rimasto a tu per tu con la vittima designata, al chiuso della propria casa e lontano da occhi indiscreti, semplicemente assale.

Le ragazze sfuggite all’aggressione hanno riportato di aver avuto appena il tempo di mettere piede in casa di Mailhot che questi è passato all’attacco tentando di strangolarle. È stato quasi con sollievo che Mailhot, alla fine del luglio del 2004, ha capitolato e ammesso agli inquirenti di essere responsabile di tre delitti compiuti nell’arco di poco più di un anno.

"Non mi sarei mai fermato", ha dichiarato subito dopo la confessione alla polizia.


Infanzia e adolescenza: un brutto ambiente

Non esistono molte notizie sui primi anni di vita di Jeffrey Mailhot, in linea con l’adulto che sarebbe diventato poi. È nato e cresciuto a Lincoln, una cittadina a metà strada tra Providence, la capitale dello stato, e Woonsocket, dove abiterà fino alla cattura.

Una volta terminate le scuole si mantiene con un modesto ma decoroso lavoro di meccanico addetto alla manutenzione in un’azienda di componenti tecnologiche.

Jeffrey per tutta la vita non si allontanerà mai da Woonsocket, nel Rhode Island, dove si era trasferito con i genitori prima di iniziare le superiori.

Un ragazzo decisamente timido, se si pensa che nell’annuario scolastico del liceo figura solo il suo nome e, nel riquadro previsto per la tradizionale foto-ritratto c’è uno spazio vuoto con la scritta «camera shy».

Non c’è nell’infanzia di Mailhot un pregresso di abusi, gravi traumi o violenza domestica. Neppure la classica escalation di criticità tendenti a sconfinare nella brutalità (difficoltà scolastiche, bullismo inflitto o subito, sevizie su animali, aggressività, problemi di droga o alcol) che i profilers non di rado individuano negli assassini con un lungo apprendistato di violenza (il rimando all’altro Jeffrey assai più noto, Dahmer, è quasi automatico).

Ma questo non significa che la vita di Mailhot sia stata facile, tutt’altro.

C’è un bambino di nove anni i cui genitori si separano, quindi un adolescente di diciassette anni che perde la madre per un cancro ai polmoni, e cinque anni più tardi un giovane uomo di ventidue che perderà il padre per l’identica ragione.

C’è un ragazzo molto solo, che ha come unica relazione familiare un buon rapporto con la sorella e può contare su qualche amico per uscire a farsi una bevuta. È un ragazzo che ha come passatempo il karaoke – si sfoga con l’Hard Rock – e lo sport, chissà forse nella speranza di migliorare il proprio aspetto e di essere notato.

Appassionato di moto di grossa cilindrata inizia a indossare giubbotti firmati Harley Davidson e segue gli incontri di wrestling, si impegna per metter su massa per conquistare un fisico degno di nota. Cerca di entrare in diverse comitive ma la sua personalità scialba non gli consente di distinguersi, tantomeno spiccare.

C’è da dire che Jeffrey non ha un carattere che faciliti le cose. Quando invita amici a casa emerge un certo lato ossessivo-compulsivo del ragazzo riguardo all’ordine e alla pulizia. Fa sentire gli altri a disagio perché nessuno può toccare né spostare le sue cose, o subito entra in tensione affrettandosi a toglier di mano l’oggetto maneggiato per ricollocarlo come e dove dice lui.

I parenti di Mailhot sostengono che il ragazzo sia affetto da Disturbo Ossessivo Compulsivo, in effetti hanno notato che persevera in comportamenti estremamente ripetitivi, come controllare decine di volte al giorno che le ricevute nel suo portafoglio siano tutte infilate per lo stesso verso. Il problema con la DOC è che oltre a far perdere tempo nella gestione delle ritualità quotidiane a chi ne è afflitto (il soggetto se non riesce a dare sfogo a queste stereotipie per contro si blocca) può attirare la diffidenza altrui e lasciare la persona isolata; il che conduce all’ansia, il che è a sua volta il terreno più fertile per l’origine della DOC.

