Robert Sylvester Alston, la storia del serial killer

Nome completo: Robert Sylvester Alston

Nazionalità/Paese: Stati Uniti d’America

Razza: Afroamericana

Sesso: Maschio

Data di Nascita: 19 maggio 1969

Segno Zodiacale: Toro

Arrestato il: 28 gennaio 1994

Condannato definitivamente il: 18 aprile 1994

Data di Morte: in vita

Arco degli omicidi aprile 1991 – dicembre 1993

Vittime accertate: 4

Vittime presunte: 6

Modus operandi: violenza sessuale e strangolamento, a volte con amputazioni o decapitazione del cadavere, con telefonate anonime per far ritrovare i corpi.

Ultimo aggiornamento: 4 settembre 2023


Robert Sylvester Alston è un serial killer americano di colore che ha rapito, violentato e assassinato (in alcuni casi anche smembrato) almeno quattro donne, tra l’aprile del 1991 e il dicembre del 1993. Le sue vittime sono tutte giovani donne di colore, tossicodipendenti e/o prostitute.

Come nel caso di altri assassini seriali, sembra che Alston amasse attirare attenzioni mediatiche e soprattutto sfidare gli investigatori, fornendo loro anonime informazioni (sebbene egli abbia poi negato quest’inquietante particolare). Da questo punto di vista la sua vicenda potrebbe far tornare alla mente il grafomane Diabolich (che ha ispirato il famoso fumetto Diabolik) nel nostrano caso Giliberti, ma anche il più il famoso "killer dello zodiaco" (meglio noto come Zodiac) oppure l’altrettanto famigerato Jack lo Squartatore.

A differenza loro, l'afroamericano Alston è senza dubbio destinato a minor gloria: verrà individuato e rinchiuso nelle patrie galere statunitensi, dove poco alla volta confesserà i propri crimini. Con un particolare: per la maggior parte dei suoi misfatti (se non per tutti) sono state soprattutto le sue stesse confessioni (ben tre, rese in tre momenti diversi) a spianare la strada agli inquirenti, che altrimenti difficilmente avrebbero potuto inchiodarlo alle proprie responsabilità.

Degno di nota, nella sua vicenda, è anche il suo atteggiamento disumano e sarcastico tenuto nell’aula di tribunale, nonché la presenza di alcuni aspetti bizzarri e di altrettanti punti oscuri, dentro i quali potrebbero celarsi ulteriori verità, ad oggi rimaste nell’ombra.


Robert Sylvester Alston: infanzia e adolescenza

Robert Sylvester Alston nasce lunedì 19 maggio del 1969 a Greensboro, principale città della cosiddetta Triade Pedemontana, nella Contea di Guilford (Carolina del Nord). È il primogenito di una rispettabile famiglia che vive del proprio lavoro, in modeste condizioni economiche.

Cresce coi genitori e con sua sorella minore in una piccola casa al 915 di Martin Street. Suo padre Jack fa il custode presso la Grimsley High School, mentre sua madre Dorothy è operaia in una fabbrica del luogo.

Stando alle testimonianze dei genitori e di sua sorella Josephine (detta “Buffy”), avvalorate anche dalla vicina di casa e amica di famiglia Rebecca Smith, di Robert emerge un ritratto a tinte opache e morbide: un ragazzo introverso e riservato, molto dedito al lavoro e spesso rinchiuso nella propria camera, dalla quale esce soltanto per andare a lavorare oppure – occasionalmente – per qualche passeggiata solitaria nel quartiere.

Durante gli anni scolastici il ragazzo palesa un atteggiamento chiuso e taciturno, che lo porta a rinunciare a qualsiasi attività sportiva, sociale o anche soltanto extrascolastica, fatta eccezione per una fugace e blanda partecipazione al corpo di addestramento degli ufficiali di riserva, dove il colonnello Lazelle Free non esita a definirlo un cadetto tutt’altro che memorabile.

Allo stesso modo il ragazzo si tiene lontano da qualsiasi frequentazione amicale o sentimentale, tanto che non sembra inesatto ipotizzare per lui una vera e propria predisposizione all’anonimato se non all’emarginazione sociale.

Il giovane Robert si diploma, senza particolari note di merito né demerito, all’età di 18 anni, nel 1987, nella scuola in cui lavora suo padre, col quale neppure riesce a sviluppare mai una relazione empatica, né un rapporto di fiducia.

Successivamente Robert frequenta un college in Georgia, che tuttavia abbandona dopo il primo semestre.