Per quanto riguarda il contesto, Woonsocket è una località che ama definirsi "la più francese delle città americane" per la presenza di una forte comunità québécoise proveniente dal non lontano Canada. In realtà Woonsocket, città fra le più a nord del Rhode Island e quasi al confine con il Massachusetts, eccetto la presenza di immigrati francofoni ha ben poco che richiami l’eleganza e la raffinatezza associate nell’immaginario americano all’Europa in generale e alla Francia in particolare.

A costo di scadere nella sociologia spicciola, va detto che stiamo parlando di uno staterello fra i più piccoli degli USA, in fondo alla classifica per quanto riguarda l’estensione in superficie (è più piccolo della Val d’Aosta) ma secondo invece solo al vicino New Jersey per densità di popolazione. Il brodo di coltura in cui Jeffrey diviene adulto è quello di una città dai sobborghi degradati, dove droga e prostituzione sono ben radicate nel territorio urbano.

Un fattore che ritarderà sicuramente la scoperta dei suoi delitti è che a Woonsocket la sparizione di prostitute è "incidente" ricorrente, tragicamente usuale come e più che in altri luoghi al mondo. Dalla metà degli anni ’90 queste scomparse si susseguono in numero significativo senza che di queste donne sia rinvenuta più traccia. Gli inquirenti a lungo si sono limitati a considerare ogni sparizione come un caso isolato.

Se c’è qualcosa in grado di avvantaggiare un serial killer sta proprio nel non essere riconosciuto come tale: nel caso di Jeffrey le indagini si risolsero spesso in un buco nell’acqua. Solo una serie di coincidenze e di errori ingenui da parte sua ne portarono alla cattura. Fra le altre cose, il fatto stesso che Mailhot colpì sempre e solo nell’ambiente della prostituzione, vuoi per la facilità che questa scelta implicava nell’avvicinare ragazze sempre nuove e potenzialmente più esposte e indifese, vuoi per l’anonimato che la parte del perfetto sconosciuto poteva garantirgli.

Il volto del serial killer americano Jeffrey Mailhot


Jeffrey Mailhot: il primo omicidio del serial killer

Una delle maggiori incongruenze del caso Mailhot, fatto che rappresenta in sé una coincidenza vistosa e grottesca, è che di un suo omicidio stava per essere accusata un’altra persona. Verrebbe perfino la tentazione di speculare che Jeffrey possa aver agito per tutelarsi da ulteriori ricerche della polizia.

Tutto ha inizio il 9 febbraio 2003, quando Audrey Harris, una prostituta di colore trentatreenne, sparisce nel nulla.

L’ultima a sentirla, sua madre. In una telefonata intercorsa il giorno stesso, la giovane donna le confida che si è decisa a iniziare una terapia di disintossicazione. Dovranno incontrarsi poco più tardi, ma all’appuntamento con sua madre Audrey non arriverà mai.

Tre settimane dopo, il 2 marzo 2003, un’altra prostituta di nome Jane Smith viene avvicinata da un uomo che non è un cliente abituale. La ragazza sale a bordo dell’auto e l’uomo in questione tenta di pugnalarla. Jane riesce fortunatamente a scappare: descriverà il suo aggressore agli agenti come un tizio "biondo e corpulento" descrizione che si attaglia perfettamente a Mailhot.

Gli investigatori però non riescono a raccogliere ulteriori elementi per la soluzione del caso, le indagini si arenano presto.


Eccesso di zelo o eccezionali coincidenze?

Non passa molto tempo che le circostanze si ripetono. Un’altra prostituta aggredita. È la quarantaduenne Christine Dumont, la seconda vittima di Mailhot.

Picchiata più volte con un tubo di metallo, la Dumont riesce a sfuggire all’aggressore. Aggiunge però alla sua deposizione un elemento di estrema importanza: poco prima dell’attacco l’uomo, dopo averla caricata in macchina, si ferma a un bancomat e preleva la somma di cento dollari.

Non è difficile a questo punto per gli investigatori setacciare grazie alle videocamere di sorveglianza tutti quelli che hanno effettuato prelievi al bancomat in questione la sera che la Dumont è stata avvicinata. Una sola persona ha effettuato un prelievo dell’importo esatto di cento dollari, e secondo gli investigatori si tratta di Timothy Scanlon. Timothy non solo corrisponde alla descrizione dell’uomo ricercato dagli inquirenti, ma una sua foto, esaminata tra molte altre sia da Jane Smith che dalla Dumont, porta all’identificazione formale da parte delle due, che confermano di essere state aggredite da Scanlon.