In questo periodo conosce una donna con la quale finalmente stabilisce un legame sentimentale: con lei nel 1989 mette al mondo un figlio. Non si sposa, ma con la sua nuova famiglia si trasferisce a Wilmington (Delaware), e circa due anni dopo (1991) diventa padre per la seconda volta.

Non passa molto tempo che il rapporto con la madre dei suoi figli si guasta, tanto che Robert decide di tornare a vivere dai genitori, a Greensboro, dove per alcuni anni svolge lavori umili e poco qualificati, come quello di lavapiatti presso il Rock-Ola Cafe, in Battleground Avenue.

È in questo periodo che monta la sua furia omicida.

Il volto del serial killer americano Robert Sylvester Alston


Robert Sylvester Alston: gli omicidi

Una notte del mese di aprile del 1991 il quasi ventiduenne Robert Alston si trova alla guida della sua Pontiac blu scuro, nella zona Est della città di Greensboro, non lontano dal luogo in cui vive. Probabilmente è all’angolo tra la McCulloch Street e la Martin Luther King Junior Drive.

Da qualche tempo quel crocevia si è trasformato in un luogo di ritrovo di spacciatori e giovani tossicomani e prostitute di colore. È lì che potrebbe aver adescato e invitato (o costretto) a salire in macchina la ventitreenne Joanne Robinson, squillo afroamericana, consumatrice abituale di crack.

Non è chiaro cosa accada tra i due, ma pochi minuti dopo Robert decide di strangolarla a morte, per poi abbandonare il cadavere nudo nei pressi della McCulloch Street Park, distante appena dieci minuti a piedi (e due minuti d’auto) da casa sua.

Passano circa 6 mesi (ottobre 1991) prima che Robert Alston torni a commettere un omicidio, stavolta più efferato.

La vittima designata è la ventiseienne Sharon Martin. Anche lei viene strangolata nei pressi della Martin Luther King Jr. Drive, ma questa volta l’omicida non si limita a soffocarla per il collo bensì decide di infierire sul cadavere, smembrandola post mortem: recide una mano e la testa, poi trasporta i pezzi per oltre tre miglia in direzione sud-ovest e li abbandona in una zona boscosa nei pressi di Ontario Street, tra la Jackson Middle School e la Murphey Traditional Academy, dove saranno rinvenuti soltanto alcune settimane dopo. Il resto del corpo non verrà mai trovato.

Un macabro strascico di questa vicenda emergerà soltanto nel 2002, quando la signora Betty Jeans Donnell (madre della vittima) reclamerà la restituzione della testa e della parte di braccio, allo scopo di dare sepoltura alla figlia con un minimo di dignità. A quel punto l’ufficio del medico legale di Chapel Hill, nella persona del capo medico John Butts, si vede costretto a scusarsi e ad ammettere di aver perduto i resti, andando così incontro a una multa di cinquantamila dollari – da pagare alla famiglia di Sharon Martin – e gettando nella depressione e nel più totale sconforto la madre della povera vittima.

La Martin comunque (a differenza – come vedremo – di tutte le vittime di Alston) non sembra essere invischiata in alcun giro di droga o prostituzione. Di conseguenza l’unico legame che gli investigatori possono individuare con la prima vittima sembra risiedere nella giovane età delle donne e nel fatto che entrambe siano state rinvenute in luoghi vicini tra loro. Troppo poco per supporre un collegamento diretto.

Trascorrono altri 6-7 mesi quando (siamo nel maggio del 1992) Robert Alston torna a uccidere, per la terza volta. A subire la sua furia è la diciannovenne Shameca Warren: ancora una giovane prostituta tossicodipendente di colore.

La ragazza viene dichiarata scomparsa ma nessuno ne rinviene il corpo, finché non arriva una strana telefonata anonima alla polizia.

Le autorità, infatti, stanno iniziando a sospettare che possa esserci un omicida seriale che operi in quella zona. I sospetti derivano non soltanto dai primi due omicidi (Robinson e Martin), ma da quelli successivi della trentacinquenne Cheryl Lynn Mason (i cui resti scheletrici sono stati trovati vicino un’area di sosta per camion) e della trentaquattrenne Sadie Farmer (colpita alla schiena e lasciata in un edificio abbandonato). Presto – come vedremo – a loro si aggiungerà la ventiduenne Bernice Robinson (ritrovata con la gola tagliata).

Per queste ultime tre morti (soprattutto quella della Farmer, che sembra estranea a questa vicenda) non sembrano esserci (e mai ci saranno) elementi sufficienti per poterle attribuire alla mano di un unico omicida. Tuttavia la tensione a Greensboro è ormai alta, tanto che viene istituita una task force e pubblicato un numero di telefono sui giornali locali (373-2116) per chiedere aiuto a chiunque possa fornire informazioni utili.

Ecco dunque che qualcuno, guardandosi bene dal fornire le proprie generalità, solleva la cornetta e sussurra al telefono la presenza di un cadavere nel lotto 900 di Martin Street, proprio nel cuore dell’area sottoposta a osservazione (per la cronaca: gli inquirenti sosterranno a posteriori che si trattasse proprio della voce di Robert Alston, il quale però negherà questo particolare).

È giovedì 23 luglio 1992 quando – imbeccate dalla suddetta telefonata – le autorità si recano presso l’isolato 900 di Martin Street e scoprono il corpo di una donna sommerso da una fitta vegetazione di foglie e detriti. Il cadavere è nudo, appare in avanzato stato di decomposizione e palesa un macabro particolare: è stato decapitato (la testa – per inciso – non sarà mai trovata).

Il fatto che la testa sia mozzata fa sospettare che possa trattarsi del corpo di Sharon Martin (il cui cranio – come abbiamo visto – era stato rinvenuto mesi prima vicino Ontario Street). Così crede anche il tenente della polizia di Greensboro, Jim Hightower. Viene allora disposto l’esame medico legale a Chapel Hill, che tuttavia esclude che possa trattarsi della Martin.

A questo punto prende piede l’ipotesi che si tratti invece del cadavere della Warren, scomparsa da maggio e avvistata per l’ultima volta proprio in quell’area. Le autorità proseguono le indagini senza però addivenire a proficui risultati.

Nel settembre 1992 viene trovata sgozzata la ventiduenne Bernice Robinson. Anche lei è giovane, è di colore, abita in zona, viene rinvenuta in quell’area (nelle vicinanze di McCulloch Street) e ha problemi di droga e prostituzione. Conosce perfino alcune delle precedenti vittime e – particolare incredibile – il suo corpo viene ritrovato da parte di un gruppo di uomini, tra i quali c’è nientemeno che un tale Joe Warren, lo zio della precedente vittima (Shameca Warren, all’epoca ancora ufficialmente ritenuta solo scomparsa).

La polizia giunge sul luogo alle ore 17 di martedì 22 settembre 1992, nella persona del capitano Drew Cannady, il quale dichiara che ci sono soltanto delle somiglianze coi precedenti casi, ma nulla che possa ricondurre in modo chiaro all’assassino delle altre ragazze. Il corpo inoltre è vestito e ciò alimenta ragionevoli dubbi sul fatto che ci sia stata violenza sessuale.

Per oltre un anno non si verificano nuovi omicidi. La città di Greensboro sembra pronta a tirare un sospiro di sollievo quando d’un tratto ripiomba nell’incubo.

Siamo al 14 dicembre del 1993, sono le ore 15:27 quando arriva un’altra telefonata anonima, stavolta al numero per le emergenze nazionali (911). La voce al telefono non si qualifica con la centralinista (ma per gli investigatori è la stessa della volta precedente), si limita a segnalare la presenza di un corpo apparentemente senza vita nei pressi del Piedmont Memorial Cemetery, su McConnell Road. Appena il tempo di recarsi sul posto ed ecco affiorare il corpo esanime di una donna violentata e poi morta per strangolamento.

Dalle prime ricostruzioni si ipotizza che sia stata uccisa in macchina per poi essere scaricata vicino al cimitero. Presto si scopre anche l’identità della vittima: è la quarantunenne Louis Williams.

Dalle dichiarazioni rilasciate da amici e parenti emerge che la donna aveva a lungo vissuto con sua madre Della, in Julian Street, finché i suoi problemi di alcolismo non avevano preso il sopravvento. Allora aveva deciso di seguire un programma di disintossicazione, grazie al quale aveva anche ottenuto un lavoro come supervisore notturno del personale delle pulizie presso un ufficio della “News & Record” di Greensboro, un quotidiano che aveva pubblicato anche alcuni articoli sui casi del presunto omicida seriale della città.

Nel febbraio del 1993 la Williams era stata però licenziata. In quello stesso periodo si era trasferita insieme a due persone (non identificate) in un appartamento a Clapp Street ed era rimasta coinvolta in un brutto giro di crack e prostituzione, proprio come le precedenti vittime.