Questi è posto in stato di arresto per entrambe le aggressioni e rinchiuso in carcere in attesa di giudizio. Le lungaggini legali fanno sì che il processo non abbia inizio che un anno più tardi o quasi, il 3 maggio del 2004.

A questa altezza delle indagini, con una carcerazione preventiva in atto e due testimoni dirette dei fatti concordi nell’attribuire a Scanlon la responsabilità delle aggressioni, per Timothy c’è poco da sperare. Difficilmente entrambe avrebbero ritrattato la loro deposizione colte da qualche ragionevole dubbio e a così lunga distanza di tempo.

Ma un punto decisivo a vantaggio di Scanlon lo mette a segno proprio Mailhot, infatti la Dumont per deporre al processo non si presenterà mai, sarà la sorella a segnalarne la sparizione alla polizia.

Verrebbe persino da azzardare che Mailhot, dopo aver seguito la vicenda al sicuro e nell’ombra, si sia fatto tentare dall’opportunità di eliminare definitivamente le testimoni dell’accusa e che l’impresa, con la Dumont, gli sia riuscita: un mese prima del processo, in aprile, Mailhot la fa "sparire".

Diversamente, l’altra congettura possibile è che vi siano due uomini straordinariamente simili nell’aspetto (il raffronto tra le immagini segnaletiche di Mailhot e le riprese video del processo a Scanlon evidenziano una somiglianza impressionante) e che questi due individui residenti nella stessa città e soliti ricorrere al sesso a pagamento, colti entrambi da raptus, si siano accaniti proprio sulla stessa donna in circostanze simili ma a distanza di un anno e con singolare tempismo.

Questo è ciò che preferiscono pensare gli investigatori: che i due casi di Mailhot e Scanlon siano venuti incredibilmente a collidere.

Quel che è certo è che Scanlon essendo agli arresti non può essere responsabile della morte della Dumont, e neppure del successivo episodio: la notte del 4 luglio 2004, agganciata da uno sconosciuto mentre assiste a uno spettacolo pirotecnico in un parco pubblico, sparisce nel nulla un’altra ragazza: Stacie Goulet, 24 anni.

A denunciare l’ennesima scomparsa alla polizia sarà un amico della terza vittima, il quale, non senza imbarazzo, arriverà ad ammettere che questa si manteneva lavorando nel giro della prostituzione.


Jeffrey Mailhot: l’ultimo passo falso

Nell’estate del 2004 qualche sospetto d’avere a che fare con un serial killer s’insinua nelle forze dell’ordine, perché tre scomparse nell’arco di un anno e mezzo sono un crescendo di rilievo. La polizia inizia a credere che le sparizioni di Harris, Dumont e Goulet siano tutte collegate.

Gli sforzi per individuare il colpevole vengono intensificati, al punto tale che nella speranza di stanare l’assassino un’agente di polizia viene incaricata di agire sotto copertura e infiltrarsi nel giro cittadino della prostituzione. Ma il killer non tenterà altre aggressioni: le indagini entrano nuovamente in fase di stallo.

A una settimana dalla sparizione della terza vittima, l’11 luglio del 2004, una svolta inaspettata. La polizia riceve una telefonata anonima da parte di un uomo che suggerisce agli inquirenti di rivolgersi per informazioni a una certa Jocelyn Martel.

La Martel risulta essere anch’essa una prostituta con gravi problemi di tossicodipendenza. A causa dei suoi guai con la droga sta scontando un periodo di carcerazione preventiva e gli investigatori naturalmente richiedono un colloquio con la detenuta. Faranno bene, perché l’interrogatorio si rivelerà estremamente interessante.