L’ultima volta che è stata vista era la mattina del 14 febbraio. Si trovava in una pensione che affittava nove stanze al 1411 di East Washington Street. Lo sceriffo M.W. Kelley si è confrontato con il direttore della struttura, il quale sostiene che la Williams aveva ricevuto la visita da parte di un omone di colore (poco meno di 1,90 di altezza per circa 90 chili di peso), che si suppone abbia avuto un rapporto orale con la Williams prima di allontanarsi da solo a bordo di un furgone marrone. Circa quindici minuti dopo, attorno alle 12:40, la donna si era incamminata a piedi verso il cimitero.

Ancora una volta viene chiesto attraverso i media l’aiuto della cittadinanza: "Chiunque abbia informazioni sull'uccisione di Lois Williams è pregato di chiamare “Crime Stoppers” al 373-1000. I chiamanti possono rimanere anonimi e possono ricevere una ricompensa fino a $ 1.000" – si legge. Ma non arriverà nessuna informazione utile.


Robert Sylvester Alston: cattura e incarcerazione

La svolta decisiva nelle indagini avviene nel giorno in cui Robert Alston si appresta a mietere la sua quinta vittima accertata.

È il 22 gennaio del 1994. Una donna di 29 anni (di cui si ignorano le generalità) sta facendo l’autostop nella Contea di Guilford, per rientrare a Greensboro. Un uomo con un’auto blu scura le offre un passaggio, ma invece di condurla a destinazione si dirige in una zona boschiva nei pressi della James B. Dudley High Scholl.

Qui l’uomo ferma l’auto e si trasforma in una belva: l’aggredisce, la violenta, infine la soffoca strangolandola, finché la donna non perde i sensi. Con ogni probabilità l’aggressore pensa di averla uccisa, quando ne scaraventa il corpo fuori dall’abitacolo.

Invece la donna è ancora viva. Quando riprende i sensi è ferita, disorientata, con un enorme livido alla gola.

Fonti giornalistiche dell’epoca riportano la notizia che la vittima sarebbe stata gettata a fiume, da un ponte sulla Youngs Mill Road. Non è del tutto chiaro se la donna venga avvistata e aiutata da qualche passante, quindi condotta in ospedale, oppure se riesca da sola a risalire sulla strada per poi trascinarsi fino alla stazione di polizia (come scrive il “Rocky Mount Telegram” riportando una dichiarazione del sergente Fred Alley). In ogni caso la vittima raggiunge poi il più vicino ospedale, dove si ristabilisce.

Il sergente Alley e con lui la squadra omicidi collegano immediatamente l’accaduto ai recenti casi di strangolamento avvenuti a Greensboro. Grazie alle minuziose descrizioni fornite dalla vittima, un disegnatore della polizia realizza un composito facciale (identikit) del presunto omicida, in base al quale vengono selezionate una serie di fotografie di uomini di colore (tra coloro con precedenti e abitanti sospetti del posto) che potrebbero corrispondere all’identikit.

La donna riconosce il suo aggressore nella fotografia di Robert Sylvester Alston, su cui immediatamente la polizia inizia a indagare. La sua Pontiac blu scura, la descrizione fisica corrispondente, il fatto che Alston viva nelle vicinanze, sono tutti elementi che ne avvalorano il riconoscimento.

Il sospettato viene convocato alla stazione di polizia e interrogato più volte, mentre il detective Marty Sexton continua a indagare nel tentativo di collegare il sospettato alle vittime degli ultimi due anni.

Mercoledì 26 gennaio 1994 Alston viene incalzato e messo sotto torchio dalle autorità, finché l’uomo – forse sentendosi con le spalle al muro – decide di confessare l’ultima aggressione, ma soltanto questa.

Due giorni dopo, venerdì il 28 gennaio del 1994, viene tratto in arresto per violenza sessuale e tentato omicidio, accusa che gli costerà una condanna a ben quaranta anni di detenzione.

Una volta assicurato alla giustizia il presunto serial killer, gli inquirenti di Guilford – guidati dal detective David DeBerry – proseguono in tutta calma le loro indagini e i loro esami di laboratorio, nel tentativo di collegare Alston ai sei casi di omicidio irrisolti, o almeno ad alcuni di essi. Il loro pressing sembra destinato a fallire, quando viene invece premiato da un’ormai inaspettata confessione del sospettato stesso.

Siamo verso la metà di aprile del 1994 quando Alston decide di confessare l’omicidio della quarantunenne Elizabeth Williams, del dicembre precedente.

Il 18 aprile 1994 un gran giurì lo condanna all’ergastolo, senza la condizionale.

La riservatezza delle indagini e la scarsa reperibilità di fonti rendono complesso determinare con esattezza cosa abbia spinto Alston alla confessione. Sembra che il poliziotto Al Steward abbia detto a un giornalista locale che se il reo fosse stato a conoscenza delle prove contro di lui (che quindi si presume fossero scarse) non avrebbe collaborato.

Allo stesso tempo però altri quotidiani riportano l’opinione del sergente Alley, secondo il quale la polizia aveva un sufficiente numero di evidenze per collegare Alston agli omicidi.

Si può soltanto presumere che gli investigatori avessero in qualche modo bluffato, inducendolo a confessare qualcosa che – a loro dire – avrebbero scoperto lo stesso, dietro la promessa di incriminarlo “soltanto” per omicidio di secondo grado, evitandogli così la pena capitale.

Sebbene Alston sia ormai destinato a finire i propri giorni dietro le sbarre, il lavoro degli investigatori non è terminato. Vogliono tentare di fare giustizia per tutte le altre vittime, trovando prove adeguate per far valere in tribunale quello che è un loro convincimento, e cioè che dietro tutti gli omicidi ci sia sempre la medesima mano: quella di Alston.

Passano circa due anni, durante i quali queste prove non vengono però alla luce. Anche stavolta, invece, è il carnefice stesso ad autoincriminarsi, con una nuova confessione resa all’ufficio del Procuratore di Guilford. Nell’estate del 1996 il sospettato si dichiara colpevole dell’assassinio di quella che si ritiene essere la sua prima vittima: Joanne Robinson. Di conseguenza il 19 agosto 1996 gli viene comminato un secondo ergastolo.

Qualcosa di analogo accade circa un anno e mezzo dopo, nel gennaio del 1998, quando Alston rivendica anche gli omicidi di Sharon Martin e Shameca Warren.

Processato nell’aprile e condannato ad altri due ergastoli, durante il procedimento nell’aula di tribunale Alston esibisce un atteggiamento di indifferenza, perfino sarcastico nel dettagliare i suoi crimini. Non solo non mostra alcun rimorso, ma si concede perfino qualche sorriso di troppo.

Alle insistenti richieste da parte della madre di Warren (presente in aula) e del giudice Peter McHugh, perché collaborasse nel far ritrovare i resti, il reo replica che quello sarebbe rimasto un segreto tra lui e Dio.

Anche l’assistente procuratore distrettuale Howard Neumann riferirà che il reo confesso non ha voluto rivelare le motivazioni della sua confessione, né il luogo in cui aveva nascosto la testa della Warren o il corpo della Martin.

Difficile interpretare questo atteggiamento da parte di Alston. Potrebbe aver tenuto una parte di verità per sé, come una carta da potersi giocare in futuro per ottenere qualche vantaggio? Oppure si tratta di un insano senso di potere o di rivalsa nei confronti degli organi giudicanti? O chissà che altro.

Il suo atteggiamento non sembra cambiato neanche in tempi più recenti. Dopo il 2010 ha infatti rilasciato un'intervista nella quale si è dichiarato responsabile di più di quattro omicidi, ma al tempo stesso si è detto indisponibile a collaborare con i pubblici ministeri di Guilford.

A oggi ancora si ignorano le motivazioni che lo hanno spinto a confessare i suoi crimini. Si ignorano anche le ragioni per cui non ha voluto confessarli tutti, né del tutto. Si ignorano altrettanto le motivazioni che hanno spinto un ragazzo introverso a trasformarsi in uno spietato serial killer.

Per quanto è dato sapere nessuno ha mai rintracciato o provato a parlare con la madre dei suoi due figli, che potrebbe essere l’unica persona a conoscerlo in modo profondo.

Alston oggi sta scontando in carcere i suoi quattro ergastoli. Inizialmente recluso presso la prigione centrale di Raleigh, poi trasferito al Caswell Correctional Center a Yanceyville (sempre in Carolina del Nord), è stato più volte spostato in vari penitenziari. Attualmente sconta la sua pena presso il Columbus Correctional Institution di Brunswick (Georgia).


Robert Sylvester Alston: le vittime accertate

Joanne Robinson, donna, 23 anni, afroamericana, uccisa nell'aprile 1991.
Sharon Martin, donna, 26, afroamericana, uccisa nell'ottobre 1991.
Shameca Warren, donna, 19, afroamericana, uccisa a maggio 1992.
Lois Elizabeth Williams, donna, 41, afroamericana, uccisa a dicembre 1992.

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