La Martel rivela agli investigatori che poco prima del suo arresto è stata aggredita da un cliente: un tipo gentile, calmo, educato, che inaspettatamente appena rimasti soli a casa dell’uomo si è rivelato un feroce assalitore. Martel deve la vita alla sua prontezza di riflessi. Mentre lui tenta di strangolarla, piuttosto che liberarsi della presa al collo gli conficca i pollici negli occhi. Funziona: per un attimo l’uomo molla la presa e Jocelyn Martel riesce a fuggire da casa sua.

E sarà la casa a giocare un ruolo fondamentale: Jocelyn non ricorda il civico ma la strada e la posizione dello stabile sì, e ricorda piuttosto bene anche l’aspetto dell’edificio. Una grande casa bianca, con persiane verdi, frazionata in diverse unità abitative.

Stavolta non è difficile per gli inquirenti di Woonsocket risalire all’abitazione, divisa in quattro appartamenti uno solo dei quali è occupato: vi abita un trentatreenne di nome Jeffrey Mailhot senza precedenti penali, descritto dai vicini come un tipo tranquillo che non ha mai avuto guai con nessuno.

A metà luglio la polizia arresta Jeffrey e durante l’interrogatorio gli viene chiesto se abbia frequentazioni con prostitute, cosa che Mailhot dopo qualche iniziale reticenza ammette. Gli investigatori tirano fuori la documentazione dal cassetto e Mailhot si trova faccia a faccia con le foto delle sue tre vittime. Alla domanda se conoscesse le tre donne, la goffa risposta di Mailhot sarà: «No, non le conosco e non le ho uccise io. So che è questo che volete farmi ammettere».

Per sua sfortuna, l’agitazione dell’interrogatorio lo ha offuscato al punto tale da non rendersi conto dell’elemento decisivo. Gli inquirenti non gli avevano assolutamente reso noto che le tre donne fossero state uccise, per quanto se ne sapeva fino allora erano soltanto scomparse.

La reazione di Mailhot è tale da indurre gli inquirenti a protrarre l’interrogatorio e incoraggiarlo a confessare.
«Cos’è successo Jeffrey? Le cose sono precipitate? Hai perso il controllo?»
«Sì…»

Mailhot rievoca i passaggi più salienti del suo primo omicidio. Ha abbordato la donna fuori da una lavanderia a gettone, in città, e l’ha portata a casa propria, in macchina.

A scatenare la sua furia, apparentemente, è bastato il semplice fatto di chiudersi la porta alle spalle e rimanere da solo, nella sua abitazione, con la Harris. Nulla di pianificato, ma allo stesso tempo un impulso irresistibile e tale da travolgerlo, che non sarebbe scaturito da alcun gesto o frase intercorsa tra lui e la donna.

Agli inquirenti confesserà: «Volevo avere un rapporto sessuale con lei. Una cosa normale. Si è spogliata, mi sono spogliato. Sono andato a prendere i soldi. Lei si è girata. È stato allora che mi sono messo dietro di lei e ho cominciato a strangolarla. Lei dava colpi, graffiava e tentava di scappare. Ma poi non ha più avuto fiato, ha smesso di dibattersi. Allora ho lasciato la presa. Aveva gli occhi spalancati, fissi nel nulla. Ho capito che stava per morire, allora ho preso un cuscino e l’ho soffocata. Non lo volevo fare, ma quando mi sono reso conto di quello che era successo ho avuto paura. Dovevo portare a termine quanto iniziato. Dopo parecchi minuti d’intontimento, ho trascinato il suo corpo in bagno e sono andato a dormire. Il mattino dopo avevo dimenticato tutto, è stato andando in bagno e inciampando nel cadavere che sono riemersi i ricordi della sera prima. Ho chiamato il mio capo per dirgli che ero malato e che non sarei andato al lavoro quel giorno. Ho arrotolato il cadavere in un tappeto e l’ho caricato sulla parte posteriore del mio pick-up. Ho girovagato in auto per la città, alla ricerca di un posto adatto a disfarmi del corpo, ma poi ho capito che era troppo rischioso, qualcuno avrebbe potuto vedermi. Allora sono tornato a casa.»

Mailhot coabiterà per due giorni insieme al cadavere della Harris, fino all’ispirazione arrivata mentre guardava in tv una puntata dei "I Soprano" (The Sopranos). Allora si procurerà una sega in un negozio di ferramenta e farà minuziosamente a pezzi la vittima distribuendo le parti mutilate in svariati sacchetti della spazzatura e buttandoli in alcuni cassonetti presenti nei parcheggi in diversi punti della città, nella convinzione (peraltro fondata) che sacchi piccoli avrebbero attirato meno l’attenzione.

Difatti un anno dopo il delitto non è ancora stato scoperto. Arrivati al 23 aprile 2004, Mailhot rivolge le sue attenzioni alla Dumont, che avvicina allo stesso modo della Harris.

La morte ha tallonato Christine Dumont a più riprese. Dopo essere scampata a un treno che stava per investirla, dopo esser sfuggita al pestaggio di un cliente, in attesa del processo a Scanlon la Dumont finisce i suoi giorni per mano di Mailhot, strangolata, smembrata, il suo corpo disperso ai quattro angoli della città.

Mailhot applicherà per filo e per segno lo stesso modus operandi: ha funzionato una volta, di certo può funzionare ancora. E avrà ragione.

Questo senza dubbio lo rende più sicuro di sé e più "forte", motivo per cui accorcerà l’intercorrere di tempo tra un attacco e l’altro, non un anno quindi ma poco più di due mesi. Il modus operandi si replica con precisione ferrea: strangolamento a mani nude, smembramento, dispersione dei resti.

Quando la scientifica perquisisce l’appartamento di Jeffrey il luminol trasforma muri e vasca da bagno in una tela astratta in stile Pollock… I prelievi presto confermano che le tracce rimaste combaciano con i gruppi sanguigni delle vittime. Scalfitture provocate dallo sfregamento della lama di una sega sul bordo della vasca da bagno confermano la versione data da Mailhot durante gli interrogatori.

Ma mancano ancora i corpi. Sarà nella canicola del pieno mese di luglio, nella gigantesca discarica di Johnston, che per una decina di giorni di seguito una squadra d’una ventina d’agenti setaccerà montagne di rifiuti, riaprendo sacchetto per sacchetto, per esaminarne il contenuto nella speranza di rintracciare resti dei corpi delle vittime.

Emergeranno dalla discarica alcuni sacchetti contenenti i resti della donna assassinata la notte della Festa d’Indipendenza, Stacie Goulet, la più giovane e la più recente in ordine di tempo tra le vittime di Mailhot. Dai rilievi si scopre che la Goulet era incinta di qualche settimana.

I corpi di Harris e Dumont, le cui sparizioni risalgono a troppo tempo prima, non verranno mai ritrovati.


Jeffrey Mailhot: processo e condanna dell'assassino seriale

Arrestato in via definitiva il 29 luglio 2004, Mailhot si dichiara colpevole dei tre capi d’imputazione (tre omicidi di primo grado, ciò significa che non gli viene riconosciuta la mancanza di premeditazione) e dei tentativi d’omicidio perpetrati ai danni di Martel e dell’altra donna che ha voluto mantenere l’anonimato.

Non essendo il Rhode Island uno dei quattordici stati degli U.S.A. in cui sia ancora in vigore la pena capitale, viene condannato a scontare due ergastoli più altri dieci anni di detenzione, con la speranza però di poter uscire con la condizionale nel 2047, all’età di 77 anni.

L’avvocato di Mailhot, Robert Mann, ebbe a dichiarare che il suo cliente era pieno di rimorso, la qual cosa non fu d’alcun aiuto alle famiglie delle tre vittime e alla Martel, tutti presenti al processo e devastati dal senso di perdita e dal rancore verso l’imputato.

Jeffrey Mailhot è ancora in vita, attualmente è detenuto presso un penitenziario di massima sicurezza del Rhode Island, a Cranston.


Impatto sociale: il tipico serial killer, o forse no

La vicenda di Mailhot non ha certo avuto un impatto sociale paragonabile a quella di Charles Manson o di Ted Bundy. Per riprendere le parole di un famoso scrittore italiano: i mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli uomini comuni. E Mailhot è dolorosamente comune.

Per lui non verranno girati film, né scritte canzoni. All’indomani del suo arresto il direttore del carcere non si è ritrovato sulla scrivania ben duecento richieste di scrittori e psichiatri per poter parlare con il detenuto. Si sono occupati della sua storia soltanto la scrittrice Linda Rosencrance, nel libro Ripper, uscito nel 2010, e l’episodio numero sei della prima stagione di Twisted Killers, una serie true crime programmata sul network televisivo americano Oxygen, che fa parte del gruppo NBC.

La copertina del libro dedicata al caso del serial killer americano Jeffrey Mailhot

Per certi versi, forse proprio perché Mailhot rappresenta fin troppo bene il cliché del tipico serial killer: maschio, bianco, sulla trentina, quoziente intellettivo nella norma, ceto medio-basso, un passato traumatico alle spalle. Un uomo che vive solo e un po’ al margine del suo contesto sociale ma senza nulla che possa indurre in allarme chi lo conosce.

Il dato sconvolgente è proprio questo: l’assenza di segnali di un crescendo di violenza. Se da un lato psicologi e criminologi sono concordi nell’asserire che di norma non ci si sveglia un "bel" mattino per trasformarsi di punto in bianco in assassini, allora Mailhot rappresenta la famosa eccezione alla regola. Non si è spinto dalla riva sempre più in là passo dopo passo: si è ritrovato al largo di colpo.

E ancora: in tutto quello che è successo, c’è un vuoto, un orrendo buco là dove dovrebbe esserci il fulcro, il perno attorno cui ruota tutto. Dei tre pilastri di un’indagine criminale qui manca probabilmente il più importante.

Mailhot aveva i mezzi per uccidere, aveva di sicuro l’opportunità, ma qual era il movente che l’ha spinto, per ben cinque volte? Jeffrey ha sempre negato il movente sessuale, il che è già insolito per un serial killer qualsiasi, lo è ancor più per un assassino che colpisce nel mondo della prostituzione. Non soltanto gli omicidi non sono stati preceduti da violenze o abusi sessuali sulle vittime - o per quello che è dato sapere su altre donne - ma non si sono neppure verificati atti d’oltraggio post mortem.

Mailhot ha ammesso che ciò che ha fatto scattare in lui l’istinto del predatore è stato il clic della serratura della porta che si chiudeva alle spalle della vittima, la circostanza quindi d’avere un altro essere umano in suo pieno potere, la sensazione che la trappola stesse funzionando. Per lo scialbo e insignificante ragazzo che nessuno nota sentire d’improvviso di disporre della vita o morte di qualcuno è stata cosa in grado di dare alla testa.

Ma fermiamoci qui e lasciamo le diagnosi di narcisismo patologico agli psicanalisti, anche perché il termine "psicopatico" mal si attaglia alla personalità di Mailhot. Al di là della gravità degli atti commessi e della totale assenza d’empatia, il profilo di Jeffrey è anomalo per uno psicopatico.

Ma se è vero che l’ambiente che ci circonda riflette il nostro animo, allora va data ragione agli inquirenti che perlustrarono la sua abitazione. Alcune zone dell’appartamento erano straordinariamente pulite, ordinate e in riga al millimetro. In altre, c’erano tappeti e asciugamani luridi o il copriletto fuori taglia rispetto al letto, come se tutta l’attenzione di Jeffrey fosse concentrata in modo maniacale su alcuni aspetti della vita domestica e totalmente deficitaria in altri.

Gli agenti ebbero la sensazione che nella stessa casa vivessero due persone completamente diverse.


Jeffrey Mailhot: le vittime accertate del serial killer

Audrey L. Harris, donna, 33 anni, nera, uccisa il 9 febbraio 2003
Christine C. Dumont, donna, 42 anni, bianca, uccisa il 23 aprile 2004
Stacie K. Goulet, donna, 24, bianca, uccisa nella notte tra il 4 e il 5 luglio 2004

Vittime sopravvissute alle aggressioni:
Jocelin Martel, donna, 27, bianca, aggredita nel giugno 2004.

Nei giorni seguenti un’altra vittima, rimasta anonima nella documentazione lasciata a disposizione della stampa, sporse denuncia dopo la Martel. Gli agenti in seguito a quest’ultima dichiarazione spiccarono un mandato d’arresto nei confronti di Mailhot.


